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Manfredi Nicoletti «Sì alle architetture
d’impatto e alle archistar. Rompono
questa noia assoluta»
Gli architetti devono trasgredire. Se gli uomini rispettassero le donne, l'umanità sarebbe finita, non ci sarebbero più bambini: per fortuna c'è la trasgressione
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Che cosa pensa del dibattito sulle archistar? Sono accusate di non rispettare il contesto urbano.

Se la definizione è questa, io non sono un’archistar.

Chi sono le archistar?

Penso che siano architetti che cercano tanta pubblicità, pur avendo poca sostanza.

Il matematico e urbanista Nikos Salingaros ha scritto No alle archistar. Manifesto contro le avanguardie – Libreria Editrice Fiorentina, 2009 -, un libro che critica le archistar, perché non fanno altro che snaturare il tessuto urbano. E cita, tra gli altri, gli architetti Massimiliano Fuksas, Mario Botta, Paolo Portoghesi, Zaha Hadid, Bernard Tschumi e…

Cita anche me?

Sì, c’è anche lei. Si riconosce in quest’accusa?

Snaturare il tessuto urbano? Non mi pare, anzi tutt’altro. Tessuto urbano? Dire che bisogna rispettare il tessuto urbano è una stupidaggine. Pensi se per costruire l’Acropoli di Atene avessero dovuto rispettare il tessuto urbano: lì vicino c’erano solo catapecchie, cosa avrebbero dovuto fare?

Perché È una stupidaggine?

È una grande stupidaggine perché il contesto vuole essere animato da qualche cosa che lo contraddica. È dalle contraddizioni che in genere nasce un tessuto urbano o paesaggistico interessante. Se uno seguita a progettare sempre gli stessi edifici, diventa noioso. Questa mania del rispetto del contesto è assurda, è una fisima mentale: l’architetto deve cercare il nuovo, l’innovativo che scuote il sistema, l’architettura deve dire qualcosa di diverso, di interessante, di importante. Cercare di dare una forma al contesto è un gesto a mio avviso sciagurato. Se gli uomini rispettassero le donne o viceversa, l’umanità sarebbe finita, non ci sarebbero più bambini: per fortuna c’è la trasgressione.

Quindi l’architetto deve trasgredire?

Deve certamente trasgredire.

Per lei trasgredire cosa significa?

Trasgredire vuol dire non abbandonarsi alle stupidaggini che sono state progettate fino ad ora, alle banalità. Il rispetto del contesto: una stupidaggine inventata recentemente da delle menti malate, prive della possibilità di realizzare progetti interessanti.

Dire che bisogna rispettare il tessuto urbano è una stupidaggine. Pensi se per costruire l’Acropoli di Atene avessero dovuto rispettare il tessuto urbano: lì vicino c’erano solo catapecchie…
Parla di menti malate: a chi sta pensando?

Non sto pensando a nessuno in particolare. È un insieme di cose, di recente è nata questa mania di studiare il contesto, io non la condivido. Tempo fa un collega, adesso non ricordo il nome e non vorrei neanche farlo, prima di intervenire in città antiche come l’Aquila o Perugia studiava le tipologie architettoniche applicate in passato in quelle stesse zone per poi riprenderle nelle nuove costruzioni: il concetto di tipologia è infamante per l’architettura che ha sempre innovato, ha sempre cercato di progettare basandosi sull’oggi, non sull’ieri; questa è la logica che deve essere interpretata. Il passato è importante certo, come per noi lo sono i ricordi, ma è molto più importante quello che sta accadendo adesso. Il passato è passato, non esiste più: l’architetto crea per il futuro.

L’architetto Vittorio Gregotti ha detto Non sono grandi artisti quelli che realizzano altro rispetto al tessuto urbano; l’architetto Paolo Portoghesi ha affermato: L’architetto deve considerare il contesto. Il contesto deve influenzare il suo lavoro: un’opera non è isolabile dal luogo. Gli hanno fatto eco l’architetto Cino Zucchi: … prima di decidere se progettare un grattacielo bisogna studiare il contesto; e ancora l’architetto Mario Botta: Oggi ci rapporta male al contesto, manca la consapevolezza della città. Lei cosa risponde?

Che cosa significa Realizzare altro, cosa significa Essere estraneo? Vuol dire continuare a progettare le noiosissime architetture costruite negli anni ’20 e ’30? Sono tutte stupidaggini, la gente si riempie la bocca con queste parole che in realtà non significano niente. La Torre di Pisa rispetta il contesto? Non credo, anzi ci piace proprio perché non lo rispetta. Si è creato un grosso malinteso: la gente pensa che per costruire ad esempio nella città di Pisa, bisogna ispirarsi alla Torre di Pisa, alle casette medioevali o rinascimentali: non è vero. Bisogna rapportarsi invece a quello che è il futuro che si percepisce parlando con la gente, vedendo che cosa sta accadendo lì, vivendo la città.

Lei come lavora?

Le faccio un esempio. Nel febbraio del 2006 ho progettato l’Auditorium Nazionale del Kazakhstan ad Astana, una città totalmente artificiale che nasce nella steppa. La steppa è un vuoto assoluto; che cosa avrei dovuto fare? Mi sarei dovuto ispirare al vuoto? No! Ho cercato di interpretare il desiderio di creare una nuova capitale che si trova ai confini della Siberia, in un luogo impervio, difficile da abitare. L’architetto non deve ispirarsi a ciò che vede, ma alla parte invisibile, alle sensazioni che ha.

Lei è romano, vive a Roma e, riferendosi all’Ara Pacis, ha detto: Bisogna fermare subito lo scempio. Perché?

L’Ara Pacis in sè, il monumento romano, è bellissimo. Però quell’affare costruito intorno mi sembra un pochettino saccente, è una cosetta pretenziosa che usa dei linguaggi che appartengono al passato, richiama il neorazionalismo che però ha fatto il suo tempo, è un edificio vecchio. La rovina dell’architettura e delle arti figurative in genere è il linguaggio.

Il linguaggio, cioè?

È terribile non avere idea, parlare attraverso dei linguaggi che sono istituzionalizzati, codificati, che appartengono ormai al passato.

Lei ha parlato di scempi, quali sono gli altri scempi dell’architettura moderna?

Non lo so, anche perché li dimentico volentieri. Gli scempi sono opere senza senso, imitazione di opere lontane nello spazio o nel tempo, non hanno un’idea, non esprimono un concetto, non hanno radici, non hanno spessore.

Lei ha detto che l’architetto deve ispirarsi all’ambiente naturale: cosa significa?

Quando ho progettato il Palazzo di Giustizia ad Arezzo mi sono ispirato alla natura e ho cercato di ricoprire l’edificio con strutture architettoniche che richiamassero il mondo vegetale. Ispirarsi alla natura non vuol dire imitare le foglioline o i fiorellini, ma farsi influenzare dalle forme naturali, forme complesse, diverse dalle geometrie euclidee. Questa particolare geometria naturale, fonte di grande ispirazione per me, si chiama warped: pensiamo ad esempio alla linea di una foglia.

Tra i suoi colleghi, chi parla con linguaggi codificati?

Tantissimi.

Ad esempio?

Non lo so, non mi faccia fare dei nomi. Credo che questo rispetto del contesto sia terribile, una stupidaggine, una cretinata!

Lei ha lavorato con Walter Gropius – architetto, designer e urbanista tedesco, uno dei maestri fondatori del Movimento Moderno in architettura – per cui la casa doveva fondersi nella natura e immergersi nel paesaggio. Gropius è stato un punto di riferimento importante per Gio Pontiarchitetto e designer italiano – il quale diceva che L’architettura nasce dal dentro, il suo scopo è la funzionalità. L’hanno influenzato? In che modo?

Sia Walter Gropius che Gio Ponti mi hanno influenzato poco. Credo che Gropius sia un santo protettore dell’architettura contemporanea. Ho sempre apprezzato anche Gio Ponti, architetto bravissimo, ma molte sue soluzioni architettoniche seguono un eccessivo estetismo, sono più opere di design che d’architettura. Gropius invece era più asciutto, perseguiva la funzionalità. Mi hanno entrambi condizionato poco perché io sono stato da sempre più interessato a studiare il mondo naturale.

In Ri-pensare SoleriJaca Book, 2004nel capitolo Architettura e natura ha parlato di Paolo Soleri – architetto, scrittore, scultore, urbanista e artista italiano – e del concetto di Archaeology, binomio tra architettura e archeologia. Che cosa pensa a riguardo?

Mi piacciono molto le sue opere ma alcune sono espressione di un eccessivo naturalismo. Come dice un proverbio italiano, Il troppo stroppia: l‘imitazione non deve essere né mai troppo timida né troppo eccessiva. L’architettura è un punto di mezzo, un equilibrio straordinario come hanno più volte detto Leon Battista Alberti – architetto, scrittore, matematico e umanista italiano, con Brunelleschi, il fondatore dell’architettura rinascimentale – o Palladio – architetto e scenografo italiano del Rinascimento -, da loro dobbiamo imparare il senso della misura.

Lei sta progettando delle torri bioclimatiche in Malesia – il complesso, a 30 chilometri da Kuala Lumpur nel parco residenziale di Putrajaya, sarà in grado di consumare circa il 50% in meno di anidride carbonica rispetto agli edifici esistenti – che cos’è l’architettura bioclimatica?

Non sono delle torri, sono delle strutture che hanno una forma ogivale, come se fossero degli occhi stretti alla base, che poi si allungano e si innalzano come delle cupole. Come può un architetto serio non occuparsi del clima e dell’ambiente naturale? È pazzesco. Tutta l’energia che ha la crosta terreste viene dall’irraggiamento solare, quindi come si fa a ignorare l’irraggiamento solare? È ridicolo. Chi non si occupa di questi problemi è un insensibile.

Come si è rapportato a questo progetto?

Questo progetto si trova all’equatore, lì il clima è diverso: i raggi del sole sono in prevalenza verticali e soltanto all’alba e al tramonto si abbassano. Questo cambia completamente il rapporto tra l’edificio e il sole. Ho studiato quindi il movimento del sole per la luce e quello dell’aria per il raffreddamento degli edifici. L’architettura bioclimatica cerca di migliorare le soluzioni biologiche di chi l’abita. Una volta ho detto Sarò felice quando non si parlerà più di architettura bioclimatica perché già la definizione in sé è stupida. Quali sono le architetture che non tengono conto degli essere biologici che li abitano? Biologici vuol dire umani, non scarafaggi o topi.

È interessato anche alla bioarchitettura?

Che cos’è la bioarchitettura? Certo se un costruttore usa materie riciclate, mi fa molto piacere; se non lo fa, per me è indifferente.

Qual è il futuro dell’architettura?

L’architettura oggi non va in una direzione tanto diversa rispetto al passato. Non vedo tante differenze tra il presente e, ad esempio, l’Antico Egitto: questa sfida all’altezza, alla statica, alla pesantezza è sempre esistita.

Come può un architetto serio non occuparsi del clima e dell’ambiente naturale? È pazzesco. Chi non si occupa di questi problemi è un insensibile.
A cosa sta pensando?

Le architetture d’impatto sono sempre esistite. Immaginiamo la Torre di Pisa o l’Acropoli di Atene.

Lei le apprezza?

Sì, certo. Un’opera d’impatto va contro le tradizioni, ma rappresenta l’inizio di una nuova era. L’innovazione è importante, molto importante. Tutte le grandi architetture del passato sono state il risultato di un’innovazione o dal punto di vista estetico o dal punto di vista costruttivo. Pensi ad esempio alle cattedrali gotiche, un’incredibile innovazione assoluta del modo di costruire, di pensare. Lo stesso vale per le rifiniture di Brunelleschi – architetto, ingegnere, scultore, orafo e scenografo italiano del Rinascimento -: geometrizzavano lo spazio tridimensionale attraverso delle scelte architettoniche semplicissime, come gli intonaci biancastri o le lesene o i falsi pilastri. Pensiamo ad esempio alle architetture abitative islamiche e alla musharabia una grande invenzione, una veletta che si appendeva alle finestre, faceva filtrare il sole e nel contempo permetteva di guardare fuori senza essere visti. Rispondeva perfettamente alla riservatezza tipica della mentalità islamica.

Le archistar sono criticate anche perché creano opere di grande impatto. Architetture che non passano inosservate. Cosa pensa?

Meno male che rompono questa noia assoluta.

E se archistar volesse dire questo, costruire opere d’impatto, si riconoscerebbe?

Certo!! La parola rispettare, però, togliamola dal mio linguaggio. Quando si progetta un’architettura, non bisogna rispetta niente: che cosa significa rispettare il territorio? Costruire come 352 anni fa? È ridicolo, è ridicolo!!!

Lei ha partecipato al Concorso per realizzare il Padiglione italiano a Expo Shangai 2010, poi vinto dall’Architetto Giampaolo Imbrighi – proclamato in aprile 2008: le piace il progetto del suo collega?

No, non mi piace. È uno scatolone diviso in quattro fessure diagonali – una pianta quadrata di 3.600 mq per un’altezza di 18 metri, divisa in più corpi di dimensioni diverse ed irregolari collegati da strutture ponte in acciaio che lasciano intravedere i ballatoi di collegamento. Il progetto può essere smontato e ricostruito in dimensione ridotta in un’altra area della città – Padiglione Italia Expo 2010 – Non rappresenta l’Italia, le sue bellezze, i monumenti storici, i paesaggi naturali. È un progetto mediocre.

Lei invece come l’ha progettato?

Avevo pensato a una forma fluida sospesa tra due piloni, sotto avrei messo una vasca d’acqua che avrebbe fatto anche un intrigante gioco di riflessi. La pavimentazione, inoltre, non sarebbe stata piatta ma avrei dato l’idea di movimento per rappresentare metaforicamente il paesaggio collinare del nostro Paese. Ora è difficile spiegare un’idea senza poterla concretizzare.

Pensa di poter adattare quest’idea a un altro progetto?

No, perché un progetto è definito rispetto a un luogo, non è possibile pensare di spostarlo.

Perché secondo lei il suo progetto non è stato premiato?

Non ha avuto successo perché io ho pochi santi in Paradiso. Sono però orgoglioso di dire che non devo ringraziare nessuno per il mio successo. Anche se sono più famoso all’estero che in Italia. Sa perché? Per aver successo nel nostro Paese bisogna essere seguiti da uno stuolo di bandiere, preferibilmente rosse. Io sono disgustato dal fatto che in Italia non ci sia meritocrazia: tutto viene deciso dalle amicizie politiche o dalle relazioni clientelari. È questo il grosso guaio dell’architettura italiana.