
Che cosa pensa del dibattito sulle archistar?
Non mi interessa questo dibattito. Chieda a un sociologo, chieda a un uomo di costume, non lo chieda a un architetto. Cosa vuole che le dica io? Io non ho assolutamente niente da dire. Non riguarda il mio lavoro, io sono un architetto, non mi occupo di linguistica. Vada dai sociologi, dai linguistici, dai giornalisti, non dagli architetti. Il mio lavoro è un altro. Questa è una domanda che salto.
Oggi gli architetti come si rapportano al contesto?
Ci si rapporta male. Basta guardare le nostre periferie e il giudizio è presto detto. Manca la consapevolezza della città, questo è il grosso problema. Le architetture sono diventate degli slogan, delle grida, dei manifesti, degli oggetti, invece di essere dei contesti che si relazionano con la città. Il grosso problema dell’architettura contemporanea è che non è più fatta per la città, ma è fatta contro la città. Tutte le periferie urbane non rispettano più la natura propria della città, che sono gli spazi liberi, i viali, le piazze, le strade, che sono il disegno della città. Nel ‘900 ogni edificio aveva una collocazione dentro un tessuto urbanistico che disegnava la città, oggi invece sono i limiti delle parcelle fondiarie che determinano degli spazi residui. Questa è la grande differenza.
A quali grandi opere ad effetto si riferisce?
Non si può generalizzare. La città è stata la matrice dell’architettura fino alla metà del XX secolo e poi via via il tessuto ha perso la sua compattezza e siamo entrati in un contesto di agglomerazione continua invece che di tessuto edilizio. Non è necessario fare degli esempi perché dopo si rischia di equivocare.
In che senso?
Un grattacielo a New York va bene perché ha un tessuto forte della città. Se lei lo mette in una periferia senza questi grandi quadrilateri, senza isolati, senza il reticolo stradale resta fuori posto. È tutto relativo, non è che non si possa fare, si può fare tutto se però ha un significato. Mi sembra che il tessuto connettivo della città, in particolare nella vecchia Europa, venga sempre meno e quindi è difficile che le architetture ritrovino senso se non quello dell’ambiente isolato. E l’ambiente isolato è proprio l’ambiente e non è l’architettura. Le architetture sono le relazioni spaziali che si definiscono con l’intorno. Allora il pericolo di equivocare è dire: la torre non va bene? No, la torre nel contesto di Manhattan va benissimo perché il tessuto dell’isolato è talmente forte che tiene anche la torre. Se la fa in una periferia urbana sparsa senza disegno collettivo non va bene perché sfascia tutto.
L’architetto Cino Zucchi ha dichiarato: Lascerei stare i centri storici, gli edifici alti possono avere un senso nelle periferie perché possono riqualificarle. Cosa ne pensa?
Non nego questo, ma tutto dipende da come lo si fa. Io ho appena terminato un grattacielo di 130 metri a Seoul - Torre Kyobo, 2003 - perché lì andava bene, se l’avessi messo ad Abbiategrasso probabilmente non andava bene. Non si possono dare dei giudizi di principio. L’architettura tocca sempre un locale, è un unicum, ogni volta irripetibile. Quindi di volta in volta bisogna affrontare il giudizio e l’analisi critica. Non è possibile, è sbagliato dire che in periferia si può e in un contesto invece consolidato non si può fare. Magari in un tessuto del ‘800 molto forte come nelle città nordiche può anche tenere.
Lei come si relaziona a un progetto?
La lettura critica del contesto è il primo atto progettuale, fa già parte del progetto: come si leggono le relazioni, le gerarchie degli spazi e quali sono gli obiettivi che si danno a questo progetto. Poi avviene il progetto. Ma il dialogo con il contesto, magari talvolta serrato talvolta aperto, è già parte del progetto. Il progetto non è un oggetto che lei può spostare. Se lei lo sposta di un metro cambia totalmente perché l’orizzonte è diverso, la luce è diversa, il sole arriva in un altro modo e così via. L’architettura è qualcosa che è radicata alla terra. In questo senso parlo di unicum. È irripetibile, se si sposta si cambia il significato, non può più dare un plusvalore alla città.
L’architettura è un unicum, ma lo stile degli architetti si riconosce nelle loro opere.
Il fatto che si riconosca il linguaggio di per sè non è negativo, non è un male. Lei Picasso lo legge dappertutto. Il problema non è quello, ma all’interno di uno specifico capire se con quel linguaggio riesce a dare un plusvalore alla città oppure no. Bisogna utilizzare il proprio linguaggio per dire delle determinate cose anche alla città e non solo a se stessi. L’architettura è la connessione continua con la città, se lei lima la città, il contesto e l’architettura lei ha una scultura.
L’architetto Gregotti, in merito al rapporto che gli architetti hanno con il contesto urbano, ha detto: Le opere deformi non possono essere capite. Botta invece è un ottimo architetto. Ma infatti è svizzero, non è italiano.
Bontà di Gregotti che ha detto questo! Il problema non è la Svizzera o l’Italia, il problema è la cultura della città europea che ci ha portato a far sì che l’architettura diventi una parte strettamente radicata alla città rispetto invece al modello della città asiatica o americana che ha altri ritmi. Quindi qualunque edificio noi realizziamo diventa una parte della città. Questa è la nostra responsabilità morale, civica e anche poi estetica.
A chi manca questa responsabilità?
Manca in generale perché la complessità e la rapidità delle trasformazioni della città europea hanno fatto saltare i meccanismi gerarchici che davano senso al viale fino all’800, al ‘900. Sull’architettura si poteva dire quello che si voleva, ma disegnava parte della città. Persino l’architettura fascista per esempio era straordinariamente legata alla cultura urbana. Io sono un architetto del passato. Mi sembra che ci sono delle gerarchie molte forti e prima dell’oggetto valgono le relazioni spaziali che questo oggetto definisce con l’intorno; se c’è una strada una strada, se c’è un viale un viale, se c’è una piazza una piazza e cerco di fare in modo che questi edifici consolidino valori sociali e collettivi che sono propri della città.
Le archistar si dimenticano del territorio?
Non è detto, ci sono delle archistar bravissime. Non tutto è negativo. Tra quelli che sono chiamati in maniera infamante con questo nome “archistar” ci sono anche architetti che lavorano con grande saggezza sul territorio. Pensi ad Alvaro Siza.
Siamo tornati a parlare delle archistar …
Non è un problema mio. Ogni tanto chiamano anche me archistar, io non mi riconosco assolutamente, lo trovo un termine persino offensivo.
Perché?
Perché l’architetto è il top, il massimo della disciplina e della capacità di sintesi. Quindi va meglio il termine senza aggettivi.
Intende dire che il termine architetto ha una valenza positiva mentre l’archistar è la sua corrispettiva accezione negativa?
Anche. Ma non vuol dire niente, significa “archistella”, cosa vuol dire? Stella dell’architettura, cosa vuol dire? Ci sono gli architetti buoni e gli architetti cattivi. Archistar è un termine di consumo.
L’anno scorso in occasione di Arte Fiera - Fiera internazionale d’Arte Contemporanea, gennaio 2009, Bologna - Bonito Oliva fece insieme a lei un intervento su questo dibattito e dichiarò che le archistar sono geometri del narcisismo. Cosa ne pensa?
Chi l’ha detto questo? Bonito Oliva?
Bonito Oliva nel corso del dibattito al quale anche lei ha partecipato
Adesso non mi ricordo più. Ma dipende da come è stata detto.
Cosa vuol dire che sono geometri del narcisismo?
Bisognerebbe domandarlo a Bonito Oliva. Ma cosa vuol dire architetto star? O uno è un bravo architetto o non lo è. Ma aggiungere star come se fosse una categoria non aggiunge niente al merito. Non mi interessa parlare delle archistar quindi, mi interessa se mai parlare dell’architetto e dell’architettura.
Architetti buoni e architetti cattivi. Chi sono gli architetti cattivi?
Non glielo dico, io le dico chi secondo me è bravo perché rispetta il contesto: Alvaro Siza, Raphael Moneo, Tadao Ando. Mi sembra che lavorino tutti con una consapevolezza della città.
E cosa pensa della criticata idea di Renzo Piano di costruire un bosco in piazza del Duomo?
È una boutade più che un progetto. È un bravissimo architetto, non ha senso fare le pulci a chi lavora bene. Io non conosco esattamente come l’abbia progettato, ma Carlo Scarpa diceva Se uno è bravo può costruire anche in piazza San Marco. Ciò dipende da come lo si fa: l’idea di mettere del verde in mezzo alla città può diventare osceno se si fa male, bellissimo se si fa bene. Non si può discutere sull’idea in sè, bisogna vedere come verrà fatto.
Milano, 29 gennaio 2010
Greta La Rocca
HOUSE, LIVING AND BUSINESS
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