ABBONAMENTI HOUSE LIVINGANDBUSINESS registrazionI COMMUNITY NETWORK dell'INDUSTRIA DELL'ABITARE ISCRIZIONI IMMOBILIARE
Daniel Libeskind «Ci sono le pop star,
le movie star perché non ci dovrebbero
essere le archistar»
Non sono aperto alle critiche,
non disegno i miei progetti con le critiche
EN  FR  DE  ES  PR  [by Google]  |  COMMENTI    
Share
| Print Print | Email | A- A A+
Leggi » The Show Must Go On, Le Archistar – “AntiCristo” del 3° millennio
Ne abbiamo parlato con i protagonisti. House Living and Business apre il 1° numero del Web Magazine intervistando gli architetti Paolo Portoghesi e Vittorio Gregotti, teorici del paesaggio, e Daniel Libeskind, teorico del bello.
Pensa che archistar sia una parola offensiva?

No, io non mi definisco un archistar perché archistar è un termine coniato dalla stampa, è solo un nome. Ciò che conta davvero è la qualità. La cosa più importante è l’arte dell’architetto. Archistar non vuol dire per forza grande architetto, sono i progetti e le architetture che fanno la differenza. Non tutte le archistar sono necessariamente grandi architetti. Però non è una parola offensiva. È solo un nome, un termine popolare usato dalle persone, ha un significato per il pubblico.

Gli architetti Gregotti e Portoghesi pensano che sia una parola offensiva e che le archistar realizzino edifici solo per esibire se stessi…

No, non è offensivo, è una parola positiva perché indica una firma, un segno di identificazione. Come esistono le popstar o le movie star, le star della musica o del cinema o anche del teatro, così esistono anche le star dell’architettura. Realizzare un’opera vuol dire far sentire la propria voce, esprimere uno stile, parlare una certa lingua. L’artista con la sua architettura esce dal generale, crea un’opera che è espressione della sua firma e della sua anima. È il suo modo di esprimersi al grande pubblico, non solo agli addetti ai lavori.

Crede che dietro le loro accuse ci sia della gelosia?

Sì, certo che sono gelosi. Come in genere si è gelosi delle star.

Qual è il rapporto tra bellezza e funzionalità?

Prima le architetture erano o belle o funzionali. Oggi, nel XXI secolo, non è più così: la funzionalità deve andare di pari passo con la bellezza, l’una è importante quanto l’altra. L’architetto deve far dialogare l’idea, l’economia, la creatività e l’estetica con la funzionalità. Deve comunque creare qualcosa di bello, come accade ad esempio con gli strumenti musicali: lo Stradivari, non solo è funzionale ma per prima cosa è anche bello da vedere. O la Ferrari: la funzionalità è accompagnata dalla forma.

La linea curva è un elemento che caratterizza i suoi progetti, perché?

È l’arte dell’architettura. Realizzare un progetto non vuol dire solo fare un lavoro tecnico che deve necessariamente rispettare le regole classiche dell’architettura. Per me progettare vuol dire collegare l’estetica e la bellezza a un’analisi del territorio. Un’analisi che interessa il piano urbanistico, lo stato del luogo, le persone, l’unicità della storia, l’unicità del luogo, la storia del popolo e la luce. Su quella che è la base della progettualità inserisco la mia idea.

Le mie architetture vanno oltre la celebrazione di me stesso perché sono la risultante tra l’unicità del posto, del progetto e dell’architetto.
Le sue opere però sono accusate di essere tutte uguali, cosa risponde alle critiche?

Guardate i miei progetti! Vi sembrano tutti uguali? Come fanno a essere uguali, non ho mica una formula magica che posso applicare a qualsiasi tipo di contesto. Relaziono la mia idea con uno studio del luogo, non c’è contraddizione. Le mie architetture vanno però oltre la celebrazione di me stesso perché sono la risultante tra l’unicità del posto, l’unicità del progetto e l’unicità dell’architetto. È questo connubio che conferisce forza al mio lavoro.

Come si deve rapportare allora l’artista al contesto?

L’architetto non deve adattarsi alla realtà, non deve rifare l’immagine di quello che già c’è, ma deve seguire la realtà del contesto. Il luogo non è morto, non è inerte, cambia sempre. L’architetto quindi non deve reagire alla lettura del luogo, non deve intervenire su un’immagine del contesto ma sulla realtà del luogo. Non deve essere passivo. Deve rispettare il luogo ma non deve rimanere fermo, lo deve trasformare in modo dinamico. L’architettura possibile non è solo quella che imita il passato. L’artista non deve ripetere l’aspetto storico ma intervenire dinamicamente rinnovandosi.

Lei che rapporto ha con le sue opere?

L’architetto deve essere responsabile dei suoi progetti. Io ripenso spesso ai miei progetti, a ogni step il progetto cambia e pongo delle modifiche. È una cosa buona il fatto che mi metta in discussione e riveda le mie idee anche in base ai cambiamenti della città e del luogo. Non vado dritto verso la mia idea, ma cambio in base ai cambiamenti e alle modifiche del luogo. Seguo la natura della mia idea, ma non costruisco per me, costruisco per un cliente che devo far felice.

Lei è aperto alle critiche?

No, non sono aperto alle critiche. Perché non disegno i miei progetti con le critiche.

Cosa pensa del Museo MAXXI dell’archistar Zara Hadid? L’architetto Portoghesi crede che non sia funzionale.

No, non è vero, è molto funzionale. I musei stanno cambiando, si stanno trasformando. Chi lo critica, lo fa perché si aggrappa alla storia, al passato, ai modelli del XIX secolo. L’aspetto estetico valorizza ancora di più il lato funzionale. La grande architettura può essere anche drammatica, ma l’estetica può essere anche molto funzionale per l’interno.

Cosa pensa della proposta di Renzo Piano di creare un bosco in piazza del Duomo a Milano? Gli architetti Gregotti e Portoghesi credono si tratti solo di una provocazione.

Renzo Piano è un grandissimo architetto, lo ammiro, è eccellente. Provocazione? No, la sua proposta è altrettanto interessante ed eccellente.