Gae Aulenti non ama il sindaco Letizia Moratti e guarda con sospetto al 2015: Sono ottimista di natura, adesso il Masterplan mi piace, ma… vediamo cosa accadrà. Proprio lei, infatti, è stata la prima firmataria della Petizione lanciata dagli architetti Paolo Deganello e Emilio Battisti Per un Expo diffusa e sostenibile.
È cresciuta con Ernesto Rogers, che più volte ha definito un padre, ha studiato con Vittorio Gregotti, è stata Vice presidente dell’Adi, membro del comitato esecutivo della Triennale di Milano, Presidente dell’Accademia di Belle arti di Brera; ha lavorato in quasi tutte le città italiane e nelle principali capitali straniere, da Barcellona a Parigi, da Saint Tropez a San Francisco, da Siviglia e Gerusalemme. Oggi potrebbe finalmente lasciare le matite nel portapenne, invece è ancora così innamorata della sua professione da non avere perso l’entusiasmo e la voglia di conoscere e di lavorare, divisa tra viaggi e progetti.
Come un ghota dell’architettura e del design quale è, osserva con occhio critico e attento le nuove leve: boccia l’eccesso e la volgarità nell’architettura moderna, a partire dalle archistar e dal progetto di City Life, rimpiange la non multidisciplinarietà dei giovani designer moderni perché Non hanno il senso dello spazio, cita Andreas Kipar e i Raggi Verdi perché ancora sogna una Milano più verde. E ricorda che, nonostante tutto, valgono sempre le stesse regole: essere analitici, sintetici, estetici e profetici.
Quest’insegnamento è durato dieci anni, gli anni in cui ho partecipato alla messa in pagina della rivista Casabella – storica rivista di architettura e urbanistica, fondata nel 1928 dal critico d’arte Guido Marangoni con il nome di “La casa bella”. Nel 1938 è diventata “Casabella-Costruzioni”, nel 1940 “Costruzioni-Casabella”. Nel 1943 le pubblicazioni sono state sospese; sono riprese nel 1952. Dal 1955 al 1964 è diretta da Ernesto Nathan Rogers che cambia il nome in “Casabella Continuità” – che era diretta appunto da Rogers. C’era un contatto quotidiano, partecipavamo a tutte le discussioni che non riguardavano solo la rivista, ma anche gli scrittori, i filosofi… . Discussioni e dibattiti che riguardavano un po’ il mondo internazionale: eravamo nel dopoguerra, era un periodo molto intenso in cui tutti erano orientati alla ricostruzione del paese quindi il dibattito era quotidiano. La possibilità di parlare, di confrontarci, di dibattere anche delle altre opere d’arte, quindi non solo di architettura ma anche di poesia, di musica, di teatro… tutti fatti nuovi. Questa era la preparazione intellettuale senza la quale era, ed è, difficile essere architetti. Quest’insegnamento vale anche oggi, vale anche per i giovani.
La possibilità di dialogare, di fare dibattito, aiuta ad aprire la mente. L’amore per le differenze, il viaggiare molto in generale… i miei primi lavori sono stati a Parigi e a Buenos Aires, per esempio - nel 1968 ha iniziato la sua collaborazione con Fiat per la quale negli anni successivi ha curato gli showroom nelle sedi di Zurigo, Bruxelles e Torino; dal 1980 al 1986 ha seguito la riqualificazione della Gare d’Orsay (Laloux) e l’allestimento del Museo d’Orsay; dal 1982 al 1985 l’allestimento del Museo Nazionale d’Arte moderna presso il Centre Georges Pompidou – E questo trovarsi a contatto con mondi totalmente differenti aiutava moltissimo a liberare il cervello.
Oggi manca la politica per esempio. Allora in quegli anni l’Italia si stava fondando, stava fondando la propria costituzione, quindi il dibattito era intensissimo e per questo motivo era un periodo forte. Quell’energia ha prodotto fior fiori di intellettuali. Oggi, invece, c’è più incertezza. Pensiamo a Calvino – Italo Calvino, 1923-1985 – , alla casa editrice Einaudi – fondata nel 1933 – alle riviste d’architettura, a La Scala e il maestro Abbado – il maestro Claudio Abbado, direttore d’orchestra nato a Milano nel 1933, è stato Direttore artistico del Teatro alla Scala dal 1968 al 1986 - a Paolo Grassi – impresario teatrale, nato a Milano nel 1919 e morto a Londra nel 1981. Nel 1947 ha fondato il Piccolo Teatro di Milano insieme a Giorgio Strehler - al cinema, … in tutti i settori c’era la possibilità di dialogare, di discutere. Ecco, un’apertura mentale che oggi non si trova.
Oggi siamo in un periodo di forte trasformazione, il mondo si muove verso un’idea globale. Secondo me è importantissimo riconoscere i contesti differenti perché senza questo non è possibile lavorare. Non si fa impunemente un aeroporto a Pechino o a New York uguali. Le città sono diverse: New York è diversa da Pechino e Pechino è diversa da New York, invece molto spesso l’architettura è identica, è espressione dei modi internazionali che sono punitivi.
I modi internazionali rappresentano l’architettura internazionalista. Per me invece l’architettura nasce da un contesto molto preciso, non solo fisico ma anche concettuale. Io ad esempio ho realizzato tre grandi musei: uno a Parigi – l’allestimento del Museo d’Orsay – , uno a Barcellona – 1985/2004 – Museo nazionale d’arte catalana – e l’altro a San Francisco – 1996/2003 Museo d’arte asiatica (Asian Art Museum) – Sono tre città diverse, tre contesti diversi che richiedono tre modi diversi di lavorare.
Certo, perché dopo la guerra era necessario lavorare per rifondare l’architettura. L’equivoco, però, fu che fummo chiamati neo-liberty – movimento che voleva superare il razionalismo, al quale appartenevano Roberto Gabetti, Aimaro Isola, Guido Canella, Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti, Giotto Stoppino, Aldo Rossi – è un equivoco enorme perché non volevamo riprendere l’architettura liberty – movimento artistico che tra fine Ottocento e inizio Novecento ha interessato le arti applicate e l’architettura. Cercava ispirazione nella natura e nelle forme vegetali – e quindi fare un neo-liberty, ma volevamo rifondare le idee per avanzare, quindi era un momento di osservazione storica non di rifacimento architettonico.
L’architetto deve saper leggere il contesto perché molto spesso queste radici sono nascoste e sotterranee. Il saperle riconoscere e farle apparire è il grande lavoro di rilettura storica di un luogo.
Bisogna analizzare il contesto. La prima parte è un lavoro analitico che deve essere il più approfondito possibile perché non è detto che queste radici appariranno. Ci sono elementi che emergeranno, ma prima bisogna riconoscerli. Poi c’è il problema sintetico: quindi ognuno di noi tira fuori le sintesi che ritiene più importanti, più evidenti, da segnalare.
Eh, bè… la città non è indifferente. È il deposito storico, no? Non è d’accordo? Esiste da centinaia di anni. Ad esempio, se bisogna costruire in Foro Bonaparte, dico Foro Bonaparte perché è il punto più bello di Milano, da un punto di vista urbano, non si può costruire come se fossimo in via Manzoni: infatti via Manzoni è una via che si allunga con la Scala e l’Arco della Pace; il Foro Bonaparte invece arriva fino al Castello Sforzesco. Però per non rifare lo stesso stile, bisogna conoscere la storia di un luogo, il che non è semplice, è complesso.
Come si fa? Si parte. Ci sono vari modi, cioè è la somma di vari modi. Bisogna studiare il luogo. Non è una cosa semplice, è un sistema complesso.
Sono d’accordissimo, è la base. Voglio dire che quando ho progettato Piazza Cadorna – 2000 – , ho analizzato il contesto. Lì era stato tutto distrutto, il Foro Bonaparte non c’era più, anche le strade non c’erano più… allora ho pensato a come ricostruirlo, a come ridare un senso alla forma delle vie. Era importantissimo fare in modo che quel luogo non passasse come un luogo distrutto, completarlo.
Architetti… che se ne fottono
È un momento. Non è una mancanza di formazione, ma si tratta di un momento. Appunto, con il pensiero globale si è rotto un po’ questo rispetto del contesto, molti architetti lavorano per opposizioni addirittura e in questo modo si illudono di ritrovare delle altre valenze positive: secondo me non le trovano, secondo loro forse sì.
Sì, ma non ce la fanno. No, non è possibile, soprattutto qui da noi in Italia: abbiamo delle piccole città che sono di una bellezza straordinaria. Penso a Pesaro, penso a Modena, a Ferrara… vorresti andare contro il contesto? Sarebbe distruzione pura, no?
Ci sono delle intuizioni. Il contesto nasconde anche dei significati, bisogna saperli trovare e farli venire fuori, valorizzarli… è un’operazione non facile che inizia con un’analisi. E più questa è approfondita, più si scoprono dettagli nascosti e più si è innovatori.
Si sono fidati.
Serve un piano più ampio, questo progetto non basta… si sono fidati troppo del Comune di Milano e di quella signora che è il nostro sindaco.
No, non mi piace. È troppo razionale, non sa amministrare la città. Ad esempio, per quanto riguarda gli alberi ha detto che valgono un milione, ma non è vero.
L’idea di Abbado – Claudio Abbado nel decidere di tornare dopo 24 anni a dirigere alla Scala, l’anno scorso aveva dichiarato che avrebbe rinunciato al suo cachet a favore del finanziamento di un progetto: piantare 90mila alberi a Milano – era stata presentata come uno slogan, ci sono però dei luoghi che sono già pronti per ricevere gli alberi, come ad esempio Piazza San Marco. Non via Dante, là ci sono troppe cose. Secondo me dovevano suggerire degli atti più diretti, più immediati, più veloci. Anche più popolari magari.
Milano ce l’ha già questa linea verde: è il Parco Sud. A Milano servono barriere agricole e di verde, dovrebbero essere come le mura di una volta, mura di difesa. Come le città murate devono impedire questa espansione, non ci sono più luoghi dove non sia stata piantata una casa. C’è un polverizzarsi di abitazioni, di costruzioni e quindi il terreno è tutto occupato. C’è un consumo del suolo… voglio vedere quando finiranno tutti i grattaceli che stanno costruendo, chissà per quanti anni saranno deserti…
Analitica, sintetica, estetica e anche profetica. È quello che le ho detto prima: l’analisi del contesto è fondamentale, poi bisogna fare una sintesi. L’architettura nasce dal terreno, dall’analisi del luogo quindi, si costruisce appunto a partire dal contesto e dalla sintesi di ciò che dal contesto emerge. E poi si spera di essere estetici e profetici.
L’architettura deve dare delle indicazioni che possono valere anche per gli altri, che devono servire agli altri per apprendere altre cose, come una specie di insegnamento di volontà positiva. L’architettura deve lasciare un segno, un messaggio. Come la Torre Velasca: ha lasciato o no un segno? Sì, quindi è stata costruita in modo analitico, sintetico, estetico e profetico.
Non sono contraria, ma bisogna anche vedere, valutare di volta in volta…
Sono d’accordo con l’architetto Cino Zucchi. Si può costruire grattacieli, ma il vero problema è che sotto deve esserci qualcosa che permetta una vita sociale, di gruppo, tra giovani, tra vecchi, tra tutti.
Non lo so…
Oggi c’è tutta una ricerca dell’eccesso che secondo me è proprio volgare.
Che cosa penso del progetto?
Non si può, infatti sono d’accordo. E non si può pensare di costruire tre grattacieli, dove sembra che sia stata fatta una scommessa per vedere dei tre chi lo faceva più storto. Invece di pensare a un progetto omogeneo che creasse un punto di osservazione positivo, uno ha lavorato in un modo, uno in un altro, uno in un altro ancora… e intanto lo chiamano il corto, il lungo, lo storto. In questo modo ci perde la città. Una volta l’architettura era più per chi la viveva
Be’ il disastro è quello.
Non dipende però dagli architetti, c’è una lista di luoghi che sono storici e quindi intoccabili. Le Sovrintendenze bloccano il lavoro, figuriamoci se ti permettono di demolire. Conservare questi luoghi vuol dire portare la corrente contemporanea all’interno di questi posti. L’architettura contemporanea deve innovare senza violentare l’edificio, deve innovare con delle parti contemporanee. Il nuovo non deve essere in disaccordo, deve esserci armonia tra le parti.
No, non citiamo Léon Krier. Lui non è inserito nel dibattito architettonico. Lui è inserito nel dibattito col principe – Il progetto più conosciuto è infatti quello per il villaggio di Poundbury in Dorchester, Inghilterra per il Principe del Galles
Appunto, ma lui è tradizionalista sulle forme, quindi realizza i tetti in un certo modo, le cornici in un certo modo… quindi è un’altra cosa veramente. Non possiamo neanche chiamarlo architetto, secondo me è più uno stilista.
Attraverso l’impianto di elementi socializzanti, non c’è niente da fare. Le periferie devono contenere luoghi di socializzazione, devono garantire servizi sociali che non sono solo la scuola, l’asilo, ma sono luoghi d’incontro, come ad esempio i cinema, i piccoli teatri… a Parigi è già così. Nelle periferie di Parigi ci sono centri sociali importanti, teatri dove vengono messe in scena opere di registri importanti. Qui a Milano non si riesce: ad esempio, il Teatro Arcimboldi non ce l’ha fatta a diventare un punto di riferimento importante. Forse ora, che sta cercando di trovare una sua specializzazione, potrebbe diventarlo.
Perché Milano è troppo piccola. Non è un problema di mentalità, secondo me è troppo piccola. Parigi invece è molto più grande e quindi ha dovuto per forza creare questi centri di aggregazione che funzionano. Questo è un lavoro tipico da piano del territorio. Invece oggi la preoccupazione è quella di aumentare i cittadini, Voglio dire: a New York si vive benissimo, anche a Manhattan dove ci sono i grattacieli, ma sono i servizi che fanno la differenza. Si vive bene perché ci sono luoghi di aggregazione.
La parola archistar è odiosa.
È beffarda… un architetto può essere conosciuto o sconosciuto, internazionale o nazionale e questo è racchiuso nel suo curriculum… e il curriculum descrive quello che ha fatto o che non ha fatto e quello che farà. Archistar? Già la parola star è hollywoodiana: mi dite qual è la sede fisica, il luogo dove gli architetti diventano angeli? È ridicolo.
Le ultime… da Frank O. Gehry a Zaha Hadid a Rem Koolhaas… con loro è nato il nome archistar. Le archistar lavorano più sulle immagini che sulle figure concrete. Gehry costruisce sempre allo stesso modo, sia che faccia un museo, un auditorium o un aeroporto…
Sì, è vero!
E be’, sì!
Oggi i giovani lavorano molto, ma lavorano sulle immagini…. come le archistar. Fanno tutto in stile. È tutto decorazione, non c’è più il disegno di una lampada o di una sedia prodotta dall’industria. Insomma questo Novembre – Fabio Novembre, designer e architetto nato a Lecce nel 1966 - ha fatto un culo di una donna – sedia Her, 2008 – ha in mente? Ecco allora io gli dico vaffanculo… tu scrivilo, se vuoi. Cioè l’anno scorso ha realizzato le Topolino, le macchine, in via Monte Napoleone con questi alberelli – “Le Fiat500 come fioriere”, esposte in via Monte Napoleone a Milano dal giugno 2009 a febbraio 2010 – Voglio dire, cosa crede di essere? Vuole rovinare le strade? … Credono di essere furbi…
No, è una stupidaggine. Va detto il nome vero di queste cose stupide. Sono stupidaggini.
Vanno ricercate nuove forme, ma sempre pensando alla produzione, creare per un senso collettivo delle cose, non per un senso di blasfemia individuale.
Mari è un vero studioso e quando dice così protesta per come vanno le cose, però ha ragione. Mendini che è una persona molto intelligente e simpatica, ha sempre tentato di emergere e continuerà a farlo con la sua intelligenza e con le sue capacità.
Non c’è più, ha perso un po’ il senso. Guarda che c’è anche un’altra differenza. Noi per esempio prima eravamo architetti che facevano design, oggi i designer non sono architetti quindi non hanno il senso dello spazio, non hanno un senso… una lampada va disegnata per uno spazio non per se stessa.
È ancora il contesto del design, è ancora una questione di contesto sia fisico, nello spazio, che concettuale.
Non lo so, non li seguo più, faccio altre cose. Faccio architettura.
Perché c’era un piano, quello d’origine, che non funzionava e quindi ho firmato volentieri dopo aver seguito i dibattiti nello studio di Emilio Battisti. E il dibattito è riuscito perché il piano è cambiato, quello attuale è interessante – leggi il Masterplan – Adesso però vogliamo batterci per un Expo diffusa per la città, anche questo è molto importante. Il Masterplan coinvolge anche le cascine, ma deve anche andare dentro la città e vedere di cambiare dei luoghi che sono la ricchezza non così espressa della vita sociale.
Sa di quel progetto dei Raggi Verdi?
Esatto. Bisogna individuare dei luoghi da potenziare in modo che la gente, quelli che verranno, possano penetrare la città e non rimanere isolati, poi rimarranno per i cittadini. Io ho partecipato a Siviglia – ha realizzato il padiglione italiano nel 1992 – e abbiamo visto delle fotografie: il collegio degli architetti ha fatto scattare delle fotografie sia a Siviglia che a Saragozza del dopo Expo: bisogna costruire delle strutture che poi rimangono alla città.
Appunto, bisogna fare in modo che i progetti rimangano, non che rimangano le rovine. C’è il pericolo di lasciare delle rovine.
No.
Retorica pura.
Come è possibile dire delle frasi così? Si spera che sia molto bella, ma soprattutto che lasci alla città qualcosa, non che tutto venga disperso e trasformato in rovina.
Ho paura che andrà in rovina. Se si esprimono con queste frasi retoriche, per definizione non succederà niente. Andrà male.
Be’, speriamo di sì. Ma li hanno presi perché costano poco!
Be’… oggi la maggior parte sono donne. Però secondo me è ancora così perché poverette devono fare più fatica. È un bene che siano la maggioranza, è positivo. Hanno molta più pazienza. E sono brave.
Alla donna tocca ancora dichiarare di far bene e allora questo dover dichiarare, far capire che si fa bene, ti fa studiare di più. Per l’uomo è indifferente.
Secondo me tutta la Consulta ha lavorato bene, tutto il gruppo: c’è stato un cambiamento, ora il Masterplan va bene. Vediamo. L’idea è molto legata al tema quindi questa corrispondenza è già un risultato molto buono. Vedremo poi come andrà, perché per passare da un Masterplan a un progetto concreto non è così facile.
Io sto a vedere…mi auguro che facciano benissimo.
Comments are closed.