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Gae Aulenti «Bisogna progettare
per un senso collettivo,
non per blasfemia individuale»
Architetti e designer hanno perso di vista il contesto, lavorano più sulle immagini. L'architettura deve nascere
dal terreno e il design deve rapportarsi allo spazio
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Lo studio che si affaccia sulla piazzetta milanese di Piazza San Marco, la scrivania all’ultimo piano di un edificio che si sviluppa in verticale tra scale strette e collaboratori. Raggiungo Gae Aulenti in una calda mattina d’estate; il suo ufficio è un open space illuminato da una grande finestra che dà l’illusione di dominare Milano. La città dove l’architetto e designer di fama internazionale è professionalmente nata, la città che ama ma che oggi, a cinque anni dall’Esposizione Universale, rimprovera.

Gae Aulenti non ama il sindaco Letizia Moratti e guarda con sospetto al 2015: Sono ottimista di natura, adesso il Masterplan mi piace, ma… vediamo cosa accadrà. Proprio lei, infatti, è stata la prima firmataria della Petizione lanciata dagli architetti Paolo Deganello e Emilio Battisti Per un Expo diffusa e sostenibile.
È cresciuta con Ernesto Rogers, che più volte ha definito un padre, ha studiato con Vittorio Gregotti, è stata Vice presidente dell’Adi, membro del comitato esecutivo della Triennale di Milano, Presidente dell’Accademia di Belle arti di Brera; ha lavorato in quasi tutte le città italiane e nelle principali capitali straniere, da Barcellona a Parigi, da Saint Tropez a San Francisco, da Siviglia e Gerusalemme. Oggi potrebbe finalmente lasciare le matite nel portapenne, invece è ancora così innamorata della sua professione da non avere perso l’entusiasmo e la voglia di conoscere e di lavorare, divisa tra viaggi e progetti.
Come un ghota dell’architettura e del design quale è, osserva con occhio critico e attento le nuove leve: boccia l’eccesso e la volgarità nell’architettura moderna, a partire dalle archistar e dal progetto di City Life, rimpiange la non multidisciplinarietà dei giovani designer moderni perché Non hanno il senso dello spazio, cita Andreas Kipar e i Raggi Verdi perché ancora sogna una Milano più verde. E ricorda che, nonostante tutto, valgono sempre le stesse regole: essere analitici, sintetici, estetici e profetici.

Il suo maestro professionale è stato Ernesto Nathan Rogers – architetto e accademico, 1909-1969. Direttore di “Domus” e di “Casabella”, con i suoi editoriali definì un’impostazione teorica sull’architettura. Nelle redazioni delle riviste dirette si è formato un gruppo di giovani architetti: Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Giorgio Grassi, Gae Aulenti, Giotto Stoppino, Guido Canella, Giancarlo De Carlo – L’ha definito un padre e ha detto che da lui ha ricevuto Un insegnamento fondamentale, il fatto che prima bisogna essere degli intellettuali e poi degli architettiCittà Territorio Festival, aprile 2009 – Perché è importante che un architetto sia prima un intellettuale? Che cosa ha rappresentato per lei questo insegnamento?

Quest’insegnamento è durato dieci anni, gli anni in cui ho partecipato alla messa in pagina della rivista Casabella – storica rivista di architettura e urbanistica, fondata nel 1928 dal critico d’arte Guido Marangoni con il nome di “La casa bella”. Nel 1938 è diventata “Casabella-Costruzioni”, nel 1940 “Costruzioni-Casabella”. Nel 1943 le pubblicazioni sono state sospese; sono riprese nel 1952. Dal 1955 al 1964 è diretta da Ernesto Nathan Rogers che cambia il nome in “Casabella Continuità” – che era diretta appunto da Rogers. C’era un contatto quotidiano, partecipavamo a tutte le discussioni che non riguardavano solo la rivista, ma anche gli scrittori, i filosofi… . Discussioni e dibattiti che riguardavano un po’ il mondo internazionale: eravamo nel dopoguerra, era un periodo molto intenso in cui tutti erano orientati alla ricostruzione del paese quindi il dibattito era quotidiano. La possibilità di parlare, di confrontarci, di dibattere anche delle altre opere d’arte, quindi non solo di architettura ma anche di poesia, di musica, di teatro… tutti fatti nuovi. Questa era la preparazione intellettuale senza la quale era, ed è, difficile essere architetti. Quest’insegnamento vale anche oggi, vale anche per i giovani.

Perché?

La possibilità di dialogare, di fare dibattito, aiuta ad aprire la mente. L’amore per le differenze, il viaggiare molto in generale… i miei primi lavori sono stati a Parigi e a Buenos Aires, per esempio - nel 1968 ha iniziato la sua collaborazione con Fiat per la quale negli anni successivi ha curato gli showroom nelle sedi di Zurigo, Bruxelles e Torino; dal 1980 al 1986 ha seguito la riqualificazione della Gare d’Orsay (Laloux) e l’allestimento del Museo d’Orsay; dal 1982 al 1985 l’allestimento del Museo Nazionale d’Arte moderna presso il Centre Georges Pompidou – E questo trovarsi a contatto con mondi totalmente differenti aiutava moltissimo a liberare il cervello.

Ha detto che in quegli anni c’era Un’energia che oggi non vede più, come mai?

Oggi manca la politica per esempio. Allora in quegli anni l’Italia si stava fondando, stava fondando la propria costituzione, quindi il dibattito era intensissimo e per questo motivo era un periodo forte. Quell’energia ha prodotto fior fiori di intellettuali. Oggi, invece, c’è più incertezza. Pensiamo a Calvino – Italo Calvino, 1923-1985 – , alla casa editrice Einaudi – fondata nel 1933 – alle riviste d’architettura, a La Scala e il maestro Abbado – il maestro Claudio Abbado, direttore d’orchestra nato a Milano nel 1933, è stato Direttore artistico del Teatro alla Scala dal 1968 al 1986 - a Paolo Grassi – impresario teatrale, nato a Milano nel 1919 e morto a Londra nel 1981. Nel 1947 ha fondato il Piccolo Teatro di Milano insieme a Giorgio Strehler - al cinema, … in tutti i settori c’era la possibilità di dialogare, di discutere. Ecco, un’apertura mentale che oggi non si trova.

L’architettura deve dare delle indicazioni che possono valere anche per gli altri, che devono servire agli altri per apprendere altre cose, come una specie di insegnamento di volontà positiva.
Perché?

Oggi siamo in un periodo di forte trasformazione, il mondo si muove verso un’idea globale. Secondo me è importantissimo riconoscere i contesti differenti perché senza questo non è possibile lavorare. Non si fa impunemente un aeroporto a Pechino o a New York uguali. Le città sono diverse: New York è diversa da Pechino e Pechino è diversa da New York, invece molto spesso l’architettura è identica, è espressione dei modi internazionali che sono punitivi.

Cosa intende per Modi internazionali?

I modi internazionali rappresentano l’architettura internazionalista. Per me invece l’architettura nasce da un contesto molto preciso, non solo fisico ma anche concettuale. Io ad esempio ho realizzato tre grandi musei: uno a Parigi – l’allestimento del Museo d’Orsay – , uno a Barcellona – 1985/2004 – Museo nazionale d’arte catalana – e l’altro a San Francisco – 1996/2003 Museo d’arte asiatica (Asian Art Museum) – Sono tre città diverse, tre contesti diversi che richiedono tre modi diversi di lavorare.

Lei si è formata negli anni Cinquanta, il periodo della riscossa, del pacifismo, del razionalismo, del neo-liberty. È in quella situazione e in quel contesto che ha sviluppato l’interesse per il contesto, per la natura, per l’ambiente?

Certo, perché dopo la guerra era necessario lavorare per rifondare l’architettura. L’equivoco, però, fu che fummo chiamati neo-liberty – movimento che voleva superare il razionalismo, al quale appartenevano Roberto Gabetti, Aimaro Isola, Guido Canella, Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti, Giotto Stoppino, Aldo Rossi – è un equivoco enorme perché non volevamo riprendere l’architettura liberty – movimento artistico che tra fine Ottocento e inizio Novecento ha interessato le arti applicate e l’architettura. Cercava ispirazione nella natura e nelle forme vegetali – e quindi fare un neo-liberty, ma volevamo rifondare le idee per avanzare, quindi era un momento di osservazione storica non di rifacimento architettonico.

Ha detto che la sua architettura è in stretta relazione con l’ambiente urbano esistente, che diviene quasi la sua forma generatrice

L’architetto deve saper leggere il contesto perché molto spesso queste radici sono nascoste e sotterranee. Il saperle riconoscere e farle apparire è il grande lavoro di rilettura storica di un luogo.

Come si fa?

Bisogna analizzare il contesto. La prima parte è un lavoro analitico che deve essere il più approfondito possibile perché non è detto che queste radici appariranno. Ci sono elementi che emergeranno, ma prima bisogna riconoscerli. Poi c’è il problema sintetico: quindi ognuno di noi tira fuori le sintesi che ritiene più importanti, più evidenti, da segnalare.

Qual è oggi il ruolo urbano dell’architettura?

Eh, bè… la città non è indifferente. È il deposito storico, no? Non è d’accordo? Esiste da centinaia di anni. Ad esempio, se bisogna costruire in Foro Bonaparte, dico Foro Bonaparte perché è il punto più bello di Milano, da un punto di vista urbano, non si può costruire come se fossimo in via Manzoni: infatti via Manzoni è una via che si allunga con la Scala e l’Arco della Pace; il Foro Bonaparte invece arriva fino al Castello Sforzesco. Però per non rifare lo stesso stile, bisogna conoscere la storia di un luogo, il che non è semplice, è complesso.

Come si fa l’analisi di un luogo?

Come si fa? Si parte. Ci sono vari modi, cioè è la somma di vari modi. Bisogna studiare il luogo. Non è una cosa semplice, è un sistema complesso.

Ad esempio Vittorio Gregotti ha detto che Gli architetti devono mettere al primo posto il bisogno urbano. Non è un grande artista chi non lo sa fare. Lei si riconosce in questo pensiero?

Sono d’accordissimo, è la base. Voglio dire che quando ho progettato Piazza Cadorna – 2000 – , ho analizzato il contesto. Lì era stato tutto distrutto, il Foro Bonaparte non c’era più, anche le strade non c’erano più… allora ho pensato a come ricostruirlo, a come ridare un senso alla forma delle vie. Era importantissimo fare in modo che quel luogo non passasse come un luogo distrutto, completarlo.

Ha parlato di questi temi anche un altro architetto, Enzo Eusebi, ha fatto suo il motto di Rem Koolhaas – architetto olandese nato a Rotterdam nel 1944 – e ha dichiarato Fuck the contest, nelle metropoli non valutiamo il contesto. Sembra che ci sia una corrente di architetti che vada in un’altra direzione. Architetti che…

Architetti… che se ne fottono

Perché?

È un momento. Non è una mancanza di formazione, ma si tratta di un momento. Appunto, con il pensiero globale si è rotto un po’ questo rispetto del contesto, molti architetti lavorano per opposizioni addirittura e in questo modo si illudono di ritrovare delle altre valenze positive: secondo me non le trovano, secondo loro forse sì.

Che cosa intende? Che pensano di fare innovazione con la rottura?

Sì, ma non ce la fanno. No, non è possibile, soprattutto qui da noi in Italia: abbiamo delle piccole città che sono di una bellezza straordinaria. Penso a Pesaro, penso a Modena, a Ferrara… vorresti andare contro il contesto? Sarebbe distruzione pura, no?

Come si fa invece a innovare partendo dal contesto?

Ci sono delle intuizioni. Il contesto nasconde anche dei significati, bisogna saperli trovare e farli venire fuori, valorizzarli… è un’operazione non facile che inizia con un’analisi. E più questa è approfondita, più si scoprono dettagli nascosti e più si è innovatori.

Lei cita spesso Renzo Pianoarchitetto nato a Genova nel 1937 – negli ultimi mesi al centro delle polemiche per aver proposto di mettere degli alberi in Piazza del Duomo. Che cosa ne pensa? Lei conosce molto bene la città di Milano, ammira Piano…

Si sono fidati.

Chi? Una proposta di questo tipo può bastare per rendere la città più verde?

Serve un piano più ampio, questo progetto non basta… si sono fidati troppo del Comune di Milano e di quella signora che è il nostro sindaco.

Da come ne parla, sembra che non le piaccia?

No, non mi piace. È troppo razionale, non sa amministrare la città. Ad esempio, per quanto riguarda gli alberi ha detto che valgono un milione, ma non è vero.

Torniamo alla proposta di Renzo Piano.

L’idea di Abbado – Claudio Abbado nel decidere di tornare dopo 24 anni a dirigere alla Scala, l’anno scorso aveva dichiarato che avrebbe rinunciato al suo cachet a favore del finanziamento di un progetto: piantare 90mila alberi a Milano – era stata presentata come uno slogan, ci sono però dei luoghi che sono già pronti per ricevere gli alberi, come ad esempio Piazza San Marco. Non via Dante, là ci sono troppe cose. Secondo me dovevano suggerire degli atti più diretti, più immediati, più veloci. Anche più popolari magari.

Renzo Piano, e lei all’epoca disse di essere d’accordo, quando ha presentato il suo progetto per Intesa-San Paolo a Torino – novembre 2007 – ha detto che è necessario una linea di verde intorno alla città per controllare l’espansione. Potrebbe essere una soluzione anche per Milano?

Milano ce l’ha già questa linea verde: è il Parco Sud. A Milano servono barriere agricole e di verde, dovrebbero essere come le mura di una volta, mura di difesa. Come le città murate devono impedire questa espansione, non ci sono più luoghi dove non sia stata piantata una casa. C’è un polverizzarsi di abitazioni, di costruzioni e quindi il terreno è tutto occupato. C’è un consumo del suolo… voglio vedere quando finiranno tutti i grattaceli che stanno costruendo, chissà per quanti anni saranno deserti…

La sua visione dell’architettura passa per tre fasi: analitica, sintetica, estetica. Cosa vuol dire?

Analitica, sintetica, estetica e anche profetica. È quello che le ho detto prima: l’analisi del contesto è fondamentale, poi bisogna fare una sintesi. L’architettura nasce dal terreno, dall’analisi del luogo quindi, si costruisce appunto a partire dal contesto e dalla sintesi di ciò che dal contesto emerge. E poi si spera di essere estetici e profetici.

Profetici?

L’architettura deve dare delle indicazioni che possono valere anche per gli altri, che devono servire agli altri per apprendere altre cose, come una specie di insegnamento di volontà positiva. L’architettura deve lasciare un segno, un messaggio. Come la Torre Velasca: ha lasciato o no un segno? Sì, quindi è stata costruita in modo analitico, sintetico, estetico e profetico.

A Milano, ma non solo, sembra scoppiata la mania dei grattacieli, lei che cosa pensa dello sviluppo verticale?

Non sono contraria, ma bisogna anche vedere, valutare di volta in volta…

L’architetto Cino Zucchi ha detto Io non sono contrario, però il grattacielo può essere una soluzione in periferia, perché potrebbe creare dei nuovi aggregati. L’architetto Léon Krier, invece, reduce dall’evento romano – Roma 2010-2020 Nuovi Modelli di Trasformazione Urbana, aprile 2010 – ha dichiarato Bisogna tornare alle vecchie città tradizionali. Lei cosa pensa?

Sono d’accordo con l’architetto Cino Zucchi. Si può costruire grattacieli, ma il vero problema è che sotto deve esserci qualcosa che permetta una vita sociale, di gruppo, tra giovani, tra vecchi, tra tutti.

Che cos’è allora la qualità in architettura oggi?

Non lo so…

Neppure lei lo sa?

Oggi c’è tutta una ricerca dell’eccesso che secondo me è proprio volgare.

Che cosa pensa delle torri di City Life, realizzate dagli architetti Daniel Libenskind, Arata Isozaki, Zaha Hadid?

Che cosa penso del progetto?

Sì! Che cosa pensa? Gaetano Pesce ha detto Non si può pensare di fare una torre e di stortarla come una maniglia

Non si può, infatti sono d’accordo. E non si può pensare di costruire tre grattacieli, dove sembra che sia stata fatta una scommessa per vedere dei tre chi lo faceva più storto. Invece di pensare a un progetto omogeneo che creasse un punto di osservazione positivo, uno ha lavorato in un modo, uno in un altro, uno in un altro ancora… e intanto lo chiamano il corto, il lungo, lo storto. In questo modo ci perde la città. Una volta l’architettura era più per chi la viveva

Oggi è diventata comunicazione?

Be’ il disastro è quello.

Che cosa pensa del dibattito intorno al restauro? Alcuni suoi progetti sono il risultato di ristrutturazioni, come ad esempio il Palazzo Branciforte a Palermo (2007-2010) o il Castello Estense a Ferrara (2003) o il PalaVela ristrutturato per le Olimpiadi invernali di Torino nel 2006…

Non dipende però dagli architetti, c’è una lista di luoghi che sono storici e quindi intoccabili. Le Sovrintendenze bloccano il lavoro, figuriamoci se ti permettono di demolire. Conservare questi luoghi vuol dire portare la corrente contemporanea all’interno di questi posti. L’architettura contemporanea deve innovare senza violentare l’edificio, deve innovare con delle parti contemporanee. Il nuovo non deve essere in disaccordo, deve esserci armonia tra le parti.

Come si possono invece valorizzare le periferie? Un altro tema dibattuto in occasione dell’evento romano. L’architetto Léon Krier, ad esempio…

No, non citiamo Léon Krier. Lui non è inserito nel dibattito architettonico. Lui è inserito nel dibattito col principe – Il progetto più conosciuto è infatti quello per il villaggio di Poundbury in Dorchester, Inghilterra per il Principe del Galles

Lui si dichiara un tradizionalista

Appunto, ma lui è tradizionalista sulle forme, quindi realizza i tetti in un certo modo, le cornici in un certo modo… quindi è un’altra cosa veramente. Non possiamo neanche chiamarlo architetto, secondo me è più uno stilista.

Torniamo alle periferie… come si valorizzano?

Attraverso l’impianto di elementi socializzanti, non c’è niente da fare. Le periferie devono contenere luoghi di socializzazione, devono garantire servizi sociali che non sono solo la scuola, l’asilo, ma sono luoghi d’incontro, come ad esempio i cinema, i piccoli teatri… a Parigi è già così. Nelle periferie di Parigi ci sono centri sociali importanti, teatri dove vengono messe in scena opere di registri importanti. Qui a Milano non si riesce: ad esempio, il Teatro Arcimboldi non ce l’ha fatta a diventare un punto di riferimento importante. Forse ora, che sta cercando di trovare una sua specializzazione, potrebbe diventarlo.

Perché Milano non ce l’ha fatta?

Perché Milano è troppo piccola. Non è un problema di mentalità, secondo me è troppo piccola. Parigi invece è molto più grande e quindi ha dovuto per forza creare questi centri di aggregazione che funzionano. Questo è un lavoro tipico da piano del territorio. Invece oggi la preoccupazione è quella di aumentare i cittadini, Voglio dire: a New York si vive benissimo, anche a Manhattan dove ci sono i grattacieli, ma sono i servizi che fanno la differenza. Si vive bene perché ci sono luoghi di aggregazione.

…il disegno industriale non c’è più… noi, prima, eravamo architetti che facevano design, oggi i designer non sono architetti quindi non hanno il senso dello spazio, non hanno un senso…
Parlavamo dell’architettura e della ricerca dell’eccesso: chi sono secondo lei le archistar?

La parola archistar è odiosa.

Perché?

È beffarda… un architetto può essere conosciuto o sconosciuto, internazionale o nazionale e questo è racchiuso nel suo curriculum… e il curriculum descrive quello che ha fatto o che non ha fatto e quello che farà. Archistar? Già la parola star è hollywoodiana: mi dite qual è la sede fisica, il luogo dove gli architetti diventano angeli? È ridicolo.

Chi sono queste star?

Le ultime… da Frank O. Gehry a Zaha Hadid a Rem Koolhaas… con loro è nato il nome archistar. Le archistar lavorano più sulle immagini che sulle figure concrete. Gehry costruisce sempre allo stesso modo, sia che faccia un museo, un auditorium o un aeroporto…

A proposito delle archistar, lo storico Joseph Rykwert ha detto – in un’intervista rilasciata nel 1990 – che lei è indifferente all’idea di essere considerata di moda, è anche disinteressata all’idea di passare di moda. Chi non teme ne l’una né l’altra cosa risparmia energia: va avanti con il proprio lavoro e aspetta che la moda lo raggiunga (…) lei è molto di moda, malgrado ci sia arrivata senza provarci… ?

Sì, è vero!

Si riconosce?

E be’, sì!

Parliamo di design. Lunedì 3 maggio nello studio del suo amico architetto Emilio Battisti si è parlato di design con Alessandro Mendini, Alberto Meda e Enzo Mari – Mendini è architetto, designer e artista nato a Milano, negli anni ’80 fu tra i rinnovatori del Design italiano; Meda è designer; Mari architetto e designer internazionale nato a Novara, universalmente considerato uno dei maggiori teorici del design italiano e mondiale – Il primo ha dichiarato che Oggi il disegno industriale non ha più alcun valore, di parere diverso Meda: Non è vero. L’oggetto industriale riesce ancora ad emozionare. Il più critico è stato Mari: Il design è finito, si è ridotto a quattro carabattole, non siamo capaci di fare più niente, dobbiamo abbassare la testa, lo sguardo e lavorare, dobbiamo lavorare come chi fa i prosciutti in una fabbrica, scendere dal piedistallo ed essere concreti. Lei che cosa pensa del design di oggi?

Oggi i giovani lavorano molto, ma lavorano sulle immagini…. come le archistar. Fanno tutto in stile. È tutto decorazione, non c’è più il disegno di una lampada o di una sedia prodotta dall’industria. Insomma questo Novembre – Fabio Novembre, designer e architetto nato a Lecce nel 1966 - ha fatto un culo di una donna – sedia Her, 2008 – ha in mente? Ecco allora io gli dico vaffanculo… tu scrivilo, se vuoi. Cioè l’anno scorso ha realizzato le Topolino, le macchine, in via Monte Napoleone con questi alberelli – “Le Fiat500 come fioriere”, esposte in via Monte Napoleone a Milano dal giugno 2009 a febbraio 2010 – Voglio dire, cosa crede di essere? Vuole rovinare le strade? … Credono di essere furbi…

È una provocazione?

No, è una stupidaggine. Va detto il nome vero di queste cose stupide. Sono stupidaggini.

Come dovrebbe essere il design di oggi?

Vanno ricercate nuove forme, ma sempre pensando alla produzione, creare per un senso collettivo delle cose, non per un senso di blasfemia individuale.

E rispetto a quello che hanno dichiarato Meda, Mendini, Mari… lei come si colloca?

Mari è un vero studioso e quando dice così protesta per come vanno le cose, però ha ragione. Mendini che è una persona molto intelligente e simpatica, ha sempre tentato di emergere e continuerà a farlo con la sua intelligenza e con le sue capacità.

Il disegno industriale esiste ancora?

Non c’è più, ha perso un po’ il senso. Guarda che c’è anche un’altra differenza. Noi per esempio prima eravamo architetti che facevano design, oggi i designer non sono architetti quindi non hanno il senso dello spazio, non hanno un senso… una lampada va disegnata per uno spazio non per se stessa.

È importante la multidisciplinarietà?

È ancora il contesto del design, è ancora una questione di contesto sia fisico, nello spazio, che concettuale.

C’è qualche giovane che le piace?

Non lo so, non li seguo più, faccio altre cose. Faccio architettura.

Vorrei toccare con lei un ultimo argomento: l’Expo. Lei è stata la prima firmataria della petizione per un Expo diffusa e sostenibile di Paolo Deganello ed Emilio Battisti, perché ha firmato?

Perché c’era un piano, quello d’origine, che non funzionava e quindi ho firmato volentieri dopo aver seguito i dibattiti nello studio di Emilio Battisti. E il dibattito è riuscito perché il piano è cambiato, quello attuale è interessante – leggi il Masterplan – Adesso però vogliamo batterci per un Expo diffusa per la città, anche questo è molto importante. Il Masterplan coinvolge anche le cascine, ma deve anche andare dentro la città e vedere di cambiare dei luoghi che sono la ricchezza non così espressa della vita sociale.

Che luoghi ha in mente?

Sa di quel progetto dei Raggi Verdi?

Sì, realizzato da Andreas Kipar

Esatto. Bisogna individuare dei luoghi da potenziare in modo che la gente, quelli che verranno, possano penetrare la città e non rimanere isolati, poi rimarranno per i cittadini. Io ho partecipato a Siviglia – ha realizzato il padiglione italiano nel 1992 – e abbiamo visto delle fotografie: il collegio degli architetti ha fatto scattare delle fotografie sia a Siviglia che a Saragozza del dopo Expo: bisogna costruire delle strutture che poi rimangono alla città.

E appunto… cosa rimarrà alla città?

Appunto, bisogna fare in modo che i progetti rimangano, non che rimangano le rovine. C’è il pericolo di lasciare delle rovine.

Non so se lei ha seguito la presentazione del Masterplan il 26 aprile al Teatro Strehler di Milano

No.

Sono state delle frasi che mi hanno colpito. Io so che lei è ottimista di natura. Vorrei riportargliele. Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti Roberto Castelli, in riferimento ai trasporti, ha detto Eravamo un fanalino di coda, adesso siamo diventati delle archistar. Il presidente della Regione Roberto Formigoni: L’Expo di Milano deve essere un modello per le prossime esposizioni e segnerà la cesura tra il secondo e il terzo millennio. L’amministratore delegato Lucio Stanca: Andrà tutto bene

Retorica pura.

Troppo ottimismo?

Come è possibile dire delle frasi così? Si spera che sia molto bella, ma soprattutto che lasci alla città qualcosa, non che tutto venga disperso e trasformato in rovina.

Secondo lei come andrà?

Ho paura che andrà in rovina. Se si esprimono con queste frasi retoriche, per definizione non succederà niente. Andrà male.

Parlavamo di giovani: in passato li ha criticati, ha detto che i giovani oggi sono troppo individualisti, però l’Ufficio di Piano dell’Expo ha scelto un gruppo di giovani neo-laureati. Quindi, forse, qualcosa sta cambiando…

Be’, speriamo di sì. Ma li hanno presi perché costano poco!

Non possiamo avere un pizzico di fiducia?! E in questo gruppo la maggior parte sono donne… lei ha dichiarato che l’architettura è misogina

Be’… oggi la maggior parte sono donne. Però secondo me è ancora così perché poverette devono fare più fatica. È un bene che siano la maggioranza, è positivo. Hanno molta più pazienza. E sono brave.

Devono fare più fatica?

Alla donna tocca ancora dichiarare di far bene e allora questo dover dichiarare, far capire che si fa bene, ti fa studiare di più. Per l’uomo è indifferente.

Cosa pensa del lavoro di Stefano Boeri, architetto della Consulta – Consulta Architettonica EXPO 2015: l’italiano Stefano Boeri, l’inglese Richard Burdett, lo spagnolo Joan Busquets, l’americano William McDonough e lo svizzero Jacques Herzog ? Lei qualche mese fa ha detto Questa volta nell’Expo hanno chiamato degli architetti che non sono italiani. Ce n’è solo uno di italiano che deve riuscire a farsi valere, a far sentire la propria voce. Ce l’ha fatta?

Secondo me tutta la Consulta ha lavorato bene, tutto il gruppo: c’è stato un cambiamento, ora il Masterplan va bene. Vediamo. L’idea è molto legata al tema quindi questa corrispondenza è già un risultato molto buono. Vedremo poi come andrà, perché per passare da un Masterplan a un progetto concreto non è così facile.

Ma non era ottimista di natura?

Io sto a vedere…mi auguro che facciano benissimo.

PHOTOGALLERY: Progetti di Gae Aulenti

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