
Che cosa pensa del dibattito sulle archistar?
Bisogna dimenticare l’individualismo dell’artist(a)rchitetto che ha contraddistinto l’ultimo decennio. Oggi quando si progettano le città e gli edifici è il caso di occuparsi del futuro, anche alla luce della crisi economica, del contesto multietnico e dell’incremento demografico. Questi devono essere oggi i nostri parametri. L’estetica non deve essere al primo posto, è un valore relativo e poi una società che non ha una grande morale produce un’architettura mediocre. In Francia, Olanda, Inghilterra, invece, l’architettura viene demolita, ricostruita, criticata, trasformata, attaccata e ammirata, e il tutto si svolge sotto lo sguardo attento dei media. Tutto ciò ha comportato notevoli vantaggi per gli architetti della cosiddetta fascia d’élite, vantaggi che vanno da una maggiore esposizione internazionale al vero e proprio status di stelle planetarie.
Cosa intende quando parla di crisi economica, contesto multietnico e incremento demografico?
Il problema sostanzialmente è vedere il rapporto che c’è tra una società civile e il suo modo di rappresentarsi attraverso l’architettura. Un modo che oggi va ricostruito. Il potere del pubblico è in declino mentre quello del privato è in ascesa. Dobbiamo ricordarci che la città era una volta una grande macchina e che l’ambito pubblico era un territorio di scontro, di scambio e magari di adattamento. Oggi nella prepotente spinta all’espansione che investe gran parte delle città, spesso lo spazio pubblico viene conservato solo all’interno delle attività economiche, nei centri commerciali. Le nuove urbanità si stanno sviluppando vicino alle tangenziali costruite per servire gli outlets; e noi non abbiamo ancora risolto i problemi del rapporto tra centri storici e periferie, tra spazi pubblici e spazi privati-pubblici. Cosa succederà quando i “circuiti dell’aria condizionata” si spegneranno?
Invece le archistar come si comportano?
Condivido Benevolo che a proposito scrive “le archistars … quegli architetti che costeggiano i canali della moda, del design, dello spettacolo, del marketing e spesso cercano una scorciatoia verso una posizione riconosciuta”. Il successo diventa quindi parte integrante della loro storia; e per alcuni di loro ne consegue laperdita di interesse nel continuare la ricerca.
Non è d’accordo con gli architetti Vittorio Gregotti e Paolo Portoghesi che definiscono Fuksas esibitorio e violento?
Dobbiamo parlare dell’Architettura non degli architetti. Prendiamo Fiera Milano, Fuksas è riuscito ad “ordinare” un luogo fieristico, iperprogrammandolo e soprattutto permettendogli di invecchiare, accumulare disordine, casualità, proliferare senza piano. E’ questa la violenza?
Quali sono allora gli edifici simbolo delle archistar?
Su tutti il museo Guggenheim di Bilbao di Gehry che salva una città.
E’ stato l’elaborazione potenziale di un nuovo rapporto fra economia ed architettura e conseguentemente un coinvolgimento più attivo dell’architetto nell’economia e quindi nella società. Ma la pressione commerciale spinge all’eccentricità e alla stravaganza e da Bilbao in poi tutti vogliono edifici che debbano essere come una sorta di manifesto e quindi devono sempre più inseguire l’eccentricità, come un’incontrollabile ossessione di grandezza che porta all’inefficienza.
Chi sono le archistar?
Sono personaggi riconosciuti in tutto il mondo, hanno fatto una specie di club degli intoccabili, si conferiscono a vicenda premi prestigiosissimi, finanziati da quelli che per anni sono stati loro clienti e hanno creato una sorta di circolo virtuoso che si autoalimenta.
Lei come si rapporta a un progetto quindi?
Generalmente preferisco ricevere direttive precise e quindi progettare un edificio adatto ad una determinata funzione. Ma quando non si hanno linee guida sono obbligato a progettare strutture che si adattano ad un ambiente instabile, imprevedibile. Tutto ciò si riduce al fatto che la funzione non determina più la forma. L’edificio diventa il risultato dell’interazione fra tre forze (noi progettisti, l’operatore immobiliare e la normativa) e spesso agiamo in direzioni diverse. Il progetto può diventare molto interessante.
Oggi come ci si deve rapportare al contesto?
E’ una questione di scala. Nelle metropoli oggi vale il principio di Koolhaas “Fuck the context”: hai di fronte a te un’iconografia così diffusa di esempi architettonici, di “non architettura” che non cerchi più alcun riferimento al contesto.
Parliamo del caso Ballarin, il vecchio stadio di San Benedetto del Tronto: lei è stato il primo a pensare a una riqualificazione dell’area ma poi la Fondazione Carisap – Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno – ha preferito chiamare l’archistar franco-svizzero Bernard Tschumi. Cosa ne pensa?
Avere un edificio-totem deriva dal malessere del povero piccolo ricco che richiede differenza e distinzione. San Benedetto del Tronto non ha bisogno di questo, non è Dubai, Beijing o Shanghai. Io sono contrario a quello che sta accadendo a Salerno, che considero città martire dell’architettura contemporanea: lì stanno confluendo architetture di grande impatto, ma trovo che oggi con la crisi economica sperperare denaro non è più accettabile dal punto di vista morale. Meglio un progetto di sviluppo della comunità che un monumento a cielo aperto.
Lei come avrebbe riqualificato quell’area?
Avevo disegnato un’arena in cui reazioni e comportamenti potevano generare funzioni diverse. Uno spazio, una sorta di ‘piazza-scultura’ che dava l’illusione della distorsione della prospettiva e soprattutto vivendolo permetteva di recuperare il paesaggio marino occluso.
L’architetto Tschumi ha dichiarato: Vorrei che fosse un generatore di attività e di cultura. Cosa ne pensa?
L’ambito di intervento ha dimensioni modeste, è un ex campo sportivo, quindi il generatore non so cosa riuscirà a produrre. La ricchezza, invece, l’aveva data il mare (ed i marinai) attraverso lo scambio di esperienze e di idee. Ultimamente la urbatettura ha prodotto una riqualificazione che è più ornamentale e rivolta al piacere che usata per riflettere la ragione di esistenza di San Benedetto stessa.
C’è forse un velo di rammarico nelle sue parole?
No, anche io oggi rivedrei il mio progetto. Sostituirei il vecchio campo di calcio con un prato verde, un “vuoto” quindi. Ma per giocarci con la mente. E non costerebbe (niente).
Ha dichiarato di essere apprezzato in Cina ma dimenticato in Italia. È vero?
In Cina sono stato premiato per le Kunlun Towers. Sono stato definito una variabile random forse perché a Milano, Roma, Firenze, Napoli scorrono gli eletti, i titolati, gli autorizzati (gli imprenditori forse?) che afferrano le occasioni; al di fuori arrancano gli altri, raggiungendo forse i 15 minuti di celebrita’. Questa interpretazione può sembrare esagerata ma ben riflette la logica dello spettacolo che stiamo vivendo in Italia.
Cosa vuol dire?
Vivo a San Benedetto del Tronto, una periferia, non è una città ricca, né un città di potere. È difficile emergere.
Lei però all’estero è famoso, meno in Italia, perché?
In Italia è la politica, più di ogni altro fattore, a dettare il destino degli studi di progettazione; io non compaio nel libro paga dei grandi costruttori e non sono neanche iscritto al club di Topolino …
Milano, 29 gennaio 2010
Greta La Rocca e Dayana Ghezzi
HOUSE, LIVING AND BUSINESS
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