Per me archistar è un termine negativo. Rappresenta la categoria di chi non si approccia a un progetto in modo razionale e non assume un atteggiamento critico. Le opere architettoniche diventano oggetti di marketing, espressioni bizzarre e singolari dell’artista. Alle archistar non interessa il contesto urbano. Loro vanno contro l’identità di un luogo.
Al primo posto dobbiamo mettere il bisogno urbano. Noi architetti abbiamo il compito di dare un ordine morfologico, di creare degli spazi collettivi, in modo che ci sia armonia tra le forme. Gli architetti bravi sono tanti, ma alcuni non applicano il talento nel modo corretto. Non sono grandi artisti quelli che realizzano altro rispetto al tessuto urbano. Le loro non sono grandi opere.
Fuksas è esibitorio, cioè esibisce se stesso con le sue opere. Di Michelangelo ce n’era uno solo. Non è il tempo delle scoperte, delle innovazioni, delle sperimentazioni. La decorazione non funziona, l’ornato non va. Le opere “stortignate”, cioè deformi, non possono essere capite. Botta, invece, è un ottimo architetto, mi piace e lo ammiro. Ma infatti è svizzero, non è italiano. La Svizzera è un paese più civile dell’Italia e rispetta la civiltà urbana. Non bisogna occuparsi dello spazio urbano e dell’architettura come se fossero opere d’arte ingrandite. I progetti devono essere semplici e funzionali. Il rapporto tra gli edifici è importante quanto le opere stesse.
Ad esempio il nuovo palazzo della Regione – Architettura Studio Pei Cobb Freed Partners New York: è collocato in una posizione assurda, è in evidente contrasto rispetto al contesto e non è nemmeno funzionale visto che i due edifici sono staccati e distanti tra loro, c’è quindi anche un problema di accessibilità. O la nuova Fiera – Architettura Massimiliano Fuksas: edifici ridicoli, realizzati per esibire se stessi e mettersi in mostra. Il progetto di Renzo Piano, invece, era molto più bello, ma è stato bocciato, evidentemente perché ha ricevuto offerte più basse. Quindi l’origine della scelta è peccaminosa e anche questo è un problema.
Il quartiere Zen di Palermo, da un punto di vista architettonico, per me rimane un successo. Fuksas lo critica solo perché non capisce la realtà. È un fallimento da un punto di vista politico e sociale, ma non architettonico. Lo rifarei così com’è, io non potevo prevedere che i servizi promessi non sarebbero stati realizzati.
La colpa è della mafia. Io ho fatto l’errore di sottovalutare che in Sicilia c’era la mafia. Per questo motivo oggi mancano ancora dei servizi.
Lo Zen è perfetto, perché risponde al problema per cui è stato costruito. C’era la necessità di realizzare un’area per chi si trasferiva dalla campagna alla città, quindi ho ripreso le costruzioni del ‘700. Prima di iniziare un’opera, analizzo l’ambiente, individuo il problema e progetto poi una soluzione. E in quel caso dovevo creare un ambiente che rispecchiasse i bisogni di quelle persone. E lo stesso è accaduto con il quartiere Bicocca. Ho cercato di costruire una periferia a modello del centro storico: doveva essere multifunzionale e non solo un dormitorio multisociale e doveva essere arricchita da infrastrutture che avessero funzione di richiamo, come l’Università Bicocca o il Teatro degli Arcimboldi.
È troppo facile criticare senza una valida motivazione. Chi lo fa, non capisce il problema che c’è alla base di un progetto: io parto da una domanda e cerco di dare una risposta, o almeno ci provo. Chi ha successo non fornisce risposte, cerca solo l’esibizione e l’esaltazione del sé.
Andare a vivere in questi quartieri? Cosa c’entro io? Io sto bene dove sono, quei quartieri hanno un senso rispetto a quei contesti urbani e alle persone che vivono lì.
Un bosco in piazza Duomo? Come fa Renzo Piano a pensare di farlo? È stata sicuramente una battuta, una provocazione. È un’idea assurda. La piazza del Duomo è uno spazio pubblico, un progetto di questo tipo non avrebbe senso, ne ucciderebbe l’identità.