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Toshiyuki Kita «Un design fatto
di funzioni è solo una provocazione.
Gli oggetti devono emozionare»
Sono un designer tecno-ecologico, cerco l'armonia
tra tecnologia e natura, realizzo progetti non pericolosi
e non costosi, belli e durevoli, fatti di materiali solidi
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Un architetto che fa il designer, un giapponese che è venuto a Milano per studiare design e ha scoperto che nel nostro Paese, negli anni Sessanta, non esisteva una cattedra di Disegno Industriale, nonostante il grande fermento artistico e sperimentale. Oggi fa la spola tra lo studio di Osaka e quello lombardo, per contribuire in prima persona al nuovo design, capace anche di sopperire mancanze sociali. Il suo robot Wakamaru, progettato nel 2002, sa sorridere, come farebbe Kita stesso, come un perfetto giapponese davanti alla macchina fotografica, perché chi lo possiede riconosca in lui un amico.

Crea oggetti per anziani e bambini perché la società di oggi è cambiata e serve qualcuno che ritrovi i tradizionali equilibri: Una volta esistevano grandi famiglie in cui il bambino cresceva circondato da genitori, zii, cugini e nonni. L’anziano era rispettato per la propria saggezza e sostenuto quando non riusciva più a svolgere le proprie mansioni quotidiane. Oggi il design viene in loro soccorso.
Riconosce in Leonardo da Vinci un grande designer, crede nel riciclo degli elementi, riscopre materiali usati anche 600 anni fa, cerca nuovi sistemi per riproporre il concetto di piazza, perché quella tradizionale non esiste più. Kita è un artista poliedrico che riesce ad emozionarsi progettando nuovi sistemi elettronici, un designer che rispetta l’ambiente, ma non pensa che la decrescita sia una soluzione, e lavora per rendere felice il consumatore finale. Perché il design non è solo funzione

Architetto Kita, la sua attività si divide tra due studi: uno nella sua terra natale, il Giappone, a Osaka, e l’altro in Italia, a Milano. Perché proprio in Italia? Che cosa le ispira e le ha ispirato il nostro Paese? Perché non la Francia o gli Stati Uniti?

Mi sono trasferito in Italia perché qui, negli anni Sessanta, è iniziato un movimento del design, con una nuova attività con personaggi come Achille Castiglioni e Vico Magistretti – Castiglioni è architetto e designer, nato a Milano nel 1918 dove è morto 84 anni dopo. Nel 1956 è stato anche tra i fondatori dell’ADI, l’Associazione per il Disegno Industriale. Magistretti, designer e architetto è nato nel 1920 a Milano dove è morto nel 2006. Anche Magistretti nel 1956 è tra i soci fondatori dell’ADI. La particolare attenzione rivolta al tema della casa e dell’abitare finisce per monopolizzare, a partire dagli anni ‘60, la sua attività di architetto – un nuovo fermento di portata mondiale. Ed io sono voluto venire di persona a vedere cosa stava accadendo. Il movimento di novità non era solo in Scandinavia negli anni Cinquanta-Sessanta. Nel dopoguerra, si avvertiva forte anche qui con un grosso cambiamento nello stile di vita. Negli anni Sessanta vi fu il boom delle abitazioni: gli italiani iniziarono ad avere case con stanze più spaziose e iniziarono a mutare anche le loro abitudini sociali. Invitavano a casa gli amici, come nei salotti settecenteschi. Ciò portò nuove esigenze di arredamento, illuminazione e design. Fu in quell’epoca che nacque, per esempio, l’industria della cucina componibile. Venni qui pensando che a Milano ci fosse una scuola di design. Ma fui stupito quando mi accorsi che non esisteva. Così, scoprii che il gusto, il design tipicamente italiano nascono dallo stile di vita domestico in un’epoca in cui si usciva dalla povertà e si iniziava a vivere bene, con un diverso tenore di vita.

Oggi come vede l’Italia?

Oggi l’Italia è un po’ meno all’avanguardia. Adesso ogni casa è ben arredata: il mercato del design ha meno spazio. Inoltre, ci sono problemi economici. Ma, nonostante questa difficoltà, il Salone del Mobile di Milano – 14/19 aprile 2010 – resta un punto di riferimento per tutto il mondo. In particolare sono emersi numerosi giovani designer provenienti soprattutto da Taiwan, dalla Cina e dalla Corea del Sud. Quest’anno, poi, era molto interessante anche il Salone Satellite. Nonostante la crisi economica, è stato un evento importante per il settore.

Restando a Milano. Cosa si aspetta dall’Expo 2015?

Ho partecipato all’Esposizione di Siviglia nel 1982, a quella di Osaka nel 1970 e sono andato a Shanghai ad assistere alla preparazione dell’Expo 2010 iniziata il primo maggio. Un avvenimento importante per la Cina che è un Paese giovane nel settore del design e dell’architettura. Per Milano è sicuramente importante la costruzione di nuove infrastrutture. Quanto all’evento in sé, essendo la città già al centro del design mondiale, con una consolidata cultura del settore, non ha bisogno di un grande centro espositivo. Non ha bisogno di fare le cose troppo in grande. Per riuscire questa iniziativa ha bisogno anche solo di una piccola novità che l’inventiva italiana è in grado di trovare.

In 40 anni della sua attività com’è cambiato il design?

Oggi il termine “design” ha acquisito una particolare importanza. Alcuni governi che sono stati a lungo chiusi all’esterno si sono accorti di quanto possa essere importante. Il governo cinese, per esempio, ha dichiarato che Il design è una nostra risorsa. Se in passato il design erano solo forme e colori, oggi il concetto è molto più complesso. Abbraccia nozioni di funzionalità, meccanica, sicurezza nell’utilizzo, economia della creazione, ecologia nell’uso dei materiali, responsabilità sociale e comunicazione. Inoltre, se l’oggetto di design è buono, ha valore, il consumatore è il primo ad accorgersene.

Con queste – del tutto legittime – esigenze di funzionalità, di sicurezza, di economia nella creazione, il design è ancora arte?

No, il design non è arte. Esiste una differenza tra l’artista e il designer: il primo crea in perfetta solitudine e poi, una volta realizzata la sua idea, mostra l’opera agli altri. La espone al giudizio del pubblico. Il designer non crea per se stesso e produce. Per il designer è importante il consumatore, è importante per chi si produce. Se un prodotto di design non si vende, non ha senso.

Il design abbraccia nozioni di funzionalità, meccanica, sicurezza nell’utilizzo, economia della creazione, ecologia nell’uso dei materiali, responsabilità sociale e comunicazione. No, il design non è arte.

Quando inizio un nuovo progetto, chiedo sempre, preliminarmente, di incontrare il direttore marketing dell’azienda con la quale lavorerò. Per me è importante sapere se si vuole un prodotto di alta o media qualità, sapere per quale pubblico è fatto e su quali mercati andrà. Quali risorse intende investire l’azienda. Di quali attrezzature dispone: perché se io voglio fare 10mila pezzi di un oggetto con un macchinario che ne produce poche decine all’ora, farò molta fatica.

Ma allora il designer è solo un tecnico?

No, per me è importante l’emozione che si ispira alla gente. Quando ho creato Wakamaru, un simpatico robot per la compagnia e l’assistenza di bambini ed anziani, mi sono concentrato sugli occhi. Perché per me gli occhi sono espressivi, comunicano l’interiorità di una persona. – Wakamaru nasce nel 2002 in Giappone per la Mitsubishi Heavy Industries. È un robot interattivo configurato con un computer dotato di connessione Internet: riconoscendo volti e comandi vocali, è in grado di rispondere a domande specifiche, fornire informazioni, muoversi e soprattutto sorridere.

Sul design vi sono diverse scuole di pensiero. Lei, creatore per Kartell, sostiene che Chi ha fatto il design italiano ha dovuto tener presente il rapporto con la realtà, fondamentale nel processo creativo: si fanno oggetti da usare. Per Paola Antonelli, curatrice del Dipartimento di architettura del Moma, il design contemporaneo sta diventando immateriale, tanto che Molti designer hanno abbandonato la produzione di oggetti e si sono occupati di pura visualizzazione. Nel museo americano sono esposti gli interfaccia dei sistemi operativi, la segnaletica digitale dei trasporti e i videogame come Sim City e la collezione del simbolo @. Pensiamo poi a The Cloud di Carlo Ratti, architetto e ingegnere che opera a Torino, una gigantesca nuvola digitale che dovrebbe galleggiare sullo skyline di Londra per i Giochi olimpici del 2012, una nuvola di una membrana gonfiabile trasparente. Per arrivare alla provocazione di Marti Guixé, lo spagnolo che si definisce un ex-designer, secondo il quale arriveremo a un mondo fatto di funzioni senza prodotti. Cosa è vero?

Arrivare alla funzione senza prodotto? Non credo. È solamente una provocazione.

Lei si definisce un designer tecno-ecologico. Che cosa significa?

Per me il design è un’armonia tra noi e la natura, tra la tecnologia e la natura. L’oggetto che produco deve essere il frutto di un rapporto bilanciato tra queste componenti. Bilanciare questi aspetti significa progettare e realizzare cose non pericolose, non costose, belle e durevoli, di materiali solidi, che non si rompano.

Tenere presenti tutti questi aspetti implica una serie di conoscenze che spaziano dalla progettazione all’ingegneria, dalla fisica alla biologia? Bisogna avere una grande cultura come Leonardo da Vinci…

Sì, per come lo intendo io, Leonardo era un designer. Quanto a noi, venendo ai giorni nostri, io concepisco il design come co-working, un lavoro di gruppo che riunisce tante professionalità. In Giappone, le grandi aziende hanno un proprio designer interno. Quando progettai il televisore della Sharp, fui il primo consulente esterno – del televisore LCD Aquos, del 2001, attualmente esposto nei musei di Monaco di Baviera e Amburgo, Kita scrisse: “Mirai ad un prodotto nuovo di validità mondiale che si allontanasse dall’aspetto “inorganico” del monitor inserendo fattezze “organiche” nelle parti che collegano le superfici e nei dettagli”.

Può spiegare meglio che cosa vuol dire per lei essere un designer ambientalista?

Il mio è un design che deve vivere con l’uomo, la natura, fatto con materiali naturali. Dalla metà degli anni Sessanta ho incontrato numerosi artigiani che creano prodotti di alta qualità in legno, ceramica, carta fatta a mano, lacca, filati di origine naturale usando tecniche tramandate da centinaia di anni. Ho scelto di collaborare con loro, mirando a proiettare tutto questo sia nella nostra vita quotidiana attuale sia nelle future tecnologie. Da queste esperienze ho capito che nel passato l’uomo ha sempre cercato di vivere piacevolmente la sua vita quotidiana avendo gran cura delle cose e grande considerazione per i suoi simili e per la natura, in un rapporto stretto che della vita costituiva il fulcro.

Il mio è un design che deve vivere con l’uomo, la natura, fatto con materiali naturali… Per me il design è un’armonia tra noi e la natura, tra la tecnologia e la natura.
Aldo Cibic afferma: L’architettura oggi è estremamente superficiale perché non dà risposte ragionate. Non mi limito a realizzare ad esempio una sedia per un cliente, ma mi approccio al lavoro in modo diverso, mi pongo su un altro piano e mi chiedo: a me cosa piacerebbe creare? A me cosa piacerebbe vedere? Che cosa non c’è? Che cosa ancora non è stato creato? Che cosa serve? Parto da un’analisi, è quello che gli inglesi chiamano Il design thinking: non lavoro se prima non ho un’idea della società in cui viviamo e di quello che alla società può servire oggi. Il design nasce da una strategia: bisogna pensare a una storia narrativa intorno all’oggetto. Strategia e narrativa, quindi, sono alla base del lavoro di un designer. Lei cosa ne pensa?

Sono totalmente d’accordo con Cibic.

L’architetto Piero Lissoni (che ha appena firmato il primo progetto eco sostenibile di Poltrona Frau: il divano Cassina Aire) vuole sfatare un mito. Sostiene che Il design verde è caro e inquina. Ma è il futuro e sarebbe inutile negarlo. Qual è la sua idea?

Costa all’inizio, ma poi non è più costoso dell’altro tipo di design. Certo, si deve pagare un prezzo iniziale per convertirsi a questa nuova concezione. Io mi sono posto il problema fin da subito e fin da subito ho cercato materiali disponibili in natura e meno costosi di altri ma pur sempre con buone performance. Tra poco tempo il green design sarà normalissimo. Già adesso ci stiamo avvicinando al design verde in modo naturale. Del resto, con questa grande malattia del globo che è l’inquinamento, 6,8 miliardi di persone che generano anidride carbonica, bisogna necessariamente produrre meno emissioni in atmosfera e utilizzare meno energia. Certo, prima di progettare un oggetto è opportuno fare una valutazione dei costi dei materiali e della loro lavorazione – Quest’anno Toshiyuki Kita ha creato HOTEI, un prototipo realizzato per alcuni produttori thailandesi. Si tratta di una serie di mobili, sostituendo al bambù il giacinto d’acqua intrecciato, una specie di pianta acquatica, considerata oggi infestante perché, sviluppandosi velocemente, è in grado di invadere fiumi e laghi in brevissimo tempo. Al pari del bambù o di altri elementi naturali, anche questo arbusto può essere perfettamente impiegato nella produzione di mobili, nel pieno rispetto per l’ambiente.

Il pianeta Terra è malato di inquinamento, risorse naturali che si riducono… è ora di pensare alla decrescita per necessità?

La decrescita non è necessaria. Si pensi alla cultura giapponese: per oltre due secoli (dal 1639 al 1854) si è chiusa agli stranieri. Si sarebbe detto che sarebbe uscita impoverita da questo. E invece, ha fatto fermentare l’influenza ricevuta da altre culture asiatiche e dalla Polinesia come il mosto nel tino. Come risultato i vari elementi si sono fusi assai finemente a creare la cultura giapponese. Grazie all’inventiva e all’operosità umana con pochi materiali come la carta si sono pensate mille soluzioni. Si pensi agli origami. Anche in Occidente, nella civiltà preindustriale ci si – scusi il gioco di parole – industriava a recuperare molto più di oggi. Con ciò non voglio dire che oggi si debbano usare solo materiali poveri, che debba prevalere il minimalismo. Si possono benissimo fare anche oggetti in marmo o frutto di melting pot, mescolanza di materiali diversi, frutto di lavorazioni diverse da mettere insieme in oggetti originali e utili.

Oggi riciclare è importante?

Sì, è importante. Quando si fa qualsiasi attività, bisogna subito porsi il problema di non sprecare risorse. Dopo una sfilata di moda, per esempio, si deve pensare a come riciclare i vestiti indossati dalle modelle. Non va poi sprecato il cibo. C’è chi ha pensato di far essiccare gli avanzi di pasti per servirsene come combustibile per produrre energia. Io ho realizzato una panca fatta di un unico tronco. Oppure oggetti in alluminio, facile da riciclare – TRONCO, nel 2007 per Stile LIFE, in Giappone. È una panca regolabile in lunghezza, in grado di adattarsi da uno a quattro posti. Unendo armonicamente il fascino naturale del legno con l’alluminio, materiale riciclabile, il progetto rappresenta un esempio della ricerca del perfetto equilibrio tra la natura e la nostra vita quotidiana. La Criptomeria Japonica di Kitayama, a Kyoto, da anni è stata utilizzata come “Tokobashira”, la colonna di legno dalla forte valenza simbolica nello stile abitativo tipico della tradizione giapponese. Da oltre 600 anni gli artigiani giapponesi contribuiscono con le loro tecniche alla cura di questi boschi, che altrimenti andrebbero in rovina. Tuttavia oggi il suo uso sta lentamente scomparendo a causa del forte cambiamento nei moderni stili di vita. Trasformando il tronco della Criptomeria Japonica in una seduta moderna, Toshiyuki Kita ha inventato un nuovo impiego per questo legno straordinario.

Come si evolveranno le città secondo lei? L’urbanista Edoardo Salzano afferma: C’è una città della tradizione europea il cui significato più profondo è la piazza come luogo aperto al pubblico. Tutti si incontrano, tutti hanno parità di diritti. E c’è poi appunto la città che si espande sul territorio senza distinzioni. Questo è un modello che ormai raccoglie più della metà degli abitanti del pianeta ed è una città destinata a trionfare. Se intendiamo città quella che c’è nella tradizione europea, quella è una città a rischio per una serie di eventi complessi che non incominciano ieri, ma che in molti anni e in molti decenni hanno avuto una forte accelerazione. Il rischio è la sostituzione del cliente al cittadino, dello spazio privato allo spazio pubblico, la sostituzione del luogo dove si entra solo per comprare alla piazza, al luogo aperto a tutti.

Così come la televisione e l’automobile hanno cambiato la nostra vita, muterà anche l’urbanistica. Una volta ci si incontrava in piazza per il bisogno di informarsi. Oggi non ce n’è più bisogno. Si sta comodamente seduti a casa. Però le tecnologie da sole mi spaventano: occorre il contatto umano, c’è il bisogno di una nuova piazza che sostituisca quella che abbiamo perduto. Con i centri commerciali oggi c’è il rischio che il cittadino si trasformi in consumatore. Il grande supermercato funziona. Ma è altra cosa dal mercato rionale dove non si perde il contatto con la gente, il dialogo. Dove resta un tessuto sociale. Nei negozietti c’è un rapporto umano importante per gli anziani e anche per i bambini. Occorre limitare la costruzione di centri commerciali. Se lei va a Los Angeles, si accorge che la gente è sola. È una città enorme fatta di shopping centre e di aree residenziali con strade in cui si incontrano solo automobili. Quartieri in cui gli abitanti non hanno modo di incontrarsi. La gente vive in estrema solitudine. Mentre a Milano, nelle vie commerciali c’è un dialogo tra gli abitanti, con gli stessi negozianti. Nel progettare le nuove città le archistar devono anche pensare a luoghi in cui far comunicare le persone tra di loro.

Architetto, su che cosa sta lavorando attualmente?

Al momento sto realizzando un robot con una tecnologia all’avanguardia che trasferisce in voce intere pagine internet. Si tratta di uno strumento pensato sia per chi ha delle disabilità, come gli anziani, ma anche per chi intende navigare sul web mentre fa altre cose. Come oggi è diventato un automatismo tenere accesa la televisione mentre si prepara la cena.

Lei ha realizzato molti oggetti per anziani e per bambini. Perché?

Tanti designer sono giovani e pensano solamente ad un pubblico di giovani. Io ritengo invece che il design debba avere una propria utilità per tutti. Deve poi venire incontro ad un tipo di società che si è impoverita: una volta gli ambienti domestici erano materialmente più poveri ma più ricchi socialmente. Esistevano grandi famiglie in cui il bambino cresceva circondato da genitori, zii, cugini e nonni. L’anziano era rispettato per la propria saggezza e sostenuto quando non riusciva più a svolgere le proprie mansioni quotidiane. Oggi il design viene in loro soccorso.