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Tim Richardson
Tim Richardson. I giardini sono
finti luoghi di piacere molto reale
Dopo Avant gardeners, ecco i Paesaggi del Futuro
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Scrivere di teatro, pasticceria e giardini. Un’esistenza, almeno all’interno dei confini della professione, rigorosamente condotta, sul filo dell’ossequio al piacere. Il più sublime, su cui tessere teorie e intavolare il dibattito, a colpi di speculazioni dotte e più frivoli materie.

Il poeta è un fingitore.‚Ä®
Finge così completamente‚Ä®
che arriva a fingere che è dolore

il dolore che davvero sente. 

Fernando Pessoa


E se al posto della parola “dolore” scrivessimo “piacere”, che ne è, in effetti, il doppio sempre sotteso e insieme negato?‚Ä®
Allora, forse scriveremmo di dolci come luogo elettivo della tentazione e giardini come rappresentazioni politiche o, viceversa, specchi dell’edonismo della nostra contemporaneità. E ci firmeremmo Tim Richardson, corsivista del The Guardian e de The Daily Telegraph e scrittore, regista di una delle più interessanti operazioni sul fronte della critica della progettazione di giardini e paesaggi, con il libro Avant gardeners, che ha disegnato i contorni, definendola, di una nuova categoria di paesaggisti e, per l’altro verso, di giardini, spazi urbani e parchi pubblici e che oggi lancia un festival di giardini, collaterale al più blasonato e storicamente fondato – naturalmente alludiamo al Chelsea Flower Show – e un nuovo libro, Futurescape, in libreria il prossimo 22 agosto – e di cui ci auguriamo, a giudicare dalle anticipazioni avute, anche nel corso della nostra chiaccherata con lui, che segua presto un’edizio ne italiana.
Lo abbiamo intervistato per sapere di questo e di quello, e di molto altro, approfittando della deliziosa disponibilità di un osservatore acuto e puntuale indagatore di fenomeni sul punto di accadere.
Teatro, dolci, giardini sono finzioni, rappresentazioni ludiche della vita. Per lei la vita è un gioco? Vivere è giocare?
Sono d’accordo nel dire che la progettazione di giardini e di paesaggi, in quanto interamente prodotti da esseri umani, sono finzione, mero artificio. D’altra parte, la consistenza del rapporto con il proprio giardino è così intensa, sovente, che, potrei dire, per alcuni proprietari il rapporto appare più profondo di quello con le rispettive mogli, o mariti. Se, in un certo modo, è finzione, non è per questo meno concreto, è un’espressione dell’umana attività. Se si pensa al mondo dell’arte, l’enfasi viene posta sulla creazione di un oggetto inviolabile e non soggetto a cambiamenti. Nel caso del giardino, si tratta di una collaborazione, che ha natura di un compromesso. Gli artisti non sono in grado di controllare del tutto quello che hanno fatto, è una continua lotta con il tempo atmosferico e con le piante, sempre a rischio di morire.
La morte è parte del ciclo della natura, ma i giardini devono escluderla.
Certo. Elemento chiave, quando si parla di giardini, è il cambiamento. Negli anni, e durante ogni singolo anno, nel corso delle stagioni e, scendendo nel dettaglio, nel corso di una singola giornata, di un singolo minuto e secondo. I cambiamenti del tempo sono la base sulla quale si costruisce e concepisce il giardino. Vero è che non tutti i progettisti si curano allo stesso modo dello scorrere del tempo. Alcuni lasciano che le cose vadano come devono andare. Un po’ una metafora della vita, no?
Qual è il ruolo del piacere nel lavoro del progettista di giardini?
Si tratta di un piacere edonistico, dato dalle piante, dai colori, da ciò che si sente nel rapporto con loro. Un piacere che deriva anche dall’estetica, da un bel progetto, che organizzi in modo armonioso gli spazi, da come la verticalità degli alberi e la quinta del cielo interagiscono con la scansione orizzontale degli spazi. Il giardino ha anche a che fare con l’invisibile, ovvero il suo significato profondo. Che può assumere le più varie forme: a volte, è legato alla storia del giardino, del luogo e delle persone che vi hanno gravitato; a volte può avere un significato più personale. Accade che qualcosa, nel giardino, parli a chi lo visita.
In che modo?
Io credo che i giardini possiedano la capacità di sentire il luogo, racchiudano il significato e lo spirito del posto dove si trovano, ne esprimano il genius loci, qualcosa di cui ha parlato il poeta Alexander Pope e di cui si parla tanto. Credo davvero che i luoghi abbiano dentro di sé atmosfere, densità quasi emotive, una essenza sensibile che gli uomini possano cogliere, e apprezzare. I giardini e i paesaggi non sono semplici contenitori, vuoti, nei quali si riflettono sentimenti già esistenti. Hanno dentro qualcos’altro, qualcosa di più. Nel libro Avant Gardeners io parlo di “psicotopia”, qualcosa che sta a metà, a che fare con il potere del luogo e con il rapporto tra la psicologia del luogo e quella di chi vi si trovi. Questo è ciò che intendo con invisibile, con significato nascosto dei luoghi. E non è un caso che i progettisti raccontino di luoghi che parlano con loro.
Noi sappiamo di vivere in una società individualista, nella quale il piacere edonistico gioca un ruolo importante. Il piacere che dà un giardino concettuale è, credo, un’esperienza fortemente individuale. Possiamo considerare, dunque, l’arte del giardino concettuale uno specchio dei nostri tempi?
Certamente, tutti i giardini hanno a che fare, in parte, con un’esperienza individuale, oltre che di interazione, perché tutti entriamo in un giardino come singoli individui. Molti giardini concettuali, d’altra parte, sono spazi pubblici e più di quelli privati sono concepiti e costruiti come spazi fruibili da molte persone. Sono parchi, piazze e, anche se chi li visita non capisce il significato che li avvolge – non è importante, l’importante è che funzionino.
A volte capita che lo realizzino improvvisamente, dopo averli frequentati per anni, magari per averne letto da qualche parte. Non penso proprio che questi posti siano solo parchi giochi per individui, c’è molto di più, non soltanto piacere edonistico, contemplazione o riflessione. Sono usati per molteplici attività.
Ovvero? che tipo di spazio sociale è lo spazio urbano disegnato da un paesaggista concettuale?
Molto spesso i giardini concettuali hanno funzioni molto specifiche. Sono zone all’interno dei parchi, magari concepite e costruite specificamente per giocare a scacchi; altre volte, possono avere una funzione commemorativa, come quei parchi costruiti su vecchie industrie o su spazi prima destinati ad altre funzioni. Possono essere aree gioco per i bambini o, ancora, realizzati in modo che vi si goda una vista panoramica sulla città. In generale si tratta di posti in cui la gente può stare, esistere, liberamente, senza essere diretta e controllata nelle sue azioni e percezioni. Sono anche luoghi in cui le persone possono scegliere cosa fare, e il semplice fatto di trovarsi fuori, all’aperto, oltre che comunicare un senso di libertà, è parte del loro significato estetico. Si ha un atteggiamento completamente diverso nei confronti del mondo, quando ci si trovi fuori dalle mura domestiche.
Possono essere esperienze anche molto disorientanti. Penso alle installazioni di Claude Cormier, Blue sticks (a Somerset, Gran Bretagna, 2004). Sono psichedeliche, estranianti, tolgono i riferimenti allo spazio in cui si trovano, creando di fatto un altro spazio. Non è così?
√à vero, anche se si tratta, appunto, per lo più di installazioni, che non riempiono completamente lo spazio, ma sono localizzate in punti precisi. Il disorientamento, che io definirei meglio come illusione, fa parte della storia della progettazione dei giardini ed è qualcosa di cui, di norma, si è deliziati. √à l’elemento chiave di un lavoro ben fatto, insieme alla varietà e alla sorpresa. Quello che lei definisce disorientamento può davvero diventare una parte interessante e bella dell’esperienza del giardino.
Aggiungerei che un’altra parte interessante dell’arte del giardino è la relazione con la scienza. I giardini sono sempre stati i luoghi dove le idee scientifiche potevano essere esibite o messe alla prova: parlo dei trucchi, dei giochi di percezione e di prospettiva, grazie ai quali si può rendere lo spazio più grande o più piccolo, e dilatare la percezione del tempo. Si possono creare illusioni alternando passaggi luminosi, di luce, e passaggi al buio, disorientando, appunto, facendo perdere il senso dei confini spaziali di dove si è. Le persone adorano fare questo tipo di esperienze. C’è un giardino in Inghilterra chiamato Biddulf Grange, vittoriano e del tutto atipico, che contiene tante stanze e tanti giardini, quello egiziano, quello cinese, quello inglese, passando da uno stile all’altro nel giro di pochi metri. La parte cinese è piena di ponti rossi, campane, dragoni, tutto questo nel cuore della vecchia Inghilterra! D’improvviso, ecco un altro mondo, un altro episodio, si è in America ed è tutto diverso. Un gioco, che proietta in un mondo a parte. Non si dimentichi che il giardino è divertimento, e piacere. Ci si aspetta sempre qualcosa dai giardini. Non sono forse i luoghi per eccellenza del romanticismo e delle passeggiate pensose?
Certo sì, almeno quelli tradizionali. Ma in quelli concettuali, come funzionano i rapporti tra persone, il piacere individuale di trovarsi lì viene amplificato e supportato dalla presenza degli altri, oppure no
I progettisti vengono da una cultura modernista per cui progettano spazi che accolgano e vengano utilizzati da più persone. Per quanto sperimentino organizzazioni spaziali lontane dal modernismo, nella maggior parte dei casi non si perde di vista la missione sociale insita nella progettazione di paesaggio e giardini. Personalmente, poi, non penso affatto che i giardini concettuali siano concepiti per essere fruiti individualmente. Non ci può essere lo stesso rapporto che il visitatore di un museo ha con il quadro che osserva. I giardini concettuali restano spazi sociali: possono contenere aree che aprono a un’esperienza più individuale, accanto ad altre dove si prevede, invece, un’interazione tra le persone. Mi viene un progetto, in Giappone, a Gifu, i Kitagata Apartments di Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa. In questo complesso di appartamenti, si trovano aree differenti, ognuna delle quali progettata per un diverso gruppo di età. C’è un’area dove i bambini possono giocare, un’area per i preadolescenti, una per gli adolescenti, una per i fidanzati, per gli anziani e così via. [La progettazione del complesso, costruito negli anni '94-98 studia la scansione degli spazi in modo da favorire la socializzazione degli abitanti, ndr].
Sembra molto divertente. Il suo nuovo libro, Futurescapes, che uscirà ad agosto, parla di molti tipi di progettazione del paesaggio, compreso quello concettuale. Ce ne parli.
Ho raccolto quindici aziende, a livello internazionale, che si occupano di paesaggio facendo un lavoro, a mio giudizio, innovativo e peculiare. Si tratta di variegati tipi di lavoro e di aziende molto eterogenee tra loro. Alcune hanno varie sedi nel mondo ed impiegano centinaia di persone, altre sono fatte da singoli progettisti. Ho chiesto a vari architetti del paesaggio nel mondo, tra i quali Tshumi e Gilles Clément, quale sia la sfida della progettazione del paesaggio nel ventunesimo secolo.
Qualche italiano tra loro?
C’è un grande architetto del paesaggio, Paolo Pejrone. Patrizia Pozzi è un’altra italiana inclusa nel novero. In questo libro parlo di una nuova dottrina, l’urbanistica del paesaggio, il landscape urbanism, recentemente ribattezzata ecological urbanism, ovvero urbanistica ecologica, insegnata ormai in molte università americane. Tra i suoi promotori, Adriaan Geuze e James Corner – quest’ultimo è il progettista dell’High Line, a New York [insieme a Piet Oudolf, che ha curato la parte verde vera e propria, ndr]. Nasce in opposizione al new urbanism con lo scopo di porre l’accento sulla natura ecologica di un luogo piuttosto che sul costruito. Sfortunatamente, l’idea generale emergente è che le città possano essere progettate e costruite con facilità, in virtù di un metodo applicabile senza grandi sforzi a qualsiasi parte della città, trascurando l’impegno artistico richiesto nella progettazione di parchi e giardini, oltre che delle città in generale. Mi preoccupa il fatto che in molte università, in America, in Europa e senz’altro qui a Londra, non vengano formati individui che pensino alla progettazione come uno strumento per migliorare la vita delle persone, e comunicare con loro. Questa dottrina, che si autodefinisce verde, gioca con il senso di colpa legato ai cambiamenti climatici e ai disastri ambientali che noi stessi abbiamo provocato, mettendo, però, da parte la capacità di creare spazi belli, che possano comunicare e incontrare i bisogni della gente. Il landscape urbanism riguarda il senso di colpa ed è basato su una strategia commerciale ben precisa per promuoverlo.
Quali sono, secondo lei, i paesaggisti più restii ad abbandonare la tradizione?
Non credo che i paesaggisti debbano per forza abbandonare la tradizione. Mi va benissimo che facciano lavori cosiddetti tradizionali, purché si tratti di buona progettazione. Il termine tradizionalista ha spesso un significato peggiorativo, quindi non faccio nomi. Qui in Inghilterra molti tra i progettisti possono essere considerati tradizionalisti, ma in generale ho la sensazione che molti di loro non vengano compresi fino in fondo.
Che mi dice di Piet Oudolf, ad esempio?
Piet Oudolf è stato senz’altro un innovatore, specialmente nella scelta delle piante e nella loro organizzazione in blocchi cromatici – costruisce degli arazzi – e ha influenzato molti progettisti inglesi. Il suo naturalismo è senz’altro più formale – è solo un’osservazione, non una critica – rispetto a quanto, negli ultimi tempi, avviene qui, dove i progettisti di giardini sperimentano una sorta di naturalismo selvaggio.
Potrebbe fare una “top five” modiale di progetti visionari?
Vediamo, direi, tra le cose appena inaugurate o ancora in costruzione: l’High Line, a Manhattan; l’Olympic Park, a Londra, che aprirà nel 2012; gli ultimi progetti di Turenscape, e in particolare lo Shanghai Houtan Park; un progetto a Aberdeen, in Scozia, per la riqualificazione verde del centro città, chiamato The city garden, La città giardino; il Thames Gateway a Londra, che prevede una grossa riqualificazione dell’area attorno alla foce del Tamigi, su un’estensione di 60 chilometri(); infine, per strafare, ne aggiungo altri due: a Chicago, il progetto Low Line. E, a Milano, per giocare in casa (vostra), il nuovo Parco Portello di Charles Jencks e Andreas Kipar. Tra questi, direi che quello cinese è, forse, il più interessante.
Passando a un altro libro e un altro tema, ovvero ad Arcadian Friends. Che rapporto c’è tra politica e tradizione romantica della natura?
L’idea romantica della natura nasce nel XVIII secolo, periodo di cui il libro tratta, indagando, in particolare, quello che sovrani e notabili fecero con le loro dimore, il modo in cui venivano utilizzate e concepite. Il collegamento [tra la politica e la progettazione dei giardini, ndr] nasce dal contrasto tra i due movimenti Whig e Tory, che dette origine a una forma d’arte nuova, il landscape garden, ovvero il giardino-paesaggio, espressione dei Whig. In particolare, il legame è tra Whig e il re Guglielmo III d’Inghilterra, olandese, che depose, nel 1689, il precedente sovrano inglese – accadde di nuovo nel 1714, con Giorgio I che uno straniero, persino incapace di parlare inglese, diventasse re d’Inghilterra. Attorno ai regnanti gravitavano svariate figure, tra cui architetti, che, per ingraziarsi il loro favore, ricreavano forme architettoniche dei Paesi d’origine del re – ad esempio, quelle palladiane, simmetriche, prospettiche, ispirate alla classicità greca e romana, amate da Giorgio I, appunto. Con Guglielmo III, si introdusse in Inghilterra un nuovo stile di giardino, molto vario e ondeggiante. In risposta, i Tory introdussero uno stile diverso, più simmetrico, formale e tradizionale, perfettamente in linea con il carattere del partito che rappresentavano. Il landscape garden ha molti esempi in Inghilterra, eredità di un periodo storico denso di avvenimenti politici, cambiamenti sociali che si sono riflessi nello stile e nella forme dei giardini.
Cambiamo di nuovo argomento, passando a qualcosa che la riguarda direttamente. Da osservatore a regista di un evento che si annuncia già come uno dei più interessanti dell’anno prossimo: il Chelsea Fringe 2012 Festival. Non un’idea nuova, poiché c’era già stato un evento con questo nome, nel 2006. Quali differenze e quali somiglianze? Verrà coinvolto anche Tom Turner, che ne era l’ideatore?
In realtà l’evento del 2006 non è mai avvenuto, e io non ho realizzato la somiglianza nel nome, finché il mio amico Tom Turner non me l’ha fatto notare!
Tom Turner ne farà parte?
E’ un amico, e mi ha detto che non vuole essere coinvolto formalmente. E’ un accademico, scrive libri, non è un uomo d’azione.
Ha già scelto i testimonial?
Non esattamente. Saranno ospitati molti creativi e molti progetti, e l’organizzazione è molto libera, senza interferenze direttive. Penso al Chelsea Fringe come a un ombrello, una piattaforma, a cui tutti possono avere libero accesso, io non pongo veti. Ovviamente, c’è una quota di registrazione da pagare per iscriversi su internet, ma, a parte questo, è una manifestazione del tutto libera all’interno della quale gli artisti potranno esprimersi e esibire il proprio lavoro: piante, fiori, paesaggi.
Cosa si aspetta da questo festival?
Mi piacerebbe che crescesse negli anni, uscendo dai confini di Londra, magari internazionalizzandosi. Quando ne parlo alle persone, mi sembrano tutte entusiaste. Molte discipline possono rientrare nel festival: arte, performance, operatori culturali, associazioni e, in generale, persone attivamente impegnate nella loro comunità. Devo darmi da fare per trovare al più presto uno sponsor, perché finora è stato tutto volontariato!
Possiede un giardino? Magari nel suo cottage in campagna?
Si, vivo nella parte nord di Londra e ho un piccolo giardino, di recente convertito a orto. Verdura e frutta. Molte persone pensano che per il lavoro che faccio dovrei avere un giardino particolare. Ed è una disgrazia, cioè, non che sia una disgrazia (ride), ma io sono un critico e non penso che dovrei possedere un giardino meraviglioso, così come non è detto che qualcuno che scrive di architettura sappia progettare una casa. Mi piace il giardinaggio, ma non mi applico. Non ho mai scritto di essere un bravo giardiniere, né mai ho spiegato come crescere e curare le piante.