Ironizzare sul narcisismo del progettista, pronto a modificare il reale pur di rispettare il gusto del tempo, può essere anch’esso uno spurio esercizio di stile. In ognuno degli scritti usciti sui giornali italiani o pubblicati nella blogosfera internettiana e tutti nell’arco dell’ultimo anno è palpabile la stanchezza e la noia, talora il disgusto, verso il dilagare di un sistema di fare architettura che appare tanto vuoto nelle forme quanto consistente nella forza economica e di pressione mediatica di cui è espressione. Non si può accomunare gli autori di questi articoli in qualcosa d’altro che non siano la comune passione per l’architettura, che per alcuni è anche professione, e questa fortuita coincidenza nella denuncia dello “star system” dell’architettura. Fortuita solo nel senso che dietro non c’è probabilmente alcun disegno organizzato, tanto i commentatori sono distanti tra loro, sia geograficamente, sia caratterialmente che come interessi professionali; ma non c’è nessuna casualità e non è possibile non leggervi un vento di cambiamento.
Certo è che è appena iniziata un’epoca nuova contrassegnata da profondi mutamenti e processi innovativi, in via di sviluppo, che stanno rapidamente trasformando i caratteri prevalenti di concezione urbanistica della città, di un approccio ecologico nella sostenibilità ambientale, di investimento immobiliare, metodologia costruttiva e filosofia abitativa.
Naturale e producente, quindi, è il dibattitto sull’Architettura e naturale la polemica sulle Archistar, geometri del narcisismo. Grandi architetti erigono utopie realizzate e macchine fascinose nelle città più o meno globali del mondo. Sono le Archistar così definite perché visibili ormai anche dal grande pubblico. Sono costruttori di miti ed utopie, oggi facilmente realizzabili grazie alla tecnologia e al digitale, in questa realtà economica capitalistica globale che può tutto. Miti istituzionali, miti delle merci, miti culturali.
«Qui, tempo e affari sono la stessa cosa. Come accade al barbone che non ha tempo, anche l’architettura pare condannata ad esser contemporanea di se stessa. Chissà se ciò che pensava Nietzsche a proposito dell’inattualità possa avere ancora efficacia il fatto di non essere delle passive repliche del passato e della convenzionalità del presente. Oggi, occorrerebbe prospettare un biotempo o una ecologia del tempo fondata sul ritardo, come un balbettio che interrompe la frase perché c’è qualcosa di più urgente del senso: il piacere. È l’equivalente del riso creatore che attrae perché non si scambia con nulla. Il ritardo come imprevisto del tempo, come sorriso ironico che dilaga sulla nevrosi della marcia militaresca del tempo. Il ritardo come crepa della ripetizione dello stesso, dell’identico. Bordo sovversivo del soggetto che pone la domanda capitale, in senso nietzschiano, che cos’è per me… il tempo?»
citazione da - Tempo express di Marcello Faletra su Exibart - Onpaper n° 50 del 2008
Archistar, quasi una neo avanguardia, un “metaclassico”, semidei per transfigurazioni in corpi divini, una rivoluzione nel segno del più puro stile, creati dalla sapienza di mani che contaminano il contesto con interventi celebrativi sulla storia dell’Architettura.
Di fronte ai vostri occhi la bellezza senza tempo di elementi architettonici transfigurati in pezzi unici, lavorati da mani sapienti che hanno saputo mutare il grezzo in arte della gioia?! In un processo mai eguale la pura materia, elevata da una scintilla creativa, entra in contrasto con il mondo seriale e la vita standardizzata per reinventare il concetto dell’architettura inteso come nuova forma d’arte, l’arte della gioia?!
Ad un singolo manufatto architettonico si affidano intere comunità e ad esso vengono chieste forme di riscatto e si attuano riti compensatori per tutto quel resto di città difficilmente governabile, come avveniva con i totem nelle società non stanziali ove oltre il cerchio delimitato dal fusto ligneo vigeva una territorialità non sottoposta alle leggi del sacro.
Dentro la fluidità liquida, nomade e magmatica dell’indifferenziato urbano, vengono incuneate queste utopie realizzate; la smaterializzazione si materializza, le contraddizioni e le aporie, formali o di derivazione storica-ideologica, si fanno architetture fantastiche che dichiarano il loro esserci e la loro fattività qui ed ora.
Tutte le utopie architettoniche, soprattutto quelle europee tra le due guerre del secolo scorso, sembrano magicamente realizzarsi; le poetiche prefigurazioni di Paul Scheerbart sull’architettura del vetro e tutte le ricerche sull’architettura mutuata dalla struttura dei cristalli, in ambito soprattutto espressionista, sono ormai davanti a noi, persino in fotocopia: faraonici centri commerciali nei più improbabili dei nostri spaesaggi. Dall’architettura disegnata a quella realizzata. Eppure, non era questo il compito? Di uscire dall’indifferenziato e dalla “percezione distratta” a cui il Moderno ci aveva abituato? Queste architetture sono investite di una responsabilità simbolica dettata da categorie molto precise: Politica, Stato, Consumo, Istituzione. Poi ci sono i resti, tutto il resto. Tutto il resto è la nuda vita.
Non solo la comunicazione, ma il mezzo a cui essa si affida è tutto (Marshall McLuhan): dietro non c’è niente. Non un pensiero, un’argomentazione. Non un logos che possa essere oggetto di discussione nella polis. Così l’attacco si svolge su due piani: la città reale e la città ideale (nel senso non dell’utopia ma della civitas definita dalla convivenza civile e dalla condivisione delle ragioni su cui si fonda). Un punto su cui le restituzioni virtuali lavorano è l’immaginario, che viene destrutturato e sganciato dalle ragioni civili, è anche così che si distrugge la città.
L’architetto è un essere umano «umile che non ha bisogno di imporre il proprio egocentrismo, ma trova soluzioni rispondenti a ciò che viene chiesto». Propone geometrie chiare e lineari in edifici «rispettosi della biologia umana, della fisiologia e della psicologia, capaci di tenerci anche lontani dal raffreddore». All’architettura si chiede la cura del dettaglio costruttivo. «Una buona architettura deve saper tenere insieme armoniosamente la grande e la piccola scala, deve avere rispetto per il contesto e parlare un linguaggio della forma coerente senza inseguire la mescolanza di stili».
I vuoti periferici attendono l’imitazione delle archistars.
Una vita comportamentale mimetica e falsata. Non si comprende perché molte architetture contemporanee presentino profili inclinati e curvilinei del tutto innaturali.
Che fine ha fatto l’uso della linea retta? Perché le pareti non sono sempre verticali?
La “buona architettura” è sparita?!
Perché una tale procedura mitica presuppone o la grandezza o il nulla, come accade in televisione o in altre forme di esposizione mediatica contemporanea.
O tutto o niente. E siccome nessuno vuole essere il nulla avremo un’architettura che non sarà più rappresentativa o al servizio di una comunità, ma solo di un conflitto narcisistico, e di potere, attuato ai nostri danni. Epigoni di archistars e devastazione territoriale, con macchine sempre fuori scala come ready-made dadaistici.
L’Italia, invece, ha bisogno di tornare a parlare di urbanistica, come non fa da decenni.
Anche a questo creare e completare la città, nel rispetto dell’identità profonda del luogo, può servire una provocazione.
Milano, 8 gennaio 2010
Giovanni Pivetta
HOUSE, LIVING AND BUSINESS
Un'avanguardia, il "metaclassico" semidei, transfigurazioni in corpi divini



