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Emanuele Bortolotti
Quando il giardino è inaspettato
trasforma la città
Il libro di Emanuele Bortolotti scopre una tendenza
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Micro-giardini metropolitani, che colonizzano pareti cieche e cavedi, ma anche cortili e terrazzi. Uno scarto a lato, che recupera la dimensione benefica del verde, ancestrale e irrazionale, e lascia che faccia irruzione la natura, là dove, di norma, viene bandita, come estranea, e fuori luogo. Dall’auspicio che la città diventi terra di conquista, e si moltiplichino gli esperimenti di orti e giardini urbani, è nato il libro Il giardino inaspettato di Emanuele Bortolotti, agronomo e paesaggista, titolare, insieme a Paolo Villa, di uno degli studi storici di Milano, AG&P. Il libro, uscito due mesi, è già alla seconda ristampa, a conferma di un ritrovato interesse e di una vistosa esigenza di ingentilire il paesaggio cittadino costruito, per migliorare la qualità della vita urbana. Abbiamo raccolto le sue riflessioni sul paesaggismo urbano. A partire dall’inizio ovvero: cosa racconta il libro, qual è l’oggetto dell’indagine?
“Innanzitutto non si tratta di un’antologia dei miei lavori, anche se ci sono le cose che abbiamo fatto, accanto, però, ad altre che esemplificano bene quello di cui volevo trattare, ovvero la trasformazione attraverso il verde. Dove ce n’è più bisogno se non in un contesto urbano, avaro di spazi verdi, dove è sempre più difficile avere aree per fare parchi? D’altra parte, esiste un enorme potenziale di spazi che possono essere utilizzati. In linea teorica, tutti i tetti – e sono centinaia di migliaia in un città come Milano – e non soltanto per realizzare giardini pensili, ma per diffondere anche in Italia una pratica che, altrove, è pressoché abituale. Si tratta di tetti verdi estensivi: dove vige l’obbligo – in Germania, ad esempio – di inverdire le coperture, la vegetazione viene posta anche sulle coperture dei garage interrati e seminterrati, in forma di verde pensile, che non poggia in piena terra ma sulla soletta. È estremamente diffuso, questo verde speciale, a contatto con il costruito, risolvendo i problemi di impermeabilizzazione della soletta e di interramento dei cavidotti. Non si pensi ai giardini pensili con alberi ad alto fusto e piante, si tratta di miscugli di sedum, arbusti molto resistenti e che richiedono poca manutenzione, oltre a essere economici. Sulla copertura di edifici si possono realizzare anche orti urbani. Certi tetti vuoti sono così desolanti, e sono a disposizione dei condomini. E poi, ci sono le facciate cieche, i seminterrrati, dove si possono creare mini-giardini estremamente belli.
Quanti progetti ha raccolto?
Sono almeno 40 progetti realizzati, con la presentazione del prima e dopo, così che la trasformazione sia evidente così come le potenzialità che ha il verde nella valorizzazione degli spazi meno scontati.
Cosa sono le facciate cieche? e come si allestisce un giardino in un contesto così?
Sono luoghi dimenticati dall’architettura, muri senza finestre tra due edifici, cavedi. Si possono sfruttare tutte le tipologie di verde verticale e di pareti verdi, dalle piante che si arrampicano, da sole o con un supporto, a quelle messe a spalliera, fino al verde verticale tipo Patrick Blanck, che, però, ha bisogno di grossi capitali e, direi, vira verso qualcosa di diverso, più vicino all’installazione. A mio giudizio, non è una soluzione reale, ossia praticabile ma, tenuto conto dei limiti, può essere un’ipotesi, comunque. Ad esempio, abbiamo realizzato un cavedio di sette piani, a Roma, utilizzando cavi solar tube, con mensole e vasi al marca-piano. L’effetto è molto bello, con i vasi a mezz’aria e i tubi di luce alimentati dal tetto a illuminare lo spazio. Ancora, qui a Milano, abbiamo fatto un muro verde da tre anni e mezzo, per Enel, in collaborazione con Temprano.
La tecnologia, quindi, non è un passaggio inevitabile, per progettare in spazi ridotti, tipo quelli cittadini.
Decisamente no. Nel caso del verde verticale, è interessantissima, ma l’approccio è diverso, come dico, sono installazioni, bellissime, ma non proponibili su larga scala.
E del Bosco verticale di Boeri, che giudizio dà? Pare che non sia neppure originale, e il progetto sia di uno degli studi coinvolti nella riqualificazione della Grand Paris.
Io la trovo molto interessante, lancia un tema, e, come tutte le cose visionarie, gli inizi sono sempre carichi di promesse. Lo slogan è bello, anche se non so come verrà realizzato, ma è interessante averlo inserito. E, anche se, è copiato, sa che le dico? per me non toglie valore al progetto, che è innovativo, da noi. Copiare può essere una cosa giusta, se si copia bene. Poi, si può discutere sulla primogenitura, ma non lo trovo interessante.
Quel che fa, invece, sembra appassionarla.
Certo. Il paesaggismo lavora a diverse scale, e anche quella più piccola mi appassiona molto. Occuparmi degli spazi, anche esigui, della città, è molto gratificante. Si sfrutta la vitalità enorme che hanno le piante. Si prenda un glicine, a cui bastano 50 centimetri di terra per avere l’energia sufficiente per crescere di otto piani in altezza. Mezzo metro, una profondità ridicola, basta per rinverdire un’intera facciata.
Risultati enormi. Quali i benefici?
La percezione del verde, è un dato oggettivo, modifica la qualità di vita dell’individuo. Tranquillizza e fa vivere bene.
Questa, d’altra parte, sembra una costante, nel suo lavoro, attento ai ritmi e ai luoghi della vita contemporanea. Lei progetta spazi metropolitani, così come giardini in aziende o in alberghi. Quali criteri si adottano di volta in volta?
In un albergo, il verde deve avere un pronto effetto, bisogna privilegiare l’elemento attrattivo, che ha la funzione di qualificare la qualità e lo standing dell’albergo. Poi, tecnicamente, è un verde subito pronto, non può svilupparsi nel tempo. Viceversa, in un ufficio la funzione è di tranquillizzare, rilassandolo, chi lavora, e diventa un luogo di sosta all’aperto, dove si può stare, magari solo a fumare ma anche per prendere una boccata d’ossieno. Se uno sta meglio, lavora meglio.
Non è che poi produce meno?
Non direi, quando stiamo bene siamo più produttivi. Penso a un cliente che doveva costruire una palazzina di uffici, e voleva inserire del verde, perché le persone che ci avrebbero lavorato potessero stare a contatto col verde. Lui pensava a piante da interni, invece io ho fatto una proposta estrema, di sventrare il centro dell’edificio per creare un patio su due piani. La volumetria è stata recuperata in alto, e così tutti gli uffici hanno un affaccio sul volume verde interno. La vegetazione all’interno è lussurreggiante, gli effetti sull’umore delle persone sono palpabili.
Lei ha approfondito molto questi temi, gli effetti della vegetazione sulle persone, in termini di benessere e salute.
Sì, direi di sì. Di questi temi si è detto e scritto molto negli anni ’70. Sociologi e medici hanno lavorato molto sul rapporto tra uomo e natura, tanti se ne sono occupati. Studi sulla percezione del verde, quanto sia rassicurante un paesaggio, e come lo scenario in cui siamo immersi produca interazioni importanti nei meccanismi cerebrali, influenzando il modo di vivere e, di riflesso, la salute mentale. Come il cervello percepisce gli spazi è un tema di cui, tra gli altri, ha scritto James Hillman. Politica della bellezza è un testo che oggi torna di attualità di fronte all’imbruttimento delle città. Vivere a contatto col bello fa stare meglio, e il verde è parte di questa nuova esigenza di estetica urbana. La relazione con il verde è archetipica, risveglia simboli ancestrali, il paradiso, il verde è simbolo dell’abbondanza, è il frutto della terra. Chi è tornato a occuparsene, in anni recenti, è Alain de Botton, in Architettura e felicità. Si moltiplicano le iniziative dal basso, che hanno tempi più rapidi della politica che si muove lentamente. Scopriamo il desiderio serpeggiante di una città verde, con istanze nuove alla ribalta, e il moltiplicarsi di orti urbani, nei luoghi dimenticati, l’orto-terapia, nascono consorzi tra semplici cittadini per sistemare le aiuole. È una spinta che sta crescendo, una piccola conferma è anche il successo del libro. Testimonia che c’è bisogno di modelli e idee, di istruzioni per l’uso per chi si cimenta nel lavoro con il verde.
D’altra parte, il suo punto è un punto di osservazione privilegiato, il suo è uno dei primi studi di progettazione del paesaggio a Milano. Com’è cambiato il suo lavoro nel tempo? quali sono le committenze oggi? e com’è percepito il suo lavoro di paesaggista?
Quando abbiamo aperto, 25 anni fa, non c’era alcuna percezione di cosa fosse il nostro mestiere. Oggi ha una sua dignità, e i clienti sono i più disparati, dagli immobiliaristi agli operatori turistici. Molti elementi hanno contribuito a questo profondissimo cambiamento, anche l’aver creato Aiapp, ha avuto il suo peso, l’associazione è diventata un punto di riferimento culturale. Non per caso, in autunno uscirà una guida che raccoglie i profili di circa 300 paesaggisti italiani.
In effetti, Aiapp è nata proprio per dare uno status autonomo ai paesaggisti e per raccordare l’Italia al resto d’Europa e del mondo. D’altra parte, restano, sul fronte della formazione, delle lacune. Non esiste un percorso che unisca agronomia e progettazione, tanto che molti sdoppiano gli studi, facendo architettura e agraria. Come lei. in effetti. Cosa ne pensa?
Ci si lamenta giustamente delle carenze. Io, in effetti, da laureato in agronomia, ho frequentato una scuola di specializzazione, che non esiste più, e ai tempi debuttava con il primo corso, l’Isad. Oggi l’università propone dei corsi di laurea, ma mi pare che costringa a spostarsi tra diverse sedi per completare la formazione. Uno che voglia fare il paesaggista non sa come fare, è un mare magnum in cui, tipicamente, si finisce per fare all’estero. Trascinando un annoso conflitto tra agronomi e architetti. In effetti non c’è una facoltà autonoma, il paesaggio sta tra l’agronomia, la meccanica, l’idraulica e l’architettura.
Servirebbe un corso di laurea autonomo. Perché l’Aiapp non si fa carico di questa istanza?
L’Aiapp non ha abbastanza forza, ha più o meno 500 soci e gli architetti in Italia sono 150mila, quale influenza può esercitare? Oggi esiste un master per architetti e agronomi, organizzato da Fondazione Minoprio, ma le due competenze sono così lontane che è difficile gestire le classi. Da un alto, c’è chi sa tutto di piante e terreno ma ignora anche i fondamentali della composizione, dall’altro chi sulla composizione è ottimamente formato ma non distingue una pianta dall’altra.