Ben venga!
Questo capita abbastanza… non dicono abbastanza spesso, ma con l’accoglimento delle osservazioni molte volte i comuni in maniera leggera modificano delle parti che se non sono ripubblicate non permettono a coloro che sono interessati di osservare…
Bè… certo, ci sono invece dei comuni che esagerano e che fanno invece… come dire… come rifare un pezzo di nuovo piano… poi chiaro se i soggetti coinvolti dicono… Ma come su questa nuova scelta non ho potuto osservare e non mi va bene… molte volte è capitato che i comuni in molti casi ripubblichino solo le parti modificate ma in alcuni casi i comuni decidono di pubblicare tutto per il semplice fatto che hanno modificato molto e sarebbero sottoposti a un ulteriore giudizio di valutazione giurisprudenziale nel caso qualcuno lo notasse.
No, no… secondo me, non volevo sottodimensionarla da un punto di vista tecnico… volevo solo dirle che ahimè già capitava con i vecchi prg, già con il vecchio piano regolatore regionale i comuni si comportavano così, è più un comportamento leggero nei confronti dei diritti altrui che un problema specifico o particolarmente aggressivo oggi… non è secondo me legato a problemi più generali che il Pgt o il nuovo strumento pone.
Si tratta di tre aspetti diversi. Primo, il tema sguardo metropolitana, cioè la necessità di allargare la visione di questa città non solo al municipio, cioè ai 18mila ettari del territorio comunale, che sono un’inezia. Milano ha 1.300mila abitanti ma ha un’area metropolitana che a seconda degli studi varia dai 7, 8 ai 9 milioni di abitanti, 12 province, 3 regioni, 2 stati se ci mettiamo la Svizzera con Lugano.. quindi è un territorio che oggi ha una dimensione che noi chiamiamo regione urbana milanese che travalica l’aspetto municipale, a Milano entrano 700, 800, 900 macchine tutti i giorni… c’è una relazione con questo sistema economico e sociale che non può essere ricompresa dentro le mura…
È chiaro che il Pgt un po’ per suo deficit.. adesso io non voglio dare colpa esclusiva al Comune di Milano… il Comune è obbligato a fare delle previsioni che riguardano il suo territorio comunale, quindi loro hanno fatto quello che dovevano fare… però è vero che è il comune di Milano, secondo me non ha nessun senso fare un piano governo del territorio per Milano… non ha nessun senso logico prima che urbanistico e disciplinare, come si può pensa di governare le 900 macchine che entrano tutti i giorni? Come si pensa di governare i temi dell’inquinamento? I temi ambientali? I temi della rete ecologica se ci fermiamo nel perimetro del territorio comunale?
Perlomeno sul sistema delle reti infrastrutturali ambientali e io dico anche insediative… per quanto riguarda la domanda sociale di casa occorrerebbe che il Pgt non sia scelta del Comune di Milano, ma sia scelta attraverso una legge dirigistica che definisca i comuni della città metropolitana…
Assolutamente, per me il Pgt di Milano non serve alla regione urbana milanese, è inutile, non risolve i problemi che oggi a mio parere sono impellenti in particolar modo quello delle infrastrutture non solo viabilità e trasporti, ma pensi anche alle reti energetiche, all’energia e al suo trasporto o ad alcuni grandi sistemi di depurazione, delle acque, ecc… quindi è un piano miope, guarda con gli occhi da miope, guarda trascurando il sistema delle relazioni che oggi sono quelle che caratterizzano la regione urbana milanese e che la identificano come tale.
Da un lato il piano riguarda il territorio comunale, e non poteva essere diversamente perché se avesse riguardato qualcos’altro qualche comune o qualche ente si sarebbe indispettito, però è vero che su una partita come questa occorreva avere più forza e più coraggio anche con accordi volontaristici con altri comuni, con la regione, con la provincia, con il sistema delle reti locali per fare una cosa condivisa, altrimenti succede quello che succede quando ci sono i blocchi del traffico… uno aderisce, altri due non aderiscono, l’inquinamento si ferma a Cinisello… insomma non ha alcun senso fare urbanistica oggi e fare pianificazione strutturale, che è il Pgt, senza guardare fuori dai propri confini comunali
La città sperequata è perché penso che l’urbanistica se usata solo come strumento e non come fine non serve. A cosa serve la perequazione? Serve per acquisire il sistema delle aree pubbliche, delle dotazioni pubbliche, alla collettiva, nasce sulla crisi dell’esproprio, i comuni non hanno soldi per espropriare, per fare la strada, per fare i parchi, per fare la scuola, ecc… l’esproprio dei costi economici e sociale è rilevante e la sperequazione è uno strumento e come tutti gli strumenti può essere utilizzata bene o male. Secondo me nel Pgt di Milano la perequazione è stata utilizzata male perché non è uno strumento che serve al progetto di città ma è una perequazione finanziaria economica immobiliare, serve per mettere a posto i bilanci di un po’ di società
È una risposta al mercato immobiliare, posto che il mercato immobiliare oggi abbia una risposta solo quantitativa e io non ci credo, ma sicuramente questi diritti volumetrici che soprattutto sul parco sud sono applicati servono per arricchire i bilanci delle società che utilizzeranno questi crediti.
Cioè io sono proprietario di un’area, quell’area adesso ha un valore agricolo, vale 10 euro al metro quadro, con il fatto che si dica che lì c’è un diritto di 0,15 – 0,2, adesso non so se l’indice sul parco Sud è stato ridotto, mi sembra di no.
Era 0,2 ma l’opposizione chiedeva di ridurlo a 0,10 o 0,15 ma mi sembra che sia rimasto 0,20. Prima era un terreno agricolo, adesso ha una edificabilità di 2mila metri quadri per ettaro, quindi valeva 10 euro al metro quadro adesso vale 200… le dico 200 per dire un numero, ma può essere di più o di meno.
Questo è un altro tema, probabilmente no anche se il piano non è chiaro; cioè dice che probabilmente qualche margine dell’urbanizzato attraverso i piani di cintura potrà essere utilizzato per realizzare insediamenti e servizi. Ma poniamo il caso minore, cioè non realizzare lì ma delocalizzare i volumi e farli atterrare nelle parti delle città consolidata… perché ho fatto questa operazione? A cosa mi è servita? Per me serve ad acquisire delle aree e farne degli usi pubblici, la perequazione ha questa finalità, ma se l’acquisisco per tenerli come agricoli e affittarli agli agricoltori, posto che esitano ancora gli agricoltori nel parco sud Milano, che operazione ho fatto? Torniamo al progetto di città che manca.
Ma è esattamente la stessa cosa per la perequazione
Già questo è un errore. Rispetto alla legge. La legge dice che il regolamento di piano deve avere 5 anni. Quindi non so come mai, non so come succederà, questo piano è proiettato al 2030. Il Pgt per legge regionale… è una contraddizione perché un piano strategico-strutturale deve avere una visione lunga ed è giusto che guardi al 2030, ma non è quello che ti chiede la legge regionale.
Io li chiamo “mattoni di carta” se le piace questa roba qua…
Nel senso che l’economia di molte società, tra cui molti furbetti del quartierino, se lei va ad analizzare la storia di molti furbetti del quartierino di compravendite e acquisti ecc.., era solo per fare delle plusvalenze immobiliari, come a dire dei mattoni di carta che non sarebbero diventati mai realtà.
Sì, sperequata perché la perequazione serve solo se è funzionale a un disegno di città, se è funzionale al mercato e alla logica privatista e immobiliare per me non è perequazione. Non soddisfa obiettivi e finalità per cui nasce. E la mancanza di questo progetto sul Parco Sud di Milano è un altro dei temi più rilevanti che va posto. Il Parco Sud serve solo come generatore di diritti volumetrici che nel caso migliore cadranno nel centro della città ma che sono generati senza sapere qual è il futuro. Vogliamo fare una “Green belt” – cintura verde - ? Cioè vogliamo evitare Londra? Vogliamo fare un parco agricolo con dentro dei percorsi più light che metta insieme green economy, dotazioni pubblica, filiera corta e quant’altro? Però questo non è scritto da nessuna parte e per fare questa roba bisogna avere un progetto. Quando si fece la Green belt a Londra, pianificarono le New Town assieme, la metropolitana, la viabilità, il sistema del verde, degli spazi aperti nel suo complesso, qui manca completamente un progetto di quello che questa città vuole essere per lo meno tra i suoi confini comunali, ma questo vale anche sul tema metropolitano.
Ecco, quello è un sistema di trasporto pubblico da scala metropolitana sui modello tedesco.
Cosa che Milano non ha o meglio potrebbe avere, in parte l’ha smantellato, con il sistema delle Nord. Però funziona? A oggi no. Quella proposta prevede che comunque vengano decentrate alla scala metropolitana delle funzioni ricche; per me gli epicentri del Pgt di Milano non devono essere Porta Vittoria, Porta Garibaldi, l’Ortomercato, lo scalo… gli epicentri devono essere Lodi, la stazione di Lodi, quella di Melzo, cioè il sistema dei nodi metropolitani che stanno a corona della città, cioè decentrando funzioni, qualità, caratteristiche.
Lei ha dato una lettura politica che io dal punto di vista tecnico posso condividere appieno, e forse anche dal punto di vista politico. È un federalismo miope perché usa gli occhiali appunto del miope, incapace di guardare con uno sguardo più alto. Se ogni comunello si fa la sua zona produttiva, il suo insediamento… succede quello che è successo negli anni ’60,’ 70… cioè ognuno cattura il suo sviluppo, ognuno vuole catturare un pezzo del suo sviluppo, non riconoscendo che questo scarica dei problemi di traffico, inquinamento e quant’altro che questo modello di sviluppo presuppone. Se non guardiamo alla scala metropolitana regione urbana milanese, noi rischiamo di catturare dei piccoli sviluppi la cui somma è un danno per gli abitanti di questo sistema metropolitano. Quindi manca un progetto di città, è un progetto che vuole essere funzionale solo al mercato immobiliare e non ci dice che cosa vuole essere, soprattutto nel Parco Sud, il territorio metropolitano. Dove scaricano questi diritti? Perché città senza forma? Io non sono contrario di principio al concetto di densificazione, è come dire esser contrario alle pere, alle mele, alle banane… il principio di densificazione è un principio che molte città hanno utilizzato, utilizzato piuttosto che utilizzare territori periurbani o addirittura agricoli, densifichiamo la città che esiste. Più semplice, più positivo perché ci aiuta a ridurre gli inquinamenti e a ridurre lo spreco di suolo. A parte che c’è qualche paradosso sulla densificazione, perché ha un certo limite, c’è un punto superato il quale la densificazione è negativa e non positiva… ma lasciamo stare la teoria astratta.
Certamente la densificazione non può che esser selettiva. Io non posso dire che questi metri cubi possono cadere ovunque nella città, ci sono dei luoghi nella città che per motivi insediativi oppure di sostenibilità urbanistica e ambientale non possono sopportare dei carichi aggiuntivi senza limiti; ci sono alcune parti o della città ottocentesca o anche moderna nelle quali non ha nessun senso densificare, non ha senso rispetto alla storia della città, agli insedianti, alle caratteristiche morfologiche. Quindi c’è un primo problema di attenzione di contesto, tipologie, e quindi che forma di città abbiamo in mente se non la globalizzazione del grattacielo, della torre comunque e a prescindere? E poi c’è un problema ancora più grave e parallelo di sostenibilità urbanistica e ambientale, gli abitanti che andranno ad insediarsi, o meglio i metri cubi che realizzeremo lì, sono sostenibili dal punto di vista del traffico e del trasporto, cosa succederà in quelle zone insediando con densificazioni che non sono ad esempio lungo i sistemi di trasporti? Perché ad esempio molte città dicono: densificazione selettiva lungo la rete di trasporto pubblico? Il nuovo schema di Parigi di qualche anno fa dice una cosa fondamentale: La città cresce solo sul sistema di trasporto su ferro. Noi invece in questa marmellata, che è già un disegno di marmellata poco pianificato e poco progettato, abbiamo deciso di continuare a metterci sopra altra marmellata.
Allora, sono due cose diverse la VAS e le procedere legate alle autorità proponenti e competenti che promuovono la VAS. Per la legge italiana, ad esempio, io posso fare il Piano di Milano e fare la VAS, la legge non me lo vieta. È come al solito, una prerogativa italiana, si guarda la pagliuzza e non si vede la trave.
La trave è la compatibilità fra… la dico in maniera più semplice, la trave è il fatto che io sono progettista e posso valutare anche il mio piano. Io mi faccio il piano e me lo valuto attraverso la VAS, nessuno me lo impedisce oggi, se non il buon senso, come dire la logica… in pratica il valutatore deve essere diverso dal valutato. Ma se lei guarda decine di piani, anche della Provincia di Milano, l’autore della VAS è anche l’autore del Pgt, quindi questo, secondo me, è il grande tema che invece andrebbe risolto e cioè che ci deve essere una figura differente dal progettista di piano che fa la VAS. Su questo invece nessuno dice niente, però se la sentenza si attacca su una cosa un po’ burocratica e formale all’italiana cioè la differenza tra autorità proponente e autorità procedente, le autorità sono quelle che…
Proponente è quella che promuove la redazione della VAS, quindi sostanzialmente quella che dà l’incarico per fare la VAS. Di solito è in genere il Sindaco o la giunta del comune, ma ci sono diverse variabili, comunque è sempre l’amministrazione pubblica. Invece c’è poi un’autorità diversa che dovrebbe garantire che le procedure della VAS siano corrette rispetto alla legge, che si siano guardato le parti economiche sociali, si siano contemperati gli interessi, ecc… Ma non è una questione di merito, cioè non è che si discute se la VAS sia buona o brutta, bella o se fa schifo, si discute sulle legittimità delle procedure e sulle valutazioni complessive amministrative che vengono svolte. Allora si dice: ma come può essere lo stesso Comune, anche se con figure diverse… tenga conto che molti Comuni hanno invece la stessa figura, che è sia autorità proponente sia competente.
…la miglior soluzione per il loro Comune, per la loro amministrazione…
Si, ma non è questo che richiede la legge.
Io sono un po’ eretico su questo tema, io penso che tra il Piano e la VAS ci debba essere un rapporto duale, cioè ci debba essere un confronto leale fra il progettista e il valutatore del Piano, che però devono essere due figure diverse, invece oggi possono essere la stessa persona. Mi spiego, io mi faccio il Piano e me lo autovaluto, invece viene Andreas Kipar che viene e mi fa la Valutazione Ambientale Strategica, poi io posso conoscerlo Andreas, avere con lui dei rapporti oppure non conoscerlo, o esserci Sergio Malcevschi, un altro valutatore, che redige la VAS. Ci deve essere una continua integrazione e commistione tra VAS e Piano, la VAS non deve correggere i compiti alla fine, ma deve interagire nelle scelte di Piano, valutare, modificare, integrare. Deve esserci un progetto integrato, perché la VAS non è la Via che si fa sul progetto finale e per la quale si mettono le prescrizioni. L’atteggiamento che oggi è stato dato alla VAS è invece il contrario… tu dammi il tuo prodotto che io lo valuto… ma la correzione finale dei compiti non funziona mai, non solo in Italia. Se invece VAS e Piano fossero fortemente integrati, se ci fosse una vera logica colloquiale di integrazione, di modifica, di suggerimenti, di azione di andata e ritorno. Ad esempio, il tema della Valutazione delle alternative localizzative che nessuno fa mai, e che quando io inserisco nei piani, mi dicono che è inutile… benché la legge lo richieda, bene decidiamo di fare l’ospedale, primo c’è l’ipotesi opzione zero, perché bisogna chiedersi: è utile fare l’ospedale? dobbiamo farlo? e se è utile farlo qui… e poi ci saranno possibilità alternative, che in un comune piccolo saranno 2, 3 o 4 e in un comune come Milano una decina, e io quelle devo valutare. Io pianificatore individuo 10 luoghi e attraverso le procedure di Valutazione Ambientale Strategica delimito che due sono i più idonei e poi sarà la politica a decidere.
(sorride)
Ma lei sta parlando della star mediatica più mediatica dell’architettura che c’è…
(Ride) Ma, come teorizza Marshall McLuhan – sociologo canadese – l’architettura esiste come veicolo, come messaggio…
Si, ma lei sa che questo vale in tutte le professioni… Io le dico Casamonti e Boeri fanno parte dell’architettura mediatica, casualmente sono architetti, potrebbero essere pubblicitari, filosofi o quant’altro…
Ogni tanto un po’ di ingenuità occorre, in queste discussioni paludate, qualcuno dovrà dire ad un certo punto: Ma il re è nudo. Si discute di autorità procedente, di autorità competenti… ma se il Sindaco di Pioltello vuole influire su una decisione di merito del suo territorio comunale, chiama il sindaco del Comune limitrofo…
No, sto parlando in generale… cambio Comune facciamo Rozzano… no neanche quello va bene… neanche Corsico… comunque, si figuri se un Sindaco influente non possa condizionare il suo funzionario o quello del Comune limitrofo, non è quello il problema…
Vede lei ha detto esattamente questo, alla fine se la politica è influente, condiziona il misero funzionario del proprio Comune come sulla realtà economica e politica del Comune limitrofo. Non è un problema, la terzietà non è data dal fatto che uno vive nel Comune vicino… mi ripeto, si sta guardando la pagliuzza e non si vede la trave, si sta guardando aspetti seppur importanti, da un punto di vista procedurale, amministrativo e burocratico, e si perde di vista la sostanza, cioè i contenuti. È come dire… l’architettura può essere bella o brutta, indipendente dalla scuola, il Piano può essere bello o brutto, la VAS può essere bella o brutta, guardiamole nel merito, il mio atteggiamento, diciamo, duale, che le dicevo all’inizio, è proprio questo, smettiamo di trovare, anche perché non siamo il Paese adatto, dei meccanismi procedurali burocratici di controllo amministrativo e burocratico mentre perdiamo di vista la sostanza, cioè la qualità dei nostri piani e la qualità delle nostre valutazioni. In un paese civile non ci sarebbe bisogno di una legge, lo direbbe il buon senso che il pianificatore non sia lo stesso a fare il valutatore, discutiamo di questo. Discutiamo della necessità che Piano e VAS si integrino fortemente in modo che la VAS condizioni le scelte del Piano.
Guardi, sono stato coinvolto, da un caro amico che si chiama Stefano Pareglio professore ad Agraria, nell’iniziativa di Libertà e Giustizia che con Legambiente o con qualche altra associazione che si batte per la pubblicizzazione di queste informazioni, ha organizzato la presentazione del Pgt nelle 9 zone di Milano. Io sarò in zona 5 a fine ottobre, un incontro che ho intitolato L’urbanistica insegnata a mia mamma e proverò a semplificare al massimo queste questioni che hanno una natura tecnica, in cui a volte mi incaglio anche io… comunque il fine è riuscire a spiegare come se lo spiegassi a mia madre, casalinga della provincia di Reggio Emilia, perché non mi piace questo Pgt. Proverò a tradurre in modo molto semplice le questioni che ha posto anche lei all’inizio, lo sguardo metropolitano, la forma della città, la giustizia, il progetto del territorio extraurbano. Ripartire dalle cose più semplici, elementari, indipendentemente dal fatto di essere o meno ascoltati, di avere influenza politica. di essere sulle riviste di Casamonti e Boeri o meno, sinceramente mi interessa poco, forse sono diventato un po’, come dire, minimalista, però quello che conta per me, è oggi, fare questo mestiere “sputtanato”, come ha detto lei gli architetti sono a capo di tutte le cricche, in maniera onesta, semplice. Provando a semplificare, a rendere meno complessi di quello che sono perché la città, il sistema metropolitano, la realtà, sono oggi di una complessità assoluta, quindi a volte alcune semplificazioni diventano banalizzazioni, ma provare appunto con rigore, dignità, un po’ di rispetto di se stessi a raccontare dei meccanismi, di svelare delle cose molto semplici e provare a far capire a mia mamma perché il Pgt di Milano non mi piace.
Si, sui recinti, l’ho letto…
Premesso che ho un conflitto di interessi, nel senso che ho lavorato all’inizio della mia attività nello studio di Gregotti, quindi ho una ammirazione, un rispetto per l’uomo Vittorio Gregotti che non posso disconoscere. Io trovo che le valutazioni che lui ha fatto sono assolutamente condivisibili, se noi andiamo all’estero, in paesi ci piace camminare nella città da Berlino a Stoccolma, a Madrid ammiriamo proprio questa mancanza di privatizzazione della città, cioé la città è costruita sempre in maniera permeabile, aperta. Le siedlungen a Berlino sono degli spazi meravigliosi da abitare, da vivere, in cui passeggiare, in cui incontrasi ecc… quindi questo tema della privacy, della recinzione, degli steccati, insomma è il portato di questa società e che in qualche misura dobbiamo denunciare, poi è chiaro che questa domanda di sicurezza e privatizzazione risponde a un problema reale ed effettivo, forse, però, non è il modo giusto per dare una soluzione al problema, non vorrei tirare ancora in ballo la società ma costruire sempre più recinzioni efficaci e antifurto efficaci e costruire pistole sempre più potenti per fermare la banda della magliana o degli albanesi farà si che diventino sempre più feroci e cattivi loro. Questo è un tema sociale rilevante, e l’architettura può dare una risposta di schieramento, come dire, di campo e penso che Vittorio Gregotti l’abbia fatto correttamente, non solo sul Corriere. Se poi mi chiede se la Bicocca – Gregotti, 1985 – o lo Zen – Gregotti, 1969 – siano un esempio positivo, allora potremmo discuterne nel merito. Nella vita può capitare di predicare bene e di razzolare male, poi bisogna sempre contestualizzare esperienze, situazioni, casi, rapporti umani, senza contestualizzazione vale tutto. Però il polverone che Gregotti alza sulla permeabilità, continuità dello spazio pubblico, degli spazi ambientali, del verde sono problemi…
Le dico, io insegno presso Facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano, tengo un corso di laurea in Urbanistica sempre per la stessa facoltà e un Laboratorio di Urbanistica al primo anno di Architettura, l’architetto soffre, il cattivo architetto soffre il rispetto delle regole, il bravo architetto considera la regola, non un vincolo ma un’opportunità per progettare. Di questo sono certissimo, e purtroppo l’Italia con 120.000 architetti o 140.000, perché l’Italia è un paese talmente buffo che non si sa esattamente quanti sono gli architetti, però diciamo che gli iscritti all’ordine sono circa 140.000 che è la somma di Germania, Francia e Inghilterra…
Provo a dirlo ancora peggio… quando dico che un cattivo architetto è insofferente alle regole… intendo ribadire l’affermazione che Léon Krier fa nella vostra intervista, in cui si dice che, oggi, i più bravi architetti riescono a fare degli oggetti e non città, ma nella media cioè il 99,9% fanno dei cattivi oggetti e non pensano assolutamente alla città. E questi cattivi architetti pensano che i vincoli, le prescrizioni urbanistiche, pensano che siano delle cose che danno fastidio, che limitano l’estro di personaggi artistici e fantasiosi che altrimenti farebbero dei progetti meravigliosi mentre sono limitati da cattivo architetto urbanista che ha posto delle regole, no?
Penso che siano meritorie, servano per sensibilizzare rispetto al gusto e alla qualità architettonica e, diciamo più estesa, del paesaggio. Io sono assolutamente favorevole, però mi permetto di dire che l’Hotel Fuenti, eco mostro demolito in Costiera Amalfitana, premesso che era un mostro, era molto più bello di molti edifici costruiti nel rispetto dei Piani Regolatori.
Assolutamente si, poi mi sta parlando di Pileri e Lanzani che sono dei colleghi di dipartimento, anche qui ho un conflitto di interessi, anche qui non potrei dire diversamente… a parte le battute… Sono testimonianze importanti ma, le faccio anche il contro canto, come per il Nuovo Paesaggio Italiano, utilissime, ben vengano…
Se entriamo nel merito, dovremmo capire cosa vuol dire vincolare un’area…
Questo va benissimo ed è sicuramente così, però io penso che i vincoli senza progetto siano sempre un problema. Io ho discusso vivacemente con il direttore del Parco Sud, quando dicevo meritoria l’iniziativa del Parco Sud, nel senso che ha consentito che preservassimo certi territori e certi paesaggi ma, alla fine se non c’è un progetto… è come il salame della nonna che uno tiene lì poi a Natale, a Pasqua ne mangia una fettina… A Natale c’è il Cerba, poi c’è P.e.e.p di Pieve Emanuele che bisogna fare, poi c’è il depuratore e poi c’è l’inceneritore, se io non ho un progetto di questi territori, sarà tra 10, tra 20, tra 50 anni, alla fine me lo sono mangiato tutto, perché se il vincolo non ha progetto è inutile.
Sospira e sorride E pensi che l’Expo ha pure la sua VAS, quindi sarà sicuramente fattibile, perché ci sarà una VAS che dirà che quella roba li è sostenibile. Io penso che l’Expo possa essere un’occasione per ripensare al territorio metropolitano e in questo senso, cioè…
Mi faccia finire, il tema dell’Expo diffusa non è un tema banale, e poi non limiterei la diffusione alla città della moda o ai percorsi milanesi che si fanno durante I Saloni del Mobile. L’Expo diffusa è far conoscere, Umberto – Bossi – direbbe la Padania, al cinese che arriva catapultato da Pechino alla Malpensa. Se l’Expo non è solo un’occasione immobiliare… cosa facciamo di quell’area… quale l’indice edificatorio… quanto rimane al Comune alla fine dell’area… facciamo un comodato, no espropriamo le aree… adesso Formigoni sembra un pericoloso comunista che vuole espropriare le aree, però nel merito si potrebbe discutere a lungo. Se l’Expo è occasione per dotare la città di quelle infrastrutture che le mancano, cioè se l’Expo ci lascia M4 e M5, ben venga. È che non ci lascerà neanche quelle, probabilmente.
Si perché sarà difficile, forse ci saranno nel 2020… Forse, non so, io ho fatto una tesi su questo… L’80% della infrastrutturazione pubblica prevista dall’Expo oggi è pericolosamente a rischio, perché non abbiamo i tempi per fare i progetti esecutivi, per fare le gare, per espropriare i terreni eccetera eccetera eccetera.
Era un iniziativa che aveva fatto un gruppo di architetti…
Ma su questo il Professor Boeri è un maestro…
Si. Io credo che l’Expo possa essere utile se incrementa le nostre dotazioni infrastrutturali e il sistema dei servizi, è un’occasione da sfruttare chiaramente. Come hanno fatto molte altre città, Barcellona ha fatto così e decine di altre Expo sono riuscite a arricchire, a infrastrutturare meglio il loro territorio. Lei lo sa, uno dei pochi lasciti dell’Expo milanese di inizio secolo è l’Acquario che era stato costruito per essere provvisorio, si figuri. Nel suo piccolo, è una dotazione pubblica collettiva, se l’attualizziamo, io credo che basterebbe venga realizzato il 30% dell’elenco delle opere pubbliche che si dovrebbero costruire in concomitanza dell’Expo per fare di questo un successo.
…che la città recuperi un po’ del deficit infrastrutturale e insediativo che ha, attraverso il contributo che l’Expo può dare per riqualificare e migliorare pezzi di città metropolitana. A me fa ridere pensare all’Expo come all’area Fiera e Cabassi e non so chi altro, cioè quello è un coriandolo dentro un territorio metropolitano.