MICHEL MAFFESOLI
Michel Maffesoli è professore di sociologia alla Sorbonne di Parigi, conosciuto per la sua "teoria delle tribù", impegnato nel progetto Grand Paris di Sarkozy, che prevede un significativo sviluppo della città metropolitana di Parigi. Secondo il grande sociologo francese, alla base dei cambiamenti del postmoderno, un movimento di fondo dovuto ad un nuovo modo di concepire lo spazio senza confini, che porta alla creazione spontanea di tribù metropolitane in continuo movimento, mosse dalla riscoperta di valori comunitari, dal piacere, da una nuova cultura dell'abitare.

Biografia approfondita,
ceaq-sorbonne.org

Lis la version française
Michel Maffesoli «Nelle città del futuro,
gli stili di vita saranno tribali»
Cambia il concetto di spazio di vita, con le nuove tecnologie postmoderne,
nell'era "Glocal" le tribù metropolitane circumnavigano il globo

Cos’è la città moderna? Uno spazio individuale e collettivo che abbraccia, protegge, ingloba, racchiude, limita, soffoca, deprime? Come si evolve il concetto di spazio abitato, cui concorrono nella formazione istituzioni, architetti, urbanisti, artisti, sociologi ma soprattutto cittadini?
Siamo forse a un dunque, ad uno spartiacque che vede l’Europa, nonostante l’arretratezza delle istituzioni, attraversata da un movimento di fondo, un insieme di tribù urbane fatte di giovani generazioni in movimento, un movimento globale sospinto dalle possibilità della rete di andare oltre qualsivoglia confine o barriera, dalla mobilità data da Internet, dal nuovo concetto di spazio circumnavigabile che rompe le prospettive geografiche, economiche, sociali. Le città metropolitane rappresentano il modello più interessante di evoluzione perché superano la concezione di città centralizzata con l’estensione verso nuove periferie che assumono sempre più il ruolo di centri pointillés (punteggiati), per un continuum territoriale dall’ambiente costruito all’ambiente naturale, accompagnate da un rinnovato senso di radicamento locale. Abbiamo chiesto a Michel Maffesoli, grande sociologo francese che ha preso la cattedra di Emile Durkheim alla Sorbonne di Parigi, di fare una previsione sul futuro delle città e sugli sviluppi possibili, una fotografia generale sugli indicatori che ci stanno traghettando nell’era postmoderna.

La depressione è il male del secolo. L’OMS prevede che entro vent’anni sarà la malattia più diffusa al mondo. Il bilancio è di circa 800mila suicidi l’anno. Più diffusa di cancro e aids. In che modo l’uomo è influenzato dallo spazio in cui vive?
Ginette Paris nel suo libro La rinascita di Afrodite, scrive: Gli Arabi avevano compreso già nel IX e X secolo che un giardino fiorito, la compagnia di poeti e musicisti e una buona tavola sono essenziali nei luoghi di cura. Nella nostra cultura, che privilegia la potenza civilizzatrice di Apollo e trascura quella di Afrodite, la maggior parte degli ospedali, dei luoghi di lavoro e spesso delle abitazioni somigliano più a caserme che a templi di Afrodite.
Sono assolutamente d’accordo con la citazione della collega canadese. Nel mio libro L’ombra di Dioniso (Garzanti, 1981) ho descritto come l’ombra di Dioniso si sia diffusa nelle città moderne. La depressione è un male di vivere che sta caratterizzando la modernità nel senso classico del termine, iniziata nel XVIII secolo e che è ora in fase di completamento. I tempi moderni hanno prodotto una città perfettamente razionalizzata, priva di qualsivoglia casualità strutturale, dove ha prevalso la quantità a dispetto della qualità, una caratteristica delle città occidentali, europee e nordamericane a differenza di quelle in Oriente e in America Latina. Le città occidentali sono state progettate in modo molto razionale, allontanando impulsi, emozioni, passioni e l’arte nel senso più ampio della sua accezione. L’analisi dell’OMS si riferisce dunque a questo tipo di realtà urbana, benché oggi sia in corso un cambiamento qualitativo. Su questo assunto si sviluppa tutto il mio lavoro, trascritto nei miei libri tradotti anche in italiano, in cui ho cercato di dimostrare che stiamo entrando in un’era postmoderna: le nuove generazioni non vogliono accettare più quel modello razionale intriso dell’umanesimo cartesiano, di un’urbanistica che è negazione dello spazio, una tendenza oggi contaminata dalla riscoperta di una vita sociale che ritorna alla qualità, al piacere, alla riscoperta del contesto. Una forma di questa riscoperta è tutta la sensibilità ecologica di cui l’Italia può essere esempio nello Slow Food, nonostante i ritardi dal punto di vista istituzionale, si veda ad esempio ciò che è accaduto a Copenhagen. Fondamentalmente si tratta di un processo lento, perché ci stiamo a mano a mano rendendo conto che non è più possibile devastare il mondo, la terra, le città. La mia ipotesi è che le nuove generazioni siano realmente legate ai luoghi, con conseguente importanza del contesto urbano. Nella mia città, Parigi, la fontana di St. Michel, il Parc des Princes, il teatro Montmartre diventano spazi fondamentali di un tessuto sociale che riscopre la qualità della vita. Londra è esattamente la stessa cosa, Barcellona anche. E potrei citare molti altri esempi.

Quali Utopie circolano nel nuovo millennio?
Riscoprire la qualità della vita. Questo fenomeno di riscoperta ha cominciato ad attecchire negli anni ‘80 benchè qualcosa ha iniziato a muoversi già negli anni ‘50 e ‘60 con numerosi eventi che lasciavano presagire un cambiamento. Ad esempio l’architettura postmoderna degli anni ‘60 dell’architetto italo-americano Venturi – Robert Venturi, Philadelphia 1925 -, o il design degli stessi anni, le rivolte giovanili. Negli anni ‘80 abbiamo poi preso coscienza della qualità della vita. Oggi l’approccio è utopistico perché non si tratta ancora di una maggioranza, ma studi sociologici dimostrano che le nuove generazioni non accettano più una concezione utilitaristica ed economica dell’esistenza. Tutto il mio lavoro, e non sono l’unico, è quello di dimostrare i frémissements (tremori, fremiti), gli indicatori di queste utopie che stanno contaminando il mondo sociale. Oggi è molto interessante l’esempio Europeo. Prendiamo il mondo degli studenti, in costante movimento tra Bonn, Milano, Parigi, Colonia, Roma, Helsinki, Bratislava… una circolazione che ha radici arcaiche che affondano nel Medioevo e che oggi torna e trova uno sviluppo molto forte attraverso l’uso del computer, di Internet. È un fenomeno estremamente visibile che si verifica laddove è maggiore la circolazione di informazioni, di emozioni, di persone. Direi che siamo ad un ritorno dell’idea di circolazione esistita nel Medioevo, sommata ad Internet, dopo la parentesi moderna durata tre/quattro secoli. Oggi stiamo tornando a quel concetto di circolazione premoderna, frutto oggi come allora di una diversa concezione dello spazio grazie a Internet, che dà un senso di “circumnavigazione dello spazio”. Federico Casalegno, un ricercatore italiano che lavora al MIT di Boston, ha trovato avanguardista questa mia idea di tribù. Dunque l’Europa, grazie anche ad Internet, è pervasa da questo “nomadismo tribale”, una forma di contaminazione in fase di gestazione. La depressione è normale, lo capisco, se riportata allo schema della città moderna, ma esistono molti indizi che dimostrano l’esistenza di un modo nuovo di concepire lo spazio. Anche se la co-abitazione degli studenti ha motivazioni economiche di condivisione delle spese, al di là di queste ragioni si genera comunque un nuovo stile di vita di tipo comunitario. Io lo definisco tribale, la chiamo “tribù urbana”. E lo sviluppo di tribù urbane porta con sè un innalzamento della qualità della vita come ha detto Ginette Paris nel suo libro.

La tendenza tribale dei giovani, dopo l’ingresso nel mondo del lavoro, imploderà nel conformismo di un modello di vita più tradizionale?
Le nuove generazioni sono il "laboratorio” di questi nuovi modi di vivere. Se al momento il fenomeno si limita alle generazioni giovani, per un processo di contaminazione questo si svilupperà in tutto il corpo sociale. Un’espressione di questo fenomeno in Francia, per esempio, è il crollo della struttura familiare uomo-donna: attualmente 2 matrimoni su 3 finiscono nel giro di due anni. Perché questa percentuale? Perché le persone arrivano da un modo di vivere altro, iniziato in giovinezza. Questo è il motivo per cui questo stile di vita attua un processo di contaminazione. Esistono nuovi modelli sessuali, nuovi modi di essere, di occupare lo spazio che non trovano più soddisfazione nella vita matrimoniale, per questo non possiamo più dire «sì questo è solo un periodo dopodiché tutto va a posto, ci si normalizza, ci si sposa, si fanno bambini, si trova un lavoro». Questa è la verità. Ci sono statistiche che dimostrano che il 50% dei parigini e newyorkesi è single, il che non significa assenza di vita sessuale, anzi, significa che esistono rapporti sessuali liberi. Per questo dico che è in corso un cambiamento reale. In prospettiva, le malattie sociali frutto dell’isolamento familiare lasceranno il posto a queste tribù, con conseguente forte cambiamento nella vita sociale.

Quali fenomeni epocali ci possiamo attendere, il medioevo prossimo venturo?
È in corso un processo inesorabile che vedrà lo svilupparsi del nomadismo, un fenomeno per certi versi paragonabile a quello che accadde nel Medioevo, quando ci si poteva muovere in tutte le direzioni e non esistevano confini: ogni cosa era libera di circolare, in tutti i sensi, anche le malattie come la peste, oggi l’AIDS, o il virus dell’influenza A. Non conosco a fondo il dibattito sul ponte di Messina, ma so che ci sono state proteste contro il treno ad alta velocità in Piemonte. È comprensibile che nascano delle paure, che continuino ad esistere delle paure. Ma vi è qualcosa di ineluttabile nel processo di sviluppo della circolazione. Ancora una volta è utile rammentare quanto la libertà di circolazione promossa da Internet spinga al desiderio di andare oltre, di entrare in contatto diretto con l’altro. Ad esempio alcune tribù musicali di una piccola città a Sud-Ovest della Francia sono entrate in contatto via Internet con altre tribù musicali di Praga e Bratislava, che hanno poi deciso di incontrarsi di persona. Quindi si è realizzata una vera e propria circolazione. Quando nasce il desiderio di muoversi, direi quasi un impulso, vengono favoriti tutti gli elementi unificanti: ponti, treni ad alta velocità, compagnie aeree a basso costo… La proliferazione di compagnie low cost è un esempio interessante. Che ci piaccia o no, se esiste il desiderio, l’impulso alla circolazione, ci sarà anche una risposta tecnica. È poi naturale che in questo momento ci siano ancora delle visioni restrittive, delle paure. Prendiamo ad esempio ciò che è accaduto a Rosarno due settimane fa, un evento che mostra come possano ancora esistere forme di xenofobia, di paure che sono la normale conseguenza al nomadismo che, d’un tratto, porta alla libera circolazione sollevando preoccupazioni. Noi siamo esattamente in questa fase del fenomeno. La paura è sempre isterica. Ciò che connota la paura è che non parte dal cervello, ma dallo stomaco. È irrazionale. Tutto questo per molti aspetti mostra quanto reale sia il nomadismo. Anche in Francia ci sono processi simili: la paura degli stranieri, dall’altro. Ma a mio parere, che piaccia o no, siamo di fronte ad un processo irreversibile, inevitabile, che circolerà nel vero senso del termine.

La mafia o le mafie sono esempi di realtà tribali?
Difficile dirsi perché non conosco abbastanza il sistema della mafia che in Francia si mostra in modo meno palese. Nel mio libro Il tempo delle tribù (Il tempo delle tribù. Il declino dell’individualismo nelle società postmoderne, Guerini e Associati, 2004) ho evidenziato che esistono aspetti positivi e negativi del tribalismo. Vale a dire che da un lato ci sono forme di generosità, di solidarietà e allo stesso tempo ci sono forme negative, come il protezionismo criminale, una forma molto corporativa di difesa. Ma la natura umana non è mai bianca o nera. È il "chiaro-scuro” dell’esistenza, se così si può dire.

Italiani, corporativi, protezionisti, stanziali, in gran parte proprietari di casa
Non sono sicuro che l’idea di proprietà sia un concetto destinato a svilupparsi. Il divorzio, ad esempio, crea molte problematiche sulla divisione degli immobili. Ecco allora che il grande sviluppo del tribalismo indebolirà l’idea di proprietà, un concetto borghese che appartiene alla modernità. Il postmoderno invece è molto più aleatorio: non si diventa stanziali, non si compra la casa, i beni circoleranno molto di più. Esistono studi che dimostrano che le automobili stesse non saranno più di proprietà. La macchina è sempre stata ai vertici dei nostri desideri di acquisto, ma oggi si sta sviluppando sempre più l’idea del car pooling (condivisione dell’auto), ciò dimostra quanto anche questo bene, tipicamente individuale, stia lasciando il posto a qualcosa d’altro.

Gli italiani si percepiscono individualisti, il Berlusconismo è il modello di riferimento?
Questo lo dovrebbe chiedere ad un sociologo italiano… Io intendo dire che la dimensione tribale, che supera il semplice concetto di “sociale”, cosa visibile non solo in Francia, diventa sempre più incalzante tanto da superare il concetto di proprietà. Dell’auto, della casa o dell’appartamento. Non saprei cosa dire di Berlusconi. Ma posso esprimermi su Sarkozy. Nella sua campagna elettorale ciò che lui ha continuato a ripetere è stato l’invito a diventare proprietari della propria abitazione, tutti avrebbero dovuto diventare proprietari di casa. È stato il leit motiv della sua campagna. E vediamo quanto in realtà questo non corrisponda al movimento di fondo, quanto non sia più in sintonia con i tempi. I libri per cui sono più conosciuto, tradotti in varie lingue, trattano di questi nodi centrali: le tribù, il nomadismo, la circolazione.

Le tribù, il nomadismo, la circolazione sono la risposta al tradimento del progresso?
Il mito del progresso è un’idea moderna che appartiene al XVIII e al XIX secolo, ma non credo che il progressismo sia un’idea postmoderna. Credo piuttosto che al suo posto ci sarà – uso un ossimoro – un “radicamento dinamico”. Il glocal (unione delle due parole global e local) da un lato è radicamento al territorio, alla città, ma allo stesso tempo è essere ai quattro angoli del mondo. Uno mio caro vecchio amico italiano Giuliano da Empoli – sociologo italiano, 1973 – , noto saggista, mostra come ci sia un ritorno ai grandi viaggi del periodo premoderno di Marco Polo. Esistono il ritorno alle radici, l’impegno a livello locale, i prodotti locali, e allo stesso tempo esiste la possibilità di andare a Tokyo, di passare 15 giorni a San Paolo, a Rio, e così via. Questo è radicamento dinamico, qualcosa che va al di là del semplice progresso. Non più il grande mito del progresso che aveva alla base l’evoluzione locale, l’andare verso la società perfetta, uniforme. Queste erano le città moderne, una probabile fonte della depressione di cui si parlava prima. Però sono piuttosto ottimista perché esiste un impulso che fa in modo che si circoli, si viaggi ma allo stesso tempo che ci si radichi al territorio.

Dal punto di vista urbano, ci sono esempi di questi fenomeni?
Certamente, ma non in Europa. Queste grandi megalopoli come Seoul, Tokyo, San Paolo… più che città sono conurbazioni continue dalla città alla campagna. Non sono aggregati centralizzati come Roma, Milano, Parigi, Colonia, Madrid dove esiste un centro importante che è anche centro di potere, centro amministrativo, ecclesiastico. Queste megalopoli postmoderne io le chiamo “giungle di pietra” perché non sono città, lì esiste un concetto urbano altro. A Shangai, Hong Kong, Dubai belle e grandiose architetture si inseriscono in una conurbazione, dove cioè abbiamo più città nella città. Per me il modello ideale è Tokyo, con 40 milioni di abitanti – L’Italia supera di poco i 60 milioni, dati ISTAT giugno 2009 – , quello è un buon prototipo. O il Messico, perché lì c’è un qualcosa che ci fa dire che quella sia una giungla, all’interno della quale possono esserci edificazioni molto belle, palazzi progettati dai grandi architetti, ma che non sono il Louvre, non c’è un centro. Lì può esserci una meravigliosa costruzione e un chilometro dopo un’altra. In francese lo definirei un contesto pointillé (punteggiato) con più di un luogo simbolico, intendo dire che all’interno di un contesto così allargato possono erigersi questi luoghi simbolici dove le tribù di quando in quando si ritrovano, si identificano. Possono esserci identità culturali, musicali, sessuali, religiose, sportive… Non c’è più un’identità nazionale nel senso classico del termine, bensì una identificazione anche momentanea, che fa sì che ci si trovi in un dato luogo a un dato momento. Credo ci sarà un reale cambiamento di paradigma, una sorta di porosità tra pubblico e privato. Nel XIX secolo si è parlato di “muro del privato”, una barriera alla privacy che marca la separazione tra pubblico e privato. Io credo che questo muro sia assolutamente poroso. Quando guardiamo la televisione, notiamo come chiunque possa parlare liberamente della propria sessualità come è stato per Silvio Berlusconi, per fare un esempio italiano. Ecco un esempio di come questo muro diventi poroso, cosa impensabile anche soli 30 anni fa…

Qual è il ruolo del sociologo rispetto al lavoro dell’urbanista ed il suo ruolo attivo?
Nel mio Notes sur la postmodernité Note sulla postmodernità, Lupetti, 2005 – ho giocato sulle parole “lieu” e “lien” (luogo e legame) con l’espressione le lieu fait lien. In quel libro ho voluto sottolineare quanto i sociologi moderni fossero poco interessati al concetto di spazio. Ciò che contava nel periodo moderno era la storia, quindi il concetto ed il ruolo urbano sono passati in secondo piano. Io credo che la postmodernità riporti una rinnovata nobilitazione dello spazio, dell’urbanizzazione delle città che diventeranno tendenzialmente di grandi dimensioni. Ridare importanza allo spazio come nel Quattrocento ci farà ripensare la struttura delle città, per cui daremo molta più importanza ai luoghi condivisi. Gli urbanisti, coloro che si occupano del contesto urbano e sociale, saranno sempre più attenti agli spazi. Tutto questo io lo chiamo le lieu fait lien (il luogo crea legami). Sono stato coinvolto nel Grand Paris*, un progetto davvero interessante che per me significa poter fare qualcosa in Europa che già esiste in Messico o a Tokyo superando il modello centralizzato della città moderna. Tutte le città europee sono centralizzate, lì invece c’è questa concezione allargata di città, una giungla di pietra con una continuità tra città, campagna e natura che sarà la grande differenza con la tendenza moderna, a mio avviso. E il progetto Grand Paris è espressione di questa tendenza che in Europa è ancora in gestazione. Trovo che sia un progetto molto ambizioso e innovativo. Non so se verrà mai realizzato, ma io penso di sì perché è un richiamo al concetto di urbanizzazione delle megalopoli orientali. Poi collaboro con il collega italiano Prof. Massimo di Felice a San Paolo dove lavoriamo molto sullo sviluppo tecnologico, Internet, le reti, perché non è più possibile pensare alla città senza l’integrazione con il progresso tecnologico.

*Piano di riqualificazione urbana della città di Parigi annunciato dal presidente Sarkozy il 17 settembre 2007 in occasione dell’inaugurazione de «La Cité de l’architecture et du patrimoine». Nel 2008 Nicolas Sarkozy indice un concorso internazionale per lo sviluppo futuro del territorio coinvolto (sviluppo previsto in un arco di tempo di 40 anni) e dichiara l’intenzione di voler costruire 70.000 nuove abitazioni l’anno affermando per l’occasione di non essere contrario alle costruzioni verticali «so long as it’s beautiful» (fintanto che sono considerate belle).

Milano, 29 gennaio 2010
Daniela Paola Aglione
Traduzione Elisabetta Carli
HOUSE, LIVING AND BUSINESS

Bookmark and Share

LASCIA UN COMMENTO

DI GIOVANNI PIVETTAIl glossario urbanistico edilizio è un labirinto di sigle senza via d'uscita e con norme inapplicabili
BIENNALE VENEZIA
People meet in architecture
29 AGOSTO - 21 NOVEMBRE
EVENTI ITALIA
Una passeggiata tra i giardini
SETTEMBRE 2010
FIERA VERONA
«Abitare il Tempo da 25 anni»
16/20 SETTEMBRE 2010
MOSTRE NEL MONDO
«Londra, una folata di vento»
FINO AL 21 NOVEMBRE 2010
Politica lombarda, le reti sociali interpersonali di illegalità diffusa
di Giovanni Pivetta
DERRICK DE KERCKHOVE
L'erede di McLuhan gli dà torto,
la connettività è la chiave per preservare l'identità delle persone
HOUSE COMPANY EDIZIONI.... | ....SCRIVETECI.... | ....PUBBLICITÀ.... | ....STAFF EDITORIALE.... | ....ISCRIZIONE IMMOBILIARE.... | ....REDAZIONE
LINK: 123linko.com, Aggregato su SocialBlog, Aggregatore di feed, Annunci, Area Immobiliare – Il Portale Immobiliare Italiano, AreaGratis, Blog Directory by Blog Flux, Blogs Directory, Business, CoDot.net, Design.tv.it, Directory Blog, Directory Innovativo.it, Directoryweb.it, Feeds Aggregator, Free RSS Feeds Directory, globeofblogs.com, Il Bloggatore, Il portale dedicato al Business Online, Informazioni Tecniche, Iscritto su FromBlogs.com, LinkMarket, Marketing Blogs – BlogCatalog Blog Directory, MrLink, PlanetNews, PubblicitaOnline, Quicasa.it, Real Estate, Search.it, Segnalato da Worldweb.it, TheSneezer.com – Ultime Notizie, TheSpider.it – Web Directory Italiana, TuttoPerInternet.it, Xdirectory.it, Yourpage live news aggregator,