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Mi domando.
Ambasz intervista Emilio
Le domande che speravo mi facessero
e le risposte che non avrei mai dovuto dare
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Terry Riley, il curatore di architettura del MOMA – Museum of Modern Art – lo ha definito Il più grande architetto dell’Illuminismo per la profonda poetica che sottostà ad ogni suo progetto. In esclusiva per House living and business Emilio Ambasz si intervista, in un botta e risposta ideale in cui le due anime dell’architetto argentino si mettono in mostra.

Filosofo della riscoperta del verde in città, spiega il suo profondo rapporto con la Natura, che deve essere, ancora oggi, considerata la madre del nostro pianeta. Il tutto condito con della buona architettura, che deve dare forma poetica al pragmatico. Forse gli architetti andranno tutti all’inferno, per lo sbagliato rapporto con il contesto naturale e sociologico, ma a suo avviso dovrebbero fregarsene. Perché di progettisti preparati usciti dall’università è pieno il mondo, ma pochi capiscono che si deve fare altro rispetto ai dogmi studiati sui banchi di scuola. Occorre impegno e fiducia maggiore nella poesia, che è la sua scommessa esistenziale.

Nelle conferenze tu parli della differenza tra Ambasz ed Emilio. In cosa consiste tale differenza?

È noto che in me vivono due anime: Emilio e Ambasz. Emilio incarna l’architetto visionario e Ambasz il pragmatico industrial designer. Ambasz è ansioso perché vuole che gli uomini accolgano favorevolmente i suoi prodotti. Emilio è angustiato perché spera che grazie alla sua architettura, gli angeli lo accolgano con benevolenza. Ambasz è un uomo socievolmente triste; Emilio è un orso gioioso. Io… d’altro canto, sono gioiosamente triste e socievolmente orso. Una volta mi hanno chiesto – anzi, me lo hai chiesto tu – come vorrei essere ricordato tra cent’anni, come designer, artista minimalista, agricoltore, filosofo o architetto? Indovina… incomincia con P e comprende e anticipa tutto.

Tu fai di tutto: motori diesel, sedie snodate, palazzi verdi, giardini verticali, scrivi saggi, tieni conferenze, esponi le tue opere al MOMA – Museum of Modern Art – lanci tendenze culturali: come ti descriveresti?

Come un principiante.

Dai, non fingere di essere modesto.

Ok, d’accordo; come un apprendista inventore.

Non ti sei sentito solo e emarginato quando hai iniziato a sviluppare il tuo concetto architettonico “il Verde sopra il Grigio” – filosofia che prevede oasi verdi in mezzo alle città costruite?

Sì, e per un bel pezzo. Ma ora, a trent’anni di distanza, ho generato figli, nipoti e non pochi bastardi. Vedere Renzo Piano, Jean Nouvel, Tadao Ando – Piano è un famoso architetto genovese autore di numerosi progetti in Italia e all’estero, Nouvel è l’architetto francese vincitore del Premio Pritzker nel 2008, Ando è un progettista giapponese famoso per la sua istruzione autodidatta, infatti non ha mai frequentato facoltà di architettura – e molti altri utilizzare materiali di origine vegetale nei loro progetti mi fa capire che la mia missione sta dando i suoi frutti. Sentire alcuni di loro vantare la paternità di queste idee mi fa sentire un personaggio mitologico, ma so che è solo un caso di predestinazione freudiana.

Si direbbe che ami le piante. C’è del druido in te?

Adoro gli alberi. Nel mondo occidentale se c’è un albero è perché qualcuno l’ha piantato o ce l’ha lasciato. Un nuovo giardino fatto dall’uomo si è presto sostituito a quello che ci era stato dato in origine. Ora dobbiamo trovare una nuova definizione filosofica di Natura, che comprenda l’architettura come uno dei suoi elementi inscindibili. Solo così si potrà stabilire un patto sempre rinnovato di riconciliazione dell’Architettura con una Natura in continua evoluzione.

Con quale processo mentale ti appresti a disegnare?

Ho sempre creduto che il colmo della sfortuna è quando l’Idea arriva prima dell’Immagine. Le Idee vengono avvolte in parole e le parole fanno parte del nostro bagaglio linguistico precostituito. Le parole denotano una tipologia prestabilita e culturalmente concordata se non addirittura uno stereotipo. E in quanto tali inibiscono il manifestarsi di nuovi significati, ossia dell’invenzione.
Mi sono sempre battuto per progettare senza usare delle parole organizzate in idee. È un processo che mi impone di eliminare dal mio processo progettuale qualsivoglia pensiero linguistico o biforcazione, e di cercare di entrare in uno stato dell’essere anteriore al linguaggio. Secondo me, le idee espresse con il linguaggio sono di grande conforto per coloro che hanno paura di inventare e si abbandonano a una esegesi di autocompiacimento. Cerco pertanto di fare in modo che le immagini vengano a me e solo quando hanno preso forma cerco di dedurre le idee nascoste che tali immagini possono racchiudere. Naturalmente si corrono i rischi impliciti in qualsiasi processo di interpretazione ma l’idea – o le idee – che a torto o a ragione pensiamo possano essere contenute nell’immagine, non riescono a cambiare la sostanza dell’immagine ormai forgiata. Non mi si fraintenda. Non è questione di Immagine contro Idea. L’Immagine, una volta generata, se di immagine prototipica si tratta, contiene veramente una nuova Idea, sebbene in una forma ancora da decodificare.

Gli architetti sono da sempre considerati causa di tutti i mali del mondo.
A parer mio se ne dovrebbero fregare. Non saranno certo i primi nella fila dei dannati all’Inferno per aver peccato contro l’ambiente.
Come vedi il tuo lavoro in relazione ai movimenti ambientalisti globali? L’architettura è importante in questo campo?

Gli architetti sono da sempre considerati causa di tutti i mali del mondo. A parer mio se ne dovrebbero fregare. Non saranno certo i primi nella fila dei dannati all’Inferno per aver peccato contro l’ambiente. Ma lì andranno inevitabilmente a finire, se non onorano la loro responsabilità etica di proporre modelli alternativi di futuro.

E in politica da che parte stai?

Né a destra né a sinistra, ma avanti. A me interessa solo proporre modelli alternativi di futuro per cambiare il presente.

Qual è tua scommessa esistenziale?

La poesia.

Credi nella teoria Gaia?

Gaia non è una teoria, ma un’ipotesi poetica; ed io tifo per la poesia.

È universale il soggetto della tua architettura?

Ho sempre pensato all’architettura come a un atto dell’immaginazione creatrice di miti. Credo che il vero compito dell’architettura inizi dopo che sono stati soddisfatti i bisogni funzionali e comportamentali. Non è la fame, ma l’amore e la paura – e talvolta lo stupore – che ci fanno creare. Il contesto culturale e sociale dell’architetto cambia sempre ma il suo compito è sempre lo stesso: dare forma poetica al pragmatico.

Il tuo lavoro è intensamente pastorale. Hai qualche speranza per il futuro dell’urbanismo? O per dirla chiaramente: hai qualche idea urbanistica “verde”?

Fukuoka - Across Fukuoka, edificio progettato in Giappone da Ambasz, presenta un vero parco su una facciata – dimostra che si può avere “il Verde e il Grigio” – uno sull’altro – e al tempo stesso si può restituire alla comunità il 100% della terra coperta dall’impronta dell’edificio sotto forma di giardini accessibili a tutti dal piano terra. Per me, questo edificio è la prova tangibile del fatto che il concetto dominante secondo cui Le città sono per gli edifici e la periferia per i parchi è un’idea sbagliata e malsana. L’edificio Fukuoka dimostra, una volta per tutte, che si può avere un edificio e un giardino, il 100% dell’edificio e il 100% del verde che gli abitanti dell’edificio e i loro vicini desiderano.
Senti, provocatore: se cerchi delle idee urbanistiche verdi nel mio lavoro guarda i progetti proposti per l’ENI, l’Aia e anche le Monument Towers di Phoenix sono un esempio di urbanismo verde, sebbene non sia evidente visto che non ci sono piante perché friggerebbero bensì una “pelle” che protegge il palazzo dal calore intenso dell’Arizona. L’edificio è raffreddato dall’aria che parte da sotto la falda acquifera e sale al centro dell’edificio grazie all’effetto Venturi – processo fisico scoperto da Giovanni Battisti Venturi, per cui la pressione di una corrente fluida aumenta con il diminuire della velocità. Tutte le prese d’aria “raccolgono” il sole.

Trova la tua collocazione nel contesto della produzione architettonica attuale. Jim Wines? Ken Yeang? Michael Reynolds? – Wines è architetto e designer americano legato alla progettazione sostenibile, Yeang è architetto della Malesia è anche teorico del design eco-compatibile, Reynolds è architetto con studio in New Messico, è un convinto sostenitore del vivere rispettando sempre l’ambiente

Molti anni fa, quando Peter Eisenman – architetto statunitense principali esponenti del decostruttivismo nell’architettura americana – e Michael Graves – architetto statunitense autore di progetti in tutto il mondo – mi promossero alla Graduate School quando ero solo studente di primo anno a Princeton University, Peter mi disse – mentre ci trovavamo in uno di quei corridoi delle università dove gli eunuchi accademici sognano il potere – che ora che ero diventato studente a tutti gli effetti lui avrebbe fatto di me il suo studente “modello”. Mi si aprì la bocca e, come in preda a uno spirito interiore, mi sentii dire Non posso essere il tuo modello, Peter, perché sarò il padre di una nazione. Ero più stupito delle mie parole di quanto non lo fosse Peter che, per una volta in vita sua, rimase ammutolito. So che può sembrare presuntuoso, ma ho la pretesa di essere il precursore dell’attuale produzione architettonica che s’interessa di problematiche ambientali. Tutta la forza delle mie idee architettoniche, sempre che ne abbiano, viene proprio dalla mia ferma convinzione che l’architettura non debba solo essere pragmatica ma che debba anche commuovere. E per coloro che professano il mio credo architettonico, non mi interessa se coprono di insalata le loro opere ma se le loro opere riescono a suscitare emozioni. Se un’opera verde non parla al cuore, che senso ha? È soltanto una costruzione come tante.

Credi che la Natura sia benigna?

Partiamo dall’inizio. Se la Natura ci avesse dovuto accogliere con l’aspetto che abbiamo, non avremmo avuto bisogno di costruirci nessun riparo. Credi che io cerchi di sollevare l’angolo di un praticello erboso per coprirmi come se fosse una coperta magica? Che così facendo io cerchi di addomesticare la Natura? Credo che nel nostro tentativo di controllare la Natura-che-abbiamo-trovato abbiamo creato una seconda Natura-fatta-dall’uomo, in un intricato rapporto con la Natura-data. Dobbiamo ridefinire l’architettura come un aspetto della nostra Natura-fatta-dall’uomo, ma per farlo dobbiamo prima ridefinire il significato contemporaneo di Natura. Forse una nuova Accademia Filosofica è quel che serve. Vogliamo chiamare un’istituzione di questo tipo Universitas, cioè il tutto?

Ti interessi da molto tempo di forme di organizzazione e produzione su larga scala. Ne parleresti brevemente, soprattutto per quanto riguarda il ruolo dell’architetto? Sappiamo, per esempio che Rem e l’Olandese promuovono la metafora dell’architetto surfista, che cavalca l’onda della globalizzazione…

Risposta breve:
S, MS, VS, e XS (small, medium small, very small, and extra small)
Risposta lunga:
Convinti che l’architettura debba essere opera dell’immaginazione di qualcun altro, alcuni acclamati architetti che contribuiscono alla cultura di mercato ripropongono il buon vecchio Neo Modernismo 101 – inclinato, contorto e frammentato; spremuto fino in fondo e creduto morto, ma ancora succoso – come i vestiti usa e getta per vestire a la mode, i templi di chi crede nel “Consumo, ergo sum.”

Credi nel sublime? (O a un sublime?)

Se un’opera architettonica non parla al cuore, che senso ha? È soltanto una costruzione come tante. Non mi vergogno di dire che nel mio lavoro perseguo il trascendentale. È inafferrabile ed elusivo, ma sono fermamente convinto che lo si possa evocare.

Con tutti gli ambientalisti e i sociologi del mondo che ci dicono che la vegetazione, l’agricoltura urbana, i giardini e la forestazione sono elementi essenziali della città (per motivi di salute, benessere e stabilità psicologica) perché secondo te il design imperante è quello che resiste ancora all’uso del paesaggio o, per ben che vada, lo considera come una specie di decorazione di contorno?

La maggior parte degli architetti che si sono laureati in Mamma Università sono stati investiti della fortitudine di un dogma architettonico. È stato insegnato loro che l’architettura è – a seconda delle scuole – delle piccole finestrelle squadrate o dei piani inclinati e contorti. I loro professori li hanno ricompensati alla grande per aver portato acqua al loro mulino. Non si può pretendere che utilizzino dei materiali non tradizionali; non si può pretendere che cerchino di integrare l’edificio nella Natura, visto che sono orgogliosi eredi della tradizione greco romana del dominio sulla natura e della sua sottomissione, del mettercisi sopra e restare da essa distinti?

Com’è cambiato negli ultimi anni il tuo pensiero sull’architettura e il suo ruolo nel riformare la società e l’ambiente? Hai ancora gli ideali e le speranze di trent’anni fa?

Non definirei coraggioso chi marcia impavido in battaglia ma piuttosto chi, tremante, continua ad avanzare perché sa che quello deve fare. La lucidità della paura, se non paralizza, è la medaglia dell’onore. Ho sempre saputo che la mia ricerca di modelli alternativi per un futuro migliore sarebbe stata rifiutata, derisa, o al massimo, che sarei rimasto da solo ad abbaiare alla luna. Ma ho sempre avuto presente che il pazzo che lanciava sassi alla luna non l’ha mai colpita però, alla fine, nessuno nel suo villaggio riusciva a lanciare i sassi così in alto. Continuo a sentirmi idealista.

Ti interessano i recenti progressi nella tecnologia ambientale e ti avvali di tali innovazioni nei tuoi progetti più recenti?

Mi interessa moltissimo qualsiasi tipo di tecnologia. Infatti sono uno di quegli architetti che non si limita a progettare nel dettaglio le proprie opere in scala 1:1 ma so anche come produrre in massa quei dettagli. Naturalmente questo è dovuto al fatto che mi occupo anche di design industriale. Progetto, ingegnerizzo e risolvo ogni genere di problema di produzione presentino i prodotti che invento. Credo che il solo modo di risolvere davvero i problemi che la tecnologia può porre alla società consiste nell’utilizzare la tecnologia. Il problema della società tecnologica sta nel fatto che è analfabeta in materia e quindi, alla mercé della malia della tecnica e dei dettami dei suoi alti sacerdoti. Ma l’uso della tecnica non andrebbe confuso con l’architettura.

Come molti architetti, padroneggi la retorica e parli con eloquenza. Ma che cosa hai realizzato negli ultimi 30 anni?

Ho passato gli ultimi 30 anni della mia carriera a proporre e creare degli edifici che restituiscono alla comunità quanto più verde possibile. In alcuni casi sono riuscito a restituire quasi tutto il terreno sotto forma di giardini restituendo alla comunità la stessa superficie che occupa l’edificio. (Ne è un esempio il mio progetto del Centro Atletico e Culturale Mycal a Shin-Sanda, Prefettura di Hyogo, Giappone). In tutti i miei progetti ho cercato di restituire alla comunità, sotto forma di giardini collettivamente fruibili, quanto possibile se non tutta la terra che occupa la pianta del mio edificio. L’edificio di 1.000.000 di piedi quadrati destinato a uffici, teatro, spazi espositivi che ho progettato a Fukuoka in Giappone dimostra come ci si possa riuscire anche in un contesto densamente urbanizzato. Il progetto per l’ENI a Roma dimostra come è possibile creare dei Giardini Verticali nei piccoli spazi di terreno di un edificio alto. Il mio progetto per il grande ospedale da 600 letti a Mestre (Venezia) ora in costruzione, è stato acclamato come il primo “giardino della salute”, un fattore attivo del processo di guarigione. Mi impegno a cercare di progettare degli edifici strettamente legati alla natura, accessibili e fruibili dalla comunità intera intesa in senso lato, così come sono accessibili e fruibili dagli enti economici che li hanno finanziati. La mia formula architettonica del “Verde sopra il Grigio” o del “morbido sopra il duro” rappresenta un modo molto semplice ma incisivo di creare edifici che non estranino i cittadini dal regno vegetale ma al contrario creino un’architettura inestricabilmente intessuta nel verde, nella natura.

Cosa ne pensi del titolo “Una Arcadia TecnologicaGrigio” che Fulvio Irace - docente di Storia dell’Architettura Contemporanea presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano – ha usato per il suo libro su un aspetto della tua opera?

Per me… l’Europa persegue l’eterna ricerca dell’Utopia, il mito della fine. Il mito che ritorna in America è l’Arcadia, l’eterno inizio. Mentre la visione tradizionale dell’Arcadia è quella di un giardino umanistico, in America l’Arcadia si è trasformata in una natura fatta dall’uomo, una foresta di alberi artificiali e di ombre mentali. Immagino che Irace abbia percepito certe affinità fra la Tecnologia, le ombre mentali e gli alberi artificiali.

Se un’opera architettonica non parla al cuore, che senso ha?
È soltanto una costruzione come tante.
Tu hai perseguito per anni una sensibilità ambientale mentre l’ambiente prevalente in architettura è quello che continua a emarginare il nostro lavoro. A cosa attribuisci questa strana situazione?

Chiunque cerchi di parlare una lingua nuova non dovrebbe stupirsi di non essere compreso. Lo emargineranno certamente. La solitudine non mi fa paura. Non mi interessa l’onore che conferiscono gli uomini, ma il sorriso degli angeli. Divido gli architetti in tre categorie: la prima è quella dell’architetto commerciale, quello che alcuni chiamerebbero l’architetto “mercenario”; la seconda è quella dell’architetto professionista, con una professionalità di alto livello nell’ambito di un discorso accettato; e la terza è quella dell’architetto inventivo. Le tre categorie corrispondono perfettamente al concetto di stereotipo, tipo e prototipo. Colui che inventa un prototipo manda in frantumi una convenzione artistica, amplifica la tradizione corrente e introduce nuovi simboli non istantaneamente comprensibili. Quando una cultura inizia a capire i significati incarnati in tali simboli prototipici, il prototipo diventa un tipo capito. E la cultura che un tempo aveva fornito il contesto al tipo inizia a mutare, il tipo si trasforma in stereotipo. Coloro che abitano una cultura, omogeneizzata e pastorizzata, si sentono più a loro agio con gli stereotipi. Si spiega forse così perché sono sereno quando vengo emarginato. A volte, quando mi sento troppo solo, fantastico di essere in prima linea.

Tu definisci spesso il tuo lavoro mistico, cosmologico e interessato al mito. In un mondo di “simulacri” dove cultura e valori spirituali vengono abbandonati e/o intenzionalmente distrutti, ma dove lo trovi il pubblico?

Qui non posso fare a meno di risponderti in un modo che suonerà certamente arrogante: lascio che vengano a me. Io creo l’immagine, se fa presa nel loro cuore mi ascolteranno. Per me un pubblico formato da quattro persone in una moltitudine di indifferenti che distolgono lo sguardo, è più che sufficiente. Quei quattro si sono lasciati prendere e sono l’unico pubblico che mi interessa. Fin da quando ero un ragazzo e osservavo come reagivano i compagni di Princeton quando presentavo i miei progetti, mi sono abituato a cercare di piacere solo a me stesso. Se, così facendo, attraggo un pubblico, che così sia fintanto che è un pubblico critico, un pubblico curioso. Non ho pazienza con gli ammiratori non dotati.

Dove pensi che vada in futuro il movimento verde?

Si ramificherà. Il cosiddetto Movimento Verde è un grande ombrello, dove, attualmente, non oserei fare molta luce perché le ombre stanno ancora cercando i propri corpi. È uno stato di consapevolezza, non rappresenta ancora una realtà concettuale perché manca di un sistema di discorso preciso e di struttura teorica che gli permetta di trasmettere un complesso di conoscenza e di sottoporlo a costante riesame. È un atteggiamento per il momento. Non è ancora un principio. Vuoi lasciare che i nostri pochi accoliti se ne accorgano? Sciagurato lo sciamano che rivela che la sua magia si regge su una cucitura.

Quali architetti del passato (prima del XX secolo) ritieni ti abbiano influenzato? Chi ammiri più di tutti?

Sono devoto a Imhotep – Imhotep fu un visir ed un architetto che sarebbe vissuto in Egitto durante il regno di Djoser, nel corso della III dinastia. Poi arrivo con un balzo fino a Palladio – Palladio, pseudonimo di Andrea di Pietro, è stato un architetto, teorico dell’architettura e scenografo italiano del Rinascimento – perché ho un debole per gli architetti pratici e pragmatici. Con quello che ho detto prima non ti stupirai se ti dico che ammiro Jefferson – Thomas Jefferson è stato un politico, scienziato e architetto statunitense – ma il mio cuore, o qualsiasi cosa io usi come suo surrogato, appartiene a Frank Lloyd Wright - Wright, morto nel 1959, è stato un architetto statunitense, figura centrale dell’architettura organica.
Ora, dal momento che Terry Riley, il curatore di architettura del MoMA, mi ha definito, per iscritto, come Il più grande architetto dell’illuminismo cioè del XVIII secolo, ho i requisiti, almeno in senso temporale, per essere incluso nella lista di coloro che potrei scegliere?

Dove trovi chi ti sostiene finanziariamente oggi e che differenza c’è tra il clima che accompagna questo supporto oggi e la situazione di vent’anni fa?

Farei un distinguo tra i patrocinatori o clienti dividendoli in pubblici e privati. I miei clienti privati nel 95% dei casi, sono altri architetti che quando hanno un problema che richiede un approccio olistico e ambientale si rivolgono a me per dei suggerimenti progettuali. Per quanto riguarda i clienti pubblici, si tratta sempre di architetti, in questo caso più giovani, che sono impiegati nella pubblica amministrazione e che quando possono mi cercano. Così, sono in contatto con un bel po’ di loro.

Su una base concettuale, quale consideri la tua principale innovazione?

Penso che il mio principale contributo sia stato quello di dimostrare che si può evocare lo spirito dell’architettura senza usare gli elementi canonici dell’architettura tradizionale; che si può dare vita a una dimora anche usando mucchi di fieno.

Quale delle tue opere ritieni più importante e perché?

Tra le più importanti c’è La Casa de Retiro Espiritual con la quale ho voluto realmente “ripensare” l’architettura. L’unica cosa che stava in piedi era la facciata, che doveva apparire come una maschera, un surrogato dell’architettura. Si vedevano solo due muri contro il terreno. Si potrebbe dire che con questo artifizio ho cercato retoricamente di riformulare l’architettura come un processo culturalmente condizionato per ritornare alla nozione primordiale di dimora. Contrariamente alle aspettative e alle speranze di tutti, è stata costruita e si erge orgogliosa in tutta la sua bellezza.
Altro progetto che è stato importante per me è quello di Fukuoka, perché dimostra che ci può essere “il Verde e il Grigio” – uno sopra l’altro – e allo stesso tempo (al diavolo Hegel e le sue antitesi) si può restituire alla comunità il 100% del terreno coperto dalla pianta dell’edificio sotto forma di giardini accessibili da piano terra a tutti. Questo edificio è per me la prova lampante che l’opinione prevalente: Le città sono per gli edifici e le periferie per i parchi è un’idea sbagliata e stereotipata

Cosa ti dispiace di più dell’architettura oggi prevalente – che cosa ti piace? (non tanto i singoli architetti, quanto le tendenze e le prospettive).

Disprezzo con tutto il cuore i membri della International of Das Internazionale auf the Square Window (perdonami, Joseph Hoffman, i tuoi quadratls erano pieni di grazia). Provo grande disprezzo e malcelato rancore contro coloro che continuano a spremere il Movimento Moderno, ormai completamente compreso e stereotipato, contorcendo le pareti e piegando gli angoli. Per me non fanno altro che vendere vecchie saponette in una confezione nuova. Tra dieci anni come con il Post-Modernismo, non Rem-arra * niente!

* Gioco di parole con il nome di Rem Koolhas. (Nota dell’Autore)