
Fotografie che diventano puzzle, immagini che si scompongono e che sembrano prendere vita. Perché il movimento e il ritmo sono alla base di ogni suo scatto. È Maurizio Galimberti, fotografo italiano, primo nella classifica dei fotoritrattisti italiani redatta nel 1999 dalla rivista Class. Nato a Meda nel 1956, dalla Brianza la sua fama e i suoi ritratti – sono più ritratti che fotografie per la capacità dell’artista di fotografare l’anima di chi ritrae appunto e di emozionare – hanno varcato i confini nazionali. Oggi il nome di Galimberti, che agli inizi degli anni ’90 è passato dalla passione amatoriale per la fotografia al professionismo, fa rima con Polaroid, le famose macchine fotografiche degli anni ’80. Non ama definirsi fotografo, ma è conosciuto come il fotografo della Polaroid perché ha legato il suo nome all’uso delle pellicole a sviluppo istantaneo. Conosciuto anche come Instant Artist POLAROID ITALIA, è anche l’ideatore e il promotore della Polaroid Collection Italiana. Lo raggiungiamo a New York, dove si trova per promuovere i nuovi progetti, poche settimane dopo la notizia: Lady Gaga, la stravagante giovane cantate americana è stata nominata Direttore creativo di una nuova linea. E lui, che curerà anche la galleria Polaroid che aprirà a New York, confessa che prima non la conosceva. Ma partiamo dall’inizio e dalla sua poetica.
Lei ha creato una poetica sull’istantanea: com’è nata?
Quest’idea è nata nel tempo, all’inizio non me lo sarei mai aspettato. Piano piano ho maturato quest’intenzione: poi l’idea, unita a una forte progettualità, ha preso vita. Credo che sia importante credere nel proprio lavoro, conoscere bene il mezzo per saperne poi sfruttare tutte le potenzialità. Nei primi anni di lavoro la mia idea di panoramica era influenzata dal futurismo: immagini dinamiche realizzate grazie a un obiettivo rotante. Ero condizionato dal fotodinamismo dei fratelli Bragaglia – Anton Giulio e Carlo Ludovico Bragaglia si sono dedicati alla sperimentazione di tecniche fotografiche e cinefotografiche innovative, concentrandosi soprattutto sulla fotodinamica, avvalendosi anche del contributo del movimento Futurista ed in particolare di Marinetti. Poi, con Polaroid, ho iniziato gradualmente a scomporre le immagini in più piani di lettura, in diversi frammenti. Giorno dopo giorno ho capito qual era la strada che volevo percorrere, il sogno che volevo inseguire. La forte intenzionalità e la progettualità sono, ripeto, fondamentali. Man mano lavori, metti a fuoco il sogno; man mano lavori, cresci.
Si definisce un marketer, un fotografo, un artista o un ladro di emozioni?
Non lo so!!! Il marketer è un esperto di marketing e di comunicazione e io non lo sono. Mi definirei un artista perché vado a caccia di emozioni. Di sicuro non sono un fotografo perché non mi interessa raccontare la realtà. Per me è più importante l’idea, il concetto, e questo approccio è lontano dal linguaggio fotografico ma è più vicino ai codici della pittura e dell’architettura. Ladro?
Sì, ladro di emozioni: ruba l’attimo, il momento, l’istante, l’anima di chi sta fotografando. È d’accordo?
Sì, è vero. In questo senso mi posso definire un ladro.
Nell’era del digitale, pensa che Polaroid abbia incrementato le vendite grazie alla sua professione e alle sue opere?
Di sicuro il mio lavoro ha creato un interessante movimento, ha coinvolto tanti appassionati, quindi l’azienda, dal punto di vista del marketing, ne ha guadagnato. Ora mi sto occupando del rilancio dell’immagine insieme al management dell’azienda e al responsabile italoamericano Giovanni Tommaselli – Direttore artistico della casa fotografica – la mia immagine e il mio lavoro daranno un contributo importante.
Lei ora lavora con la cantante americana Lady Gaga, nominata lo scorso gennaio Direttore creativo dalla Polaroid – Leggi l’articolo su La Repubblica.it – Una scelta forse più di marketing, dettata dal desiderio di avvicinare Polaroid a un pubblico più giovane? Cosa ne pensa?
Sì, è vero. Io sono l’artista, so usare bene il mezzo, la mia macchina fotografica, sono la ciliegina sulla torta di un progetto di business. Pensiamo alla Ferrari: la macchina era bellissima, ma perché Felipe Massa non vinceva e Michael Schumacher invece sì? Dobbiamo cercare di essere tutti come Schumacher, di portare ai massimi livelli il prodotto che abbiamo in mano. Negli States Lady Gaga è un’icona pazzesca: è giovane, ha una moltitudine di fan e appassionati che la seguono da cinque anni. Avrà il compito di ridisegnare le linee di prodotti già commercializzati, ma anche di crearne di nuovi. Il management di Polaroid è veramente entusiasta del progetto artistico. Lo sono anche Giovanni Tommaselli e Valentino Grant – Direttore di Polaroid Italia – loro hanno avuto per primi l’idea di coinvolgere Lady Gaga. Questa è una novità assoluta: l’idea del prodotto ha una forte progettualità artistica e Lady Gaga, icona interplanetaria della musica, avvicinerà il prodotto ai giovani con degli accessori e un design personalizzato.
Quando le è stata comunicata questa decisione, qual è stata la sua reazione? Che cosa ha pensato?
Le dico la verità, non sapevo neanche chi fosse Lady Gaga. Sono sincero, non la conoscevo, ma sono molto felice della scelta. Ho molta energia, voglia di fare, sono entusiasta di questa nuova sfida. Pensi, mi sono messo anche a dieta o meglio, non tocco più una goccia di vino proprio per essere sempre il più lucido possibile. Questo nuovo incarico mi porterà spessissimo lontano da casa, sarò spesso in giro per il mondo, dovrò essere sempre concentrato. In Italia i ritmi di lavoro ti permettono di essere più rilassato, mentre ora è come se stessi correndo il campionato del mondo e perciò devo essere sempre presente e attento. Questo lavoro è anche una grandissima soddisfazione personale, l’azienda ha riconosciuto la mia professionalità, mi fa sicuramente molto piacere. È anche un lavoro molto gratificante, ho la possibilità di incontrare grandi personaggi. Ad esempio abbiamo fatto una sessione di lavoro con Chuck Close – pittore e fotografo statunitense che ha raggiunto la fama mondiale grazie ai suoi quadri iperrealisti di grandi dimensioni – e come si dice a Meda, non è paglia, insomma è importante.
Lei è stato condizionato dal Futurismo: che cosa significa oggi essere futurista, cubista o dadaista?
Vuol dire avere una visione dinamica, veloce, avere sempre voglia di giocare e mangiare tutto. Avere sempre voglia di guardarsi intorno, di essere onnivori. Ad esempio anche da una suola di scarpa posso tirar fuori un’opera d’arte: questo non significa banalizzare l’oggetto, ma vuol dire dare una chiave di lettura, cioè mettere il timbro della mia poetica con l’aiuto della Polaroid. Non mi sento un cubista, mi sento più duchampiano perché il mio lavoro è più vicino al quadro Nudo che scende le scale di Marcel Duchamp – realizzato nel 1912 dal pittore e scultore francese, esponente del Fauvismo e del Cubismo e animatore del Dadaismo e del Surrealismo, diede poi inizio all’arte concettuale - Duchamp sovverte le regole del Cubismo, è interessato alla descrizione dello stesso soggetto scomposto in più punti di vista, ma ripetuto in diversi momenti successivi; trae spunto dalle recenti scoperte cinematografiche. In questo modo, non solo risolve l’estrema staticità propria del Cubismo, ma compie il primo passo verso un uso del mezzo pittorico che porterà alla sperimentazione astratta. La figura anatomica si scompone in piani e linee che lasciano solamente intuire la presenza ed il ritmico succedersi dei movimenti della figura: il soggetto è fermo, ma Duchamp ha saputo dargli il senso di vivacità e movimento. Anche Umberto Boccioni – pittore e scultore italiano, teorico e principale esponente del movimento futurista - per me è un punto di riferimento, ma il mio mito assoluto è Picasso.
E cosa mi dice di Andy Warhol?
Andy Warhol – pittore, scultore, regista e produttore statunitense, figura predominante del movimento Pop art americano – ha portato la Polaroid ad altissimi livelli di popolarità in America. Lui è un esempio, non era egoista e ha aiutato tanti artisti ad emergere. È un mito, ha creato un movimento. Anch’io, nel mio piccolo, ho detto che non avrei potuto lavorare da solo, infatti abbiamo coinvolto in questo progetto altri artisti importanti come appunto Chuck Close, un’icona, lui ha fondato la Polaroid negli anni ‘70 e anche lui faceva parte del gruppo di Andy Warhol. Vogliamo coinvolgere il meglio, creare un team di lavoro che sia in grado di sfruttare al massimo le potenzialità della Polaroid. Warhol è un esempio, non era egocentrico, lasciava spazio agli altri. Come dicono i manager, questo progetto deve essere il risultato di un lavoro di squadra. La Polaroid non può essere identificata con la mia faccia o con le mie fotografie.
Dal 2000 lei è anche uno dei sostenitori del Gruppo Polaser, di cosa di tratta?
Il Gruppo è stato fondato nel 1998 dal fotografo Pino Valgimigli; gli artisti nazionali e internazionali che vi hanno aderito in questi anni sono accomunati dalla ricerca e sperimentazione di nuove possibilità espressive nelle loro molteplici forme. Per Valgimigli, George Braque – pittore e scultore francese, che assieme a Pablo Picasso è stato l’iniziatore del Cubismo – era un mito, lui per il gruppo è un punto di riferimento importante.
George Braque ha detto La limitazione dei mezzi determina lo stile, dà vita a nuove forme e dà impulso alla creatività: la polaroid ha potenzialità limitate rispetto alle moderne macchine fotografiche? Crede che i limiti stimolino di più un artista?
No, la limitazione non dà più stimoli. Penso comunque che la polaroid non sia limitata rispetto ad altre macchine fotografiche; io ripeto spesso La polaroid ha il grandangolo e il teleobiettivo, con il primo fai un passo avanti e con il secondo fai un passo indietro. Se non puoi fare né un passo avanti né uno indietro vuol dire che quella foto non era destinata a nascere. Il fotografo Mario Giacomelli dice La macchina fotografica è un attrezzo, l’importante è che nella testa di un fotografo ci sia la capacità di farlo funzionare bene. È importante, quindi, che l’artista sappia metterci del suo.
Che tipo di polaroid usa?
Uso una polaroid normalissima, un mezzo semplice. Le stesse macchine fotografiche che negli anni ‘80 venivano regalate nelle occasioni importanti, per la Prima Comunione o per la Cresima ad esempio. Ho aggiunto soltanto, tra il 1989-1990, un collector che è una lente macro, semplice e banale, che fino a 4-5 anni fa in commercio costava 100 euro. Quindi no, il mio è un mezzo assolutamente normale.
Chi vorrebbe fotografare?
Mi piacerebbe ritrarre il Papa. Io sono un italiano atipico, sono cresciuto tra i preti e le suore, ho sempre frequentato l’oratorio. Anche adesso a cinquant’anni, quando posso, vado in oratorio a giocare a pallacanestro. E poi Papa Ratzinger ha un bel viso, anche Papa Wojtyła era molto bello ma negli ultimi anni aveva un’espressione più triste. Papa Benedetto XVI ha una bella immagine, bei capelli bianchi, è un’icona. Poi, essendo cattolico, per me ha un significato ancora più profondo.
Da che cosa è stimolato?
Mi sveglio al mattino e ogni giorno decido chi fotografare; non faccio solo ritratti e paesaggi, ma fotografo tutto ciò che mi stimola. Respiro l’aria del mattino e in base alla giornata, alla temperatura, all’umore decido chi e che cosa ritrarre. Sembrerò banale, ma per me la mia famiglia è fonte di stimolo: quando mia mamma sta bene, mi telefona, mi cerca o quando i miei figli mi chiamano… per me tutto questo è fonte di grande ispirazione. Loro, la mia famiglia, sono la mia forza per andare avanti.
Qual è il ritratto che non avrebbe voluto fare?
I ritratti dei politici, perché rischi di venire strumentalizzato. Ho fotografato Silvio Berlusconi (vedi foto 4) – 1999 – in qualità di Presidente del Milan e Walter Veltroni (vedi foto 3) – 2005 e 2006 – regalo di un suo amico collezionista romano. Avendo fotografato entrambi, sia Berlusconi sia Veltroni, sono stato classificato: l’idea di essere classificato o strumentalizzato non mi piace, io ho la mia personale idea politica. Non amo fotografare i politici, sono una categoria che non mi piace, sono finti. Nei miei ritratti cerco sempre la verità, l’anima della persone, cerco di emozionare: ad esempio quando, nel 1994 ho fotografato Lalla Romano (vedi foto 1) – poetessa e scrittrice – o nel 1999, Mario Luzi (vedi foto 2) – scrittore esponente dell’Ermetismo italiano – piuttosto che Norberto Bobbio (1998) – filosofo – ho sentito davvero delle emozioni; i politici invece indossano sempre una maschera, anche quando cerchi di interagire con loro.
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| 1. Lalla Romano | 2. Mario Luzi | |
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| 3. Walter Veltroni | 4. Silvio Berlusconi | 5. Autoritratto |
Milano, 9 aprile 2010
Olivia Villa
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