All’Università IULM – Libera Università di Lingue e Comunicazione – trovo di fronte a me un quasi settantenne, un fior d’intellettuale – di lì a poco avrei scoperto quanto poco ama questa definizione – con i capelli raccolti nella coda ed il sorriso sornione e malizioso, da collezionista di pensieri. Ancora non sapevo cosa significasse imbattersi nei suoi arabeschi fraseggi intarsiati d’incisi, e ignara e sorridente gli racconto brevemente della mia piccola scoperta al termine della quale parto in tromba chiedendo…
Ma no! Si possono avere tanti altri atteggiamenti. Io non ho fatto solo quel film: a partire da “Io sono un autarchico” – primo lungometraggio di Nanni Moretti, del 1976- ne ho fatti due o tre con lui, e la cosa nasce dal fatto che Nanni si servì per tutta la prima serie di film – adesso meno perché adesso fa cinema tout court, cinema di mercato, insomma, come tutti lo fanno – di attori occasionali, presi, invece che dalla strada, dal suo giro di conoscenze, quindi si sceglieva le persone. Ed essendo lui uno che sceglieva le persone a ragion veduta, a me ha sempre fatto fare la parte dello stronzo e del figlio di mignotta!
Perché allora lui, frequentando me e mia moglie per varie ragioni, aveva ben capito che io ero contrarissimo al tipo di cinema che faceva lui. Io sono sempre stato un sostenitore del cinema hollywoodiano, e non mi piaceva per niente il tipo di cinema che faceva lui. Non mi piaceva il cinema d’autore… sì, trovavo molto carino e interessante il tipo di cinema che faceva lui, ma insomma, non lo ritenevo “cinema”. Allora lui, cogliendo questa cosa, mi faceva fare sempre queste parti. Poi radical chic non lo so, forse il meccanismo… narcisista, sì, nel senso che a me chiunque mi venga a dire ti faccio fare un film, io subito! Mi diverto un mondo a fare l’attore, assolutamente!
Ah, iniziamo con un impatto piuttosto violento!
Pausa- … Forse non saprei nemmeno adesso come descrivere i miei valori… . In qualche modo i valori sono convinzioni, credenze, norme, princìpi. Credo di non poter parlare di valori perché non sono molto convinto che si possa partire da princìpi, da categorie, da norme. Penso sia più corretto parlare di comportamenti, anche se nei comportamenti c’è qualcosa di istintivo, perché sono il risultato di ciò che hai intorno, insomma, il risultato di tante cose anch’esse difficili da definire… . Progressivamente mi sono convinto dello stare in guardia nei confronti sia dei valori che delle teorie che mi possono essere stati trasmessi per educazione, istruzione, influenza familiare, istituzionale o politica. Semmai a questi valori bisognava rispondere con una capacità d’adattamento, situazione per situazione, cosa che ha abbastanza a che vedere con il comportamento. Io reagisco in un determinato modo, cioè si può essere morbidi – cosa che potrebbe anche essere definita opportunismo, perché uno cerca le opportunità – oppure si può essere radicali. Io in genere sono stato radicale, mi sono sempre definito un riformista radicale, cioè dentro una cornice di pensiero che ritiene che si possa intervenire in qualche modo sulle cose della vita quotidiana. Dato che nella tradizione politica il riformismo è un termine che suggerisce l’idea dell’accomodamento – ben diverso dall’adattamento (ride) – della morbidezza e del compromesso, a me invece sembra che un mutare qualcosa, un riformare, dare nuova forma, richieda un massimo di energia.
Certo! Anzi, il terreno del riformismo è fatto di più punti e momenti di discontinuità di quanto lo sia il terreno del conservatorismo e della conservazione della rivoluzione – rivoluzione permanente. Seppure in collocazione opposta, sono ambedue un’accettazione di paradigmi dati per sicuri, di credenze indiscusse.
Non saprei cosa dirle alla domanda sui valori… direi che io sono definito – anche se poco conta quello che io possa essere – dal ruolo che mi sono dato, o che mi è stato dato, anche questo è impreciso saperlo, se uno prende un ruolo perché gli è stato dato o perché se lo prende… . Comunque il mio ruolo è quello di essere un docente universitario, la maggior parte del mio tempo è passato e passa in questo ruolo, quindi in termini di valori io dovrei domandarmi: (in falsetto) Come si colloca la funzione della docenza, dell’insegnamento, della formazione, in un determinato contesto sociale? e Come questa funzione si lega ai valori della democrazia, piuttosto che bla bla bla? Ecco, io penso che tutte queste cose vadano messe radicalmente in discussione, quindi insomma, non saprei come rispondere direttamente… . Cioè, lo saprei, ma apriremmo un trattato! (ride)
Ripeto, non saprei. Non so in tutti questi anni che valori io possa aver trasmesso! Io mi identifico nel ruolo di docente sostanzialmente per sfuggire a quell’altra definizione che mi potrebbe essere attribuita, e che io però non amo per niente, da cui diffido, che è quella dell’intellettuale. Quando noi definiamo un intellettuale, soprattutto nel contesto italiano – perché è una cosa tipicamente italiana – definiamo ruoli che si sono addossati il compito di trasmettere valori guida alla nazione o al principe e sovrano o al popolo. Ecco io in questo ruolo non è che mi ci ritrovo molto, quindi preferisco scegliere un ruolo da professionista, semplicemente. Esiste il politico che è un professionista, esiste il docente che a suo modo…
I punti di riferimento che ho sono semmai una forma di pensiero che si colloca a fine 800, a cavallo tra 800-900, che è data da Nietzsche – Friedrich Nietzsche, 1844 – 1900 – filosofo e scrittore tedesco - alle Avanguardie Storiche - movimenti artistico culturali europei, fine 1800 – 1920 circa e così via… . Sono tutti movimenti, opposizioni, saperi o non saperi fondati sulla negazione dei valori, sul disvelamento del vuoto che c’è dietro i valori dell’Occidente, dietro i valori della modernità, dietro i valori dell’identità, quindi se qualcosa, consapevolmente o inconsapevolmente, nello stile del parlare, nel modo di intrattenermi con i giovani ho avuto, è stato questo tipo di sentire all’interno di momenti in cui i valori venivano criticati.
Non so, nemmeno questo è sicuro… . In genere i giovani sono i più grossi conservatori che ci siano. Di fatto sono quelli che sentono di più la crisi di passaggio, di transito. Come sempre accade, i passaggi creano paure, inquietudini e i giovani spesso si comportano come gli abitanti di un villaggio: da un certo punto di vista attendono il nuovo, sono ben disposti a trasformare i luoghi – un vecchio negozio in un nuovo negozio, la vecchia insegna in una nuova insegna – perché confidano sul fatto che il mutamento li possa far stare meglio; contemporaneamente però, sono anche i più affezionati al vecchio luogo, perché è quello dove sono nati, quindi vivono questa duplicità.
In questi miei 35 anni circa di esperienza di docente e ricercatore ho imparato moltissimo dai giovani che ho incontrato. Quello che sentivo di interessante in loro non era tanto il vecchio concetto della generazione nuova, era semmai un tipo di esperienza, ecco, mi offrivano esperienza. Quando uno come me cercava di smarcarsi dalla tradizione all’interno di una facoltà di tipo umanistico, inizialmente il passaggio passava sostanzialmente tra letteratura, scrittura, e cinema. La mia riflessione è stata sul cinema e in questo mi hanno indubbiamente aiutato giovani che riflettevano sul cinema assai più di chi scriveva di cinema. Quello è stato il periodo napoletano, io ho insegnato molto a lungo a Napoli. Quei ragazzi si erano educati al cinema direttamente, ecco il tratto interessante! La funzione del docente scendeva in secondo piano rispetto all’esperienza diretta e in questo mi ritrovavo perché anch’io mi avvicinavo al cinema in un modo un po’ diverso rispetto agli storici di allora. Io cercavo di cavare fuori il più possibile dalla visione del cinema arrivando ad alcuni contenuti non tanto attraverso il modello storiografico, teorico, astratto o estetico, ma attraverso la condizione dello spettatore, del piacere dello spettatore, per cui i contenuti mi nascevano soprattutto in quei film in cui io provavo un forte piacere… un po’ quello che nell’800 significava essere collezionisti, con un rapporto feticistico, erotico con il loro oggetto di studi, con una specie di tendenza a possedere quell’oggetto.
Mi sono interessato di cinema in anni in cui di fatto la vita quotidiana iniziava ad essere quella della televisione perché la società di allora poteva essere definita pienamente una società dello spettacolo, centralizzata e legata sostanzialmente alla cultura della metropoli, ed è su questo che ho avuto una certa influenza, dove ho finito per fare più o meno piccole variazioni sullo studio di Walter Benjamin – Walter Benjamin 1892 – 1940, filosofo, scrittore e critico letterario tedesco. Verso la fine degli anni napoletani, e poi pienamente negli anni romani, gli anni novanta, il tema è diventato quello televisivo che poneva ben altre questioni. Questo oggetto di forte identificazione del piacere dello schermo diventava una riflessione sulla vita quotidiana che a sua volta cominciava a diventare una riflessione su una dimensione proto-digitale perché nella sua fase culminante, in cui si sono accentuati gli aspetti di interattività tra spettatore e piccolo schermo, stava preparando alle reti digitali.
La rete è stata l’ultima fase dove lo scarto tra me e i giovani che sanno di rete è più forte. Piccola consolazione: nonostante le mie mani non rispondessero alla capacità di saper smanettare quanto dovuto sul computer, la testa, forse proprio per l’educazione ricevuta precedentemente dal grande e piccolo schermo, in qualche modo mi pare abbia retto nel seguire queste grandi trasformazioni. Probabilmente anche perché sorretta dalla spontanea attitudine nel ricostruire i processi storici per ricavarne teorie generali di tipo sociologico. Allora queste esperienze le avevo sempre collegate in qualche modo con la politica, intendendo per politica le arti dell’abitare, quindi le dimensioni dei conflitti.
C’è un modo usuale e disciplinare di definire la politica: il sapere politico, gli apparati politici, i partiti politici, le forme di governo, le forme dello Stato, e così via; e c’è un modo di intendere la politica sostanzialmente legato al suo etimo, polis, quindi il grande pensiero politico che ha investito tutto l’Occidente s’incardina sulla polis greca, sulla civitas romana e poi sulla città Rinascimentale. Riflettere su questi passaggi pone immediatamente un’attenzione sulla politica non essenzialmente o solamente o principalmente come arte di governare le cose, ma come arte del territorio, dell’abitare e quindi delle arti e degli strumenti con cui si governa un intero territorio.
Sì, la parola territorio è tornata adesso, va molto di moda, è una parola che va e viene. Tempo fa per esempio, nella cultura di sinistra, c’era quest’idea del decentramento e in quei casi si diceva territorio; territorio diventava la dimensione delle periferie, delle comunità… adesso territorio significa un’altra cosa. Le culture politiche tradizionali hanno preso in esame soggetti, oggetti, ceti, società guardando all’aspetto normativo di un determinato contesto geopolitico, percependo la realtà come rapporto tra Istituzioni e confini nazionali o locali a seconda delle dimensioni. Molto spesso, nel modo vecchio di intendere e di fare politica, la parola territorio viene pronunciata nella sua vecchia accezione di mappa.
Oggi, nonostante tutto sia ancora più o meno nello stesso modo, questo sta progressivamente venendo meno perché il territorio è qualcosa che ha più a che vedere con il vissuto dei luoghi, con la sociologia, che non è una sociologia delle istituzioni, dei ceti, delle classi ma una sociologia attenta agli elementi simbolici, alla costruzione simbolica delle cose e quindi all’immaginario.
Direi piuttosto che s’intreccia con il passaggio dal modello industriale classico, che è quello con cui la modernità in senso storico-tecnologico si è costituita, al modello post-industriale. Il modello industriale ad un certo punto è andato in crisi: da quelle categorie che portavano alla costruzione d’identità molto forti, alla contrapposizione di classe, alla distinzione tra realtà e finzione, a tutte le culture legate ai confini nazionali, alle identità nazionali, a meccanismi di governo verticali o centralizzati, via via si è progressivamente passati ad una fase in cui queste categorie si stanno non tanto sostituendo ad altre, perché è in atto un processo per trasformazione, ma stanno disaggregandosi.
Sotto la crisi dei valori forti della modernità ci sono due paradigmi, due posizioni che si stanno confrontando in questi anni. Una che, spaventata dalla potenza disgregatrice di questi elementi centrifughi, tenta di resistere, di ricomporre e di dare forza ad alcuni valori, ricreando meccanismi di aggregazione; l’altra posizione cerca invece di favorire tutti quei mezzi e forme espressive, quegli immaginari che possono dare una risposta alle dinamiche centrifughe, di perdita di coesione.
La società delle reti è il risultato della disaggregazione dei vecchi modelli sociali e dei vecchi dispositivi e apparati sociali ma è anche il territorio in cui si trovano a confrontarsi e a confliggere i processi che tendono alla disaggregazione e all’aggregazione. Ritenere che la rete sia di per se stessa un elemento in grado di favorire la disaggregazione e i movimenti centrifughi, è ingenua. Di fronte a una nuova tecnologia l’errore che si rischia sempre di commettere è pensare che questa sia di per se stessa la portatrice di una soluzione. C’è chi ha sempre percepito le tecnologie come un elemento che interviene contro e chi invece le percepisce a favore. Non solo McLuhan – Marshall McLuhan 1911 – 1980, sociologo canadese – traccia una strada diversa, ma anche Heidegger – Martin Heidegger 1889 – 1976, filosofo tedesco.
La tecnologia non è altro che una protesi umana, l’espressione di trasformazioni dell’essere umano. Su Google si ha la dimostrazione che in rete si trovano tutt’e due le cose. Ci sono i vecchi apparati della politica, delle Istituzioni e dell’impresa che cercano di usare la rete per marginare il processo di crisi della loro influenza, ma contemporaneamente le reti servono a tutti quei focolai di deriva, di differenziazione che stanno nascendo. Ecco i due elementi. In passato si è chiesto molto spesso al cinema prima, alla televisione poi, di essere strumenti per favorire un sapere e un agire anti-moderno, anti-centralizzato. Però questi mezzi erano molto più adatti a operazioni di spettacolarizzazione, di centralizzazione. La rete invece si presta molto di più al suo contrario.
Questo è un punto che io ritengo molto importante. La storia sociale dell’Italia ha dimostrato una cosa: l’esperienza metropolitana che ha caratterizzato paesi come l’America, l’Inghilterra, la Francia e la gran parte del mondo moderno industriale, in Italia non c’è stata. Nel senso che da noi non esiste una metropoli analoga a Londra, New York, Parigi.
Non è una mancanza di qualità, non c’è proprio stata! In Italia la dimensione della metropoli come si è verificata a partire dalla metà dell’800 – a volte anche un po’ prima in Europa e in America – in Italia non c’è stata; ci fu un debole tentativo a Napoli, perché Napoli è stata il centro del grand tour – nella seconda metà del 1700 Napoli fu meta di grandi viaggiatori, al tempo in visita alla corte dei Borboni, luogo del ben vivere, d’incontri e scambi di opinioni tra passato e modernità, sino alla Rivoluzione Francese – 1789 – che sconvolse la Napoli Borbonica – il frutto di un regno – quello borbonico – che aveva sperimentato i primi passaggi d’industrializzazione. Ma Napoli non solo finisce per non farcela in questo processo metropolitano, ma finirà poi via via, per processo di deficiazione, per il fatto che le risorse erano del Settentrione.
Torino è proprio una piccola, pallida imitazione di Parigi, ma senza averne il territorio, l’estensione, la popolazione. Le metropoli non è che nascono a caso, nascono in determinati contesti geografici e storici favorevoli e con il concorso di grandi masse e di risorse, come accadde per Parigi e Londra. Sostanzialmente le metropoli nascono perché la nascita dell’industria crea grandi trasformazioni, grandi aggregazioni di masse lavoratrici, un’edificazione enorme, rapida, gigantesca che nel giro di pochi anni scardina la città vecchia, la rivoluziona, facendo convergere persone di ogni tipo, cultura e ceto, da ogni parte del mondo. La metropoli scardina il modello della politica tradizionale e quello della città rinascimentale chiusa e cinta dalle mura che tiene lo straniero all’esterno, diventando invece il luogo dello straniero, dove tutti sono diversi e stranieri all’altro. È questa l’esperienza metropolitana che in Italia non c’è stata e che non ci sarà mai, nel senso che quando poi si arriva finalmente a Roma capitale, Roma non poteva essere una metropoli, era un’altra cosa, era una grande città fatta di rovine, proprio non poteva essere!
La dimensione metropolitana in Italia si raggiunge soltanto negli anni ’80, e la si raggiunge non facendo riferimento al territorio fisico, ma facendo riferimento alla televisione. Cioè il territorio metropolitano in Italia non sarà mai quello fisico, ma invece lo è e lo diventa – in questo senso anche magari con qualche tratto di originalità rispetto al resto del mondo – attraverso la televisione. Quando in Italia si forma il regime misto, cioè RAI-Fininvest, lo spettatore televisivo si trova in una condizione di molteplicità attraverso le reti che può vedere, la possibilità di passare da un canale all’altro, attraverso lo zapping, creando quell’attraversamento di un territorio molteplice, plurimo, fatto di differenze, fatto di stranieri…
In questo modo, in un paese le cui Istituzioni sono sempre state abbastanza deboli, in cui l’Unità d’Italia invece di essere fatta dalla scuola un poco viene fatta dalla televisione dei primi anni del monopolio, avviene questa incedibile trasformazione, per cui la televisione ha immediatamente assunto un grande ruolo. Il passaggio ad una dimensione metropolitana della televisione in Italia realizza quella trasformazione enorme che le altre nazioni nel giro di due secoli avevano avuto il tempo di metabolizzare e di controbilanciarle attraverso la capacità delle Istituzioni di star dietro a quella trasformazione.
Mentre da noi l’esperienza metropolitana è stata un disastro, colpa anche di Istituzioni povere, che è quello che spiega il grande mutamento politico che si determina a partire dagli anni ’90. Gli anni ’90 sono il risultato di questo cataclisma culturale, legato ai consumi, legato al consumo televisivo degli anni ’80.
Direi meglio che questo è il motivo per cui è stato fatto vincere, in modo del tutto inaspettato, nel primo ciclo elettorale, ed è il motivo per cui continua a esser fatto vincere. Tutte le forze dell’opposizione, invece, usano linguaggi pre-metropolitani, sbagliando tutto nei confronti di questa forma di sovrano che rappresenta un interesse popolare dentro i paradigmi delle forme di rappresentazione della società, che nei partiti tradizionali non c’è mai stata e che qui si trova espressa, diciamo.
Sì, sotto certi aspetti parla ma, insomma non è che parli, diciamo mostra uno stile di valori che corrisponde di più al senso comune delle persone, soprattutto di quegli strati più emblematici della società italiana, del cittadino. Insomma le Istituzioni politico-parlamentari sono fondate sul cittadino, ma la cultura italiana nel suo insieme non si è accorta che progressivamente questo cittadino, non sufficientemente alimentato da un apparato Istituzionale, come accade nella democrazia inglese o americana o in altri paesi, si fa molto di più consumatore, piuttosto che cittadino. Il cittadino in una prima fase si fa spettatore, e questa era una dimensione comunque presente in tutti i sistemi, perché tutti i sistemi moderni hanno avuto un tipo di sovranità che si è servita molto della sua spettacolarizzazione, come del resto è innato nella figura del sovrano, anche quando il sovrano è il leader di un partito… Però invece il salto, il mutamento molto forte è questo passaggio da cittadino-spettatore a consumatore vero e proprio. Il consumatore non ha il senso della storia, non ha il senso dei valori tradizionali, pensa al suo interesse, è molto familista, è legato a passioni, affetti, desideri, ambizioni… . Il consumatore sfugge al linguaggio dei partiti tradizionali, che non a caso si sono disgregati, che non ce la fanno a controbattere, anzi, che costruiscono ancora la forza di affermazione del berlusconismo, la rimpopolano loro, sbagliando il loro linguaggio! Loro sbagliano il linguaggio che usano, continuando ad usare una forma che appartiene a vecchie figure della politica, a vecchi valori che si ritengono necessari per governare.
Quello è l’altro fenomeno, analogo e interessante. La storia italiana delle Istituzioni, della politica e dei governi non ha avuto l’esperienza metropolitana ma si è consegnata alla televisione attraverso cui ha vissuto alcuni fenomeni della modernità, distaccandosi sempre più dal territorio. L’adesione a questa forma di rappresentazione della società ha favorito il distacco tanto che, anche partiti fortemente radicati sul territorio come il PCI, progressivamente lo hanno perduto.
Ciascun partito ha la sua storia in questo senso. Il radicamento al territorio della Democrazia Cristiana per certi aspetti somigliava alla storia del PCI, ma il suo era sostanzialmente praticato attraverso le parrocchie, e lì c’è poi tutto il problema di cosa si sia distaccato rispetto al rapporto tra Chiesa e territorio…
Infine, quando le leghe hanno iniziato a svilupparsi, fu commesso un errore enorme di sottovalutazione del loro linguaggio, perché le leghe stavano tornando al territorio fisico. Come tutti quelli che stanno con i piedi sul territorio le leghe assumono una capacità di intervento e di consenso politico che le altre culture hanno perduto, che affidano interamente alla televisione, non sapendo nemmeno più usare i linguaggi adatti, perché semplicemente mostrano la loro precedente cultura. La televisione è un mezzo che potenzia un qualcosa e contemporaneamente lo smaschera.
Il risultato, oggi, è un paese dilaniato tra l’aspetto totalmente terra – la terra delle leghe, il territorio fisico fatto da interessi locali, da bisogni territoriali non generalisti – e la perdita di capacità d’impatto sul popolo nazione. In tutto questo panorama si inseriscono le reti digitali, il fenomeno più complesso, quello in grado di rappresentare tutto ciò, ma anche rispetto al quale le vecchie culture politiche non colgono la vera chance che si possono giocare con questo linguaggio diverso, personalizzato. Le culture politiche e istituzionali di destra o di sinistra – ormai tutti elementi trasversali – che vorrebbero ricomporre l’infranto e che lamentano in modo più forte la crisi dei valori storici e tradizionali del nostro paese, pensano che la rete – potente in quanto raggiunge non solo dentro casa, come la televisione, ma addirittura persona per persona – possa sì servire come espansione di un contenuto, ma poi non sono in grado di percepirla come dimensione totalmente diversa dell’abitare, dove i contenuti si formano attraverso meccanismi relazionali, di compartecipazione ad un processo che non è mai stabile, che non è mai ponderabile… ecco, questo non viene interpretato! Agiscono senza capire la vecchia frase di McLuhan il medium è il messaggio. Se io mi immagino di reintrodurre alcuni valori della società tradizionale e di metterli nelle dinamiche che si stanno manifestando in questa fase – su Facebook, sui blog, ecc… – non colgo, non capisco che questo non basta, perché in queste modalità sono altri i contenuti ad essere in gioco, e non quelli che si vorrebbero restaurare!
Ad esempio il filone Maffesoliano coglie in Internet una dinamica di tribù, in cui rispetto al dover essere delle culture tradizionali prevale un elemento dionisiaco, liberatorio, anarchico. E le reti sicuramente possono prestarsi a questo. Una cultura più politicizzata come quella del nostro Massimo Di Felice pensa, giustamente anche in questo caso, che la rete possa essere il luogo in cui, attraverso la fluidità e la non verticalità delle forme di trasmissione si possano aggregare azioni che fanno contenuti e fini profondamente critici nei confronti dei vecchi apparati e delle vecchie dimensioni valoriali, sociali e politiche.
Io penso che ci siano tutti e due questi elementi. Per me però l’aspetto più interessante in questa fase è il tentativo di cogliere nelle reti il maturare di forme di sapere che comincino a ritenere assolutamente marginali – e qui lei è ancora soddisfatta per la domanda sui valori (ride)- i valori dell’Umanesimo. Io penso che le reti – un’enorme ramificazione legata in gran parte a qualcosa che sta ai margini, come protesi umane – siano una buona metafora di quanto l’essere umano sia sempre più marginale rispetto al funzionamento del mondo; e l’acquisire la marginalità dell’essere umano può essere un grande antidoto alle politiche moderne, perché sono tutte fondate sulla centralità dell’essere umano, sull’idea che i valori universali appartengano all’essere umano. I conflitti di oggi risiedono in questa profonda convinzione.
Mi spiego, dapprima c’è stata una natura senza essere umano, poi un essere umano nato da una natura, poi l’uomo ha cominciato a manipolare la natura mantenendo con essa, in una prima fase una certa differenza. Progressivamente l’essere umano si è fuso con la natura, come diceva Baudrillard – Jean Baudrillard 1929 – 2007, filosofo e sociologo francese di formazione tedesca – le protesi umane si sono estese al mondo, ma ad un certo punto queste stesse protesi ritornano sull’essere umano, quindi l’ambiente che noi viviamo è un ambiente che ci indica sempre di più la nostra marginalità. Questa forzatura del pensiero è difficile da essere concepita, ma se entrasse pienamente a far parte della cultura con cui si affrontano i conflitti e le arti dell’abitare, probabilmente tutta una serie di scelte che caratterizzano l’orizzonte politico moderno potrebbero essere prese con più cautela, o addirittura modificate.
È proprio un po’ il contrario: l’idea che l’essere umano sia qualcosa di marginale rispetto al mondo dovrebbe spingere ad una riflessione diversa sul mondo. All’identità umana come essere sovrano dovrebbe prevalere il mondo nel suo insieme, un fenomeno contrario a tutta la storia dell’Occidente dove al vertice della piramide c’è l’essere umano – ecco il principio dell’Umanesimo – e dove polis greca e Umanesimo rinascimentale che, insieme, spiegano le politiche moderne. Oltretutto l’identità occidentale pensa ad una piccola porzione di mondo e di umanità, rispetto alla quale tutto il resto è carne umana che va in malora, che viene sperperata ogni giorno. La corazza identitaria dell’uomo occidentale si assume il tema della libertà e del mondo, ma se si pensasse invece questa identità vincolata alle leggi immortali dell’Universo, secondo me si potrebbe ripensare il mondo. È tutta una questione di comportamenti.
Nel dominio dell’Occidente – per Occidente intendo occidentali e gli occidentalizzati, Cina e India incluse – prevalgono due comportamenti rispetto ai problemi del mondo. Uno è quello che si preoccupa del sistema, della povertà, dei processi di sviluppo, di civilizzazione, e a volte po’ riesce bene, benché non trovo che in questo ci possa essere una soluzione dei problemi perché al principio civilizzatore risponde la dinamica della sovranità e del potere, piuttosto che l’idea di far star bene gli altri. Dall’altra parte c’è questa necessità assoluta del piacere, dell’edonismo come risposta allo sviluppo e all’affermazione. Accanto alla dichiarazione formale dei diritti dell’uomo, della libertà c’è un enorme bisogno di soddisfare i sensi in diversi modi. Questo è l’indicatore che testimonia che in gioco, veramente, c’è la carne umana, nella dimensione globale delle cose. Non posso dire che l’essenza del mio essere umano sia la morte e quindi i sensi che soffrono, però riconosco che la vera cosa che conta è la carne.
Alla rilevanza della carne rispondono anche altre cose come le biotecnologie, la chirurgia estetica, la sua possibilità di trattare il corpo nei modi più desiderabili…
Se si pensa ai dibattiti culturali, tranne il filone Nietzsche-Bataille -Georges Bataille 1897 – 1962, scrittore, antropologo e filosofo francese – che è stato emarginato ad essere letteratura e arte, non pensiero messo in gioco nella politica – tutto il resto ha sempre fatto riferimento all’Umanesimo. L’Umanesimo è il grande valore difeso da alcune religioni ma se si superasse questa centralità, dal punto di vista antropologico culturale, avremmo degli antidoti, delle resistenze nell’assumere gli stili e i contenuti che in genere caratterizzano la politica moderna. E avremmo, quindi, qualcosa che potrebbe intaccare di più delle etiche ed estetiche con cui si tenta di superare la dimensione moderna che però continua ad introdurre elementi etici ed estetici che riaffermano l’Umanesimo: ecco spiegati i disastri delle politiche attuali, perché sono il risultato della continua riaffermazione dei valori dell’Umanesimo. Il nodo sta tutto lì.
Che io lo auspichi o meno è indifferente. Se penso che sia l’essere umano a dover essere marginale, figuriamoci me (stesso, ndr), quindi! Mi pare che sarebbe utile cominciare ad assumere un pensiero fortemente anti-moderno, ma se uno dice pensiero anti-moderno, non la dice tutta: perché il pensiero anti-moderno, che comincia praticamente con la modernità, è un pensiero che piuttosto spesso torna sull’Umanesimo e sui suoi valori, nei più arditi si trasforma in uno slogan ancora più radicale: post-umano. Ritengo che dietro il cartello dei diritti civili ci sia un’enorme imbroglio, perché i diritti civili riguardano soltanto quelli che i diritti già ce li hanno, in qualche maniera, o comunque è applicato solo in contesti dove la questione dei diritti può essere affrontata e rivendicata, allora mi affido all’idea che in questi ultimi passaggi che stiamo vivendo, di radicalizzazione dell’intervento della tecnologia sui nostri corpi, possa maturare una forma di pensiero che progressivamente ritiene sempre più marginale l’essere umano.
In questa torsione del pensiero, secondo me, forse potrebbe manifestasi un qualcosa che non è la salvezza del mondo – per carità – che è il continuare ad andare avanti in questo mondo, ma è assumere ruoli, responsabilità, obblighi o altro, io credo che qualsiasi cosa uno sia chiamato a fare e decidere, se pensa in un modo rispetto ad un altro, conti.
Di forme di pensiero che ritengono che oggi siamo sull’orlo del baratro ce ne sono infinite, ma gli esseri umani che oggi pensano a questo sono coloro che vivono e campano di un relativo benessere, rispetto a quelli che non ce l’hanno. E questi qui stanno formulando tra di loro: c’è chi formula il fatto che il mondo è sull’orlo del baratro, della catastrofe: 10 anni, 30 anni, 50 anni e poi chissà. Ma nonostante questo mi sembra che la pulsione sia tale da non temere. Se ci fosse la disponibilità dei sistemi d’opinione, di controllo dei paesi avanzati a prendere in considerazione davvero la possibilità di sopravvivenza del genere umano, sicuramente saremmo di fronte ad una rivoluzione enorme. Perché dovrebbero essere prese una seria di misure incredibili per cercare di frenare tutti i rischi della crescita. Ancora una volta, rispetto a elementi razionali, prevalgono elementi simbolici.
Tutto quello di cui stiamo parlando ad una famiglia coperta di mosche, seduta sul fango in cui i bambini muoiono ogni 5 minuti, non interessa. È tutta un’altra storia là. Questi sono tutti problemi che ci poniamo noi privilegiati. Anche il problema della sopravvivenza del mondo è dei privilegiati, perché quegli altri che speranza vuoi che possano nutrire! Loro hanno solo puro dolore, il loro destino. Allora dentro l’Occidente c’è soltanto un costante pensare alla propria dimensione, che secondo me non è solo quello che pensa a se stesso, ma è anche quello che pensa di fare la colletta per il nero africano. Stanno nella stessa dimensione. Ripeto: è un anche un tragico destino di appartenenza ad un sistema da cui di fatto non ti puoi sottrarre, se non attraverso forme radicali.
Niente può risolvere questo dramma. Tutti i gruppi che fanno poi volontariato, assistenza, ecc.. sono elementi interni allo stesso meccanismo che poi riafferma il sistema per cui esiste questa parte di mondo che ha diritto a vivere nei confronti di una parte di mondo che non ha diritto a vivere.
Allora, dato che il pericolo in tutto quello che dico è quello di cadere un’altra volta in un’idea umanitaria – mamma mia dovremmo preoccuparci di… – ecco a me questa cosa non interessa!
Le reti, secondo me, aiutano perché sono un’interfaccia con una serie di automatismi, di svuotamenti del corpo che saranno sempre di più rispetto alla circolazione delle emanazioni dell’uomo, tutti elementi che dovrebbero favorire una sensibilità di questo concetto. Oppure no, possono invece fornirne un’altra. La rete digitale è un territorio come un altro, quindi se qualcuno ha i soldi, i mezzi, la forza, la potenza per introdursi può fare un’altra operazione. La capacità anarchica della rete di sfuggire al controllo, può alludere invece al massimo controllo. Basta introdurre rigorosamente le regole del copyright; per esempio in Cina gli strumenti per impedire questa libertà di flusso esistono o comunque si tentano di avere. Da sempre una possibilità di accesso o di fuga ha trovato qualche tecnologia per cercare di evitarla. Posso dire che la dimensione delle reti aiuta a pensare a queste cose, a sentirle, ma non ho motivo di credere che questo sapere antiumanistico possa venir fuori. Io analizzo soltanto. Non penso nemmeno a quello che potrebbe essere un benessere comune, perché se il motivo fosse pensare a questo, penserei ancora una volta all’essere umano. Quello che a me interessa è che si spezzi la tradizione religiosa, sicuramente assente nel mondo sacro nel privitivismo del sacro, in parte presente-assente nel mondo classico, e poi trionfata con il cristianesimo, in cui l’essere umano è sovrano sul mondo. Se io dicessi che, seguendo questa maturazione della consapevolezza della propria marginalità, questo potrebbe servire meglio al benessere degli esseri umani, ricadrei invece!
A me non interessa l’interesse del genere umano, mi interessa soltanto che culturalmente la presenza dell’uomo sulla Terra venga sentita in modo diverso da quello che s’è sentita. Fino ad oggi, diciamo, l’essere umano sulla Terra ha prodotto un sapere che è stato particolarmente crudele nei confronti sia dell’essere umano stesso sia del mondo nel suo insieme. Allora penso che una torsione antropologico-culturale di questo possa essere un elemento. E ripeto: ci sono dei filoni di pensiero che questa cosa o l’hanno pensata assolutamente come nel caso di Nietzsche, o l’hanno pensata solo per certi tratti esteticamente, come nel caso delle Avanguardie Storiche. Ma non a caso sono forme di sapere che non sono entrate a far parte della storia del pensiero Occidentale, delle pratiche dal punto di vista giuridico- istituzionale.