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Massimo Di Felice, i nativi digitali
bruceranno la Carta di Atene
La natura stessa e il sistema della vita è concepito
come un sistema in rete. Paesaggi post-urbani, le forme comunicative dell'abitare, dal territorio alle reti
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L’11 marzo 2010 il TIME pubblica “10 ideas for the next 10 years”, il decalogo dei 10 trend per i prossimi 10 anni. Il punto 8 recita: TV will save the world. In barba a Google, Facebook e tutti gli i-gadget, nel suo approfondimento “Revolution in a Box” Charles Kenny mostra quanto il media di massa più diffuso al mondo sarà la “vecchia” scatola nera, col suo bagaglio di canali digitali, pronta a mostrare, dal Ghana all’India, dal Brasile al Vietnam, “nuove idee e differenti persone, con conseguenti grandiose opportunità, accrescimento delle uguaglianze, miglior comprensione del mondo ed apprezzamento delle complessità.” (…watching TV exposes people to new ideas and different people. With that will come greater opportunity, growing equality, a better understanding of the world, and a new appreciation of the complexities of life…).

Partendo dal responso di Kenny, “TV vs WWW: 1-0”, abbiamo intervistato Massimo Di Felice, Coordinatore del Centro de pesquisa Atopos, che sta svolgendo una ricerca sull’impatto delle reti digitali nella creazione di processi di sviluppo sostenibile in alcune piccole comunità locali brasiliane, con il finanziamento della compagnia energetica Petrobras. Di Felice commenta «La vecchia tv non permette la produzione di contenuto ma solo la sua ricezione, ecco ciò che la distingue da youtube o dalle reti, che stanno educando le nuove generazioni a produrre contenuto, non solo a riceverlo. Ma questo non vuol dire che la televisione sia destinata inevitabilmente al declino, la tv potrebbe svolgere un ruolo importante in molti paesi, soprattutto in quelli dove é maggiore l’esclusione scolastica, per permettere l’accesso a corsi e contenuti culturali anche alle comunità più lontane. Le tv dovrebbero trasformarsi in divulgatrici di cultura, oltre che di intrattenimento».

Trascurando la profezia citata nella raccolta Maya Popol Vuh, secondo la quale la data del 21 dicembre 2012 segnerà una svolta drammatica o spirituale dell’umanità, e riducendo profetici scenari all’oggi per oggi, un cambiamento pare essere in atto.

Sviluppo, progresso, evoluzione, trasformazione, decrescita… qual è la parola?

«Rifkin Jeremy Rifkin, Denver, 1943 che è un autore, un economista molto noto ed importante, nel suo libro Economia all’idrogeno – la creazione del Worldwide Energy Web e la redistribuzione del potere sulla terra Mondadori, 2002 fa una stretta relazione tra il progresso dell’umanità e la variazione contemporanea di due fattori: da un lato il cambiamento dell’approvvigionamento energetico, ossia delle risorse energetiche utilizzate, e dall’altro il cambiamento dei modelli comunicativi.
Quando questi due modelli cambiano nello stesso tempo, l’umanità fa dei passi in avanti. Il nostro attuale modello energetico è basato sul petrolio, quindi su energie non rinnovabili. Il modello del petrolio comporta l’approvvigionamento di grandi quantità di energie che sono nelle mani di pochi, energie che poi vengono distribuite e vendute al resto delle persone, quindi un modello analogico, da un centro alle periferie. Il modello comunicativo dell’era del petrolio è il modello delle televisioni, della radio, un modello che distribuisce informazioni.

Oggi le reti propongono un modello comunicativo in cui le informazioni sono disponibili a tutti in qualunque parte del mondo, in cui ogni soggetto può essere sia fonte che ricevente di informazione, di contenuti, quindi un modello senza centri. Rifkin auspica la creazione di un modello energetico che coincida col modello comunicativo delle reti, ad esempio con l’utilizzo dell’idrogeno, ma anche di tutte le energie rinnovabili: il sole ad esempio, che è dovunque. Oggi siamo in un momento centrale importantissimo: l’umanità ha l’opportunità di fare un salto in avanti se il nuovo modello energetico coinciderà con il modello di distribuzione globale delle informazioni nella rete».

Salto in avanti o restaurazione? Fritjof Capra, nel suo libro La rete della vita, dice che è difficile ritrovare la via del ritorno all’Eden primitivo, dovendo prima sgombrare la strada dalle macerie dello sviluppo. Le recenti tecnologie applicate alle comunicazioni di massa ci avvicinano o ci allontanano definitivamente dall’Eden, dalla condizione ideale?

Mi piace molto la frase di Capra, mi piace praticamente tutto quello che Capra scrive… questa frase ci pone già chiaramente la situazione: le macerie dello sviluppo. Abbiamo oggi la coscienza che lo sviluppo inseguito nella fase della recente modernità è qualcosa che ha un limite, ossia che non può continuare ad essere come è stato fino adesso, una forma quantitativa espansiva illimitata perché le risorse del pianeta sono finite. L’impatto è assolutamente improponibile perché ha un costo anche umano molto grande e a questa coscienza si è arrivati indipendentemente dal proprio credo.

Davanti a questa coscienza abbiamo, con le reti e le tecnologie, una possibilità di cambiamento perché abbiamo la prospettiva e l’opportunità concreta di diffondere la conoscenza, di costruire nuove reti sociali, di pensare a sviluppi locali gestiti dalle stesse comunità che abitano il territorio, la possibilità che esse stesse interagiscano con mercati anche distanti per poter realizzare progetti, e la possibilità di pensare ad un dibattito mondiale sulla difesa dell’ambiente, del territorio, delle foreste… Questo cambiamento è un processo che ci consente di pensare positivamente benché non voglia dire che sia automaticamente votato al successo. Può essere che forze politiche avverse a tutto questo vincano, abbiano strumenti o capacità superiori.

Prima cosa oggi non dobbiamo più far coincidere sviluppo con la condizione ideale, l’eden, perché parlare ancora di sviluppo ci mette nuovamente nella logica moderna evolutivo-quantitativa, che sappiamo oggi non essere l’unica strada. Anzi abbiamo la necessità di diminuire lo sviluppo quantitativo, industriale, moderno, di aumento di produzione per andare verso una trasformazione che significa preservare la cultura, l’ambiente, i territori, la nostra storia, le nostre identità. Oggi sviluppo non coincide ancora con preservazione, con sostenibilità, con pluralità di visioni, questo è il passato.
La parola non è più sviluppo, perché oggi assume un altro significato, ma è trasformazione.
I cambiamenti fanno parte della condizione umana.

A proposito di cambiamenti, cambiamenti che sono il frutto della circolazione delle informazioni prima, delle persone poi, il sociologo francese Michel Maffesoli afferma che l’epoca post moderna è caratterizzata dal fenomeno del nomadismo, cioè da una forte propensione agli spostamenti sul territorio.
Che ruolo ha il pensiero di Maffesoli sulle tue ricerche?

Michel Maffesoli è stato per la mia generazione in particolare un pensatore ed un sociologo importantissimo. L’ho conosciuto perché è venuto in più occasioni su invito del Prof. Ferrarotti – Franco Ferrarotti, Palazzolo Vercellese, 192, Sociologo – alla facoltà di Sociologia della Sapienza di Roma, per cui ebbi sia l’opportunità di conoscerlo che di leggere tutti i suoi libri.
Il pensiero di Maffesoli si inserisce in un contesto storico particolare, iniziato con la pubblicazione del libro di Vattimo РGianteresio Vattimo, Torino, 1936, filosofo e politicoIl pensiero debole * (Feltrinelli, Milano, 1983), la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989), la crisi delle grandi ideologie e la crisi delle grandi narrazioni di emancipazione in un contesto sociale spogliato di qualsivoglia suggestione ideologica, le narrazioni danno false risposte alle problematiche concrete delle persone comuni come disse François Leotard (Cannes, 1942), ossia in un periodo di crisi delle grandi ideologie che avevano la pretesa di spiegare tutto.

Nei suoi studi sulla società, Maffesoli dà una forte enfasi al dionisiaco, all’effimero, all’immaginario, a tutti quegli elementi che la sociologia classica o non aveva trattato o aveva trattato in maniera marginale. Lui è stato fondamentale per capire come i cambiamenti di oggi siano legati a fenomeni definiti futilità: la moda, i gusti, lo spettacolo, il corpo, gli stili di vita, il sentire… categorie oggi importantissime per comprendere l’architettura, il consumo, l’economia, la politica. Superate le ideologie, Maffesoli ha fatto capire a tutti che il postmoderno è l’epoca dell’effimero, della velocità, della rapidità, dove i grandi cambiamenti sono legati più alle logiche emotive e del sentire, che alle ideologie dell’interpretazione razionale. Tutto questo nella rete è assolutamente visibile e amplificato. Io direi anzi che nella rete c’è un modo di sentire “transorganico”, ossia il risultato di una interazione non soltanto tra persone, ma tra persone e circuiti informativi, tra persone e reti, tra persone e interface, e quindi è un tipo di sentire che stimola sensazioni prodotte non soltanto dai sensi umani, ma dalla combinazione dei sensi umani con il beneficio tecnologico. È un sentire che non possiamo definire artificiale, perché l’umano continua ad esserci, ma allo stesso tempo non possiamo definire umano perché diverso dal sentire tradizionale, basato sui cinque sensi.

Ma i sensi che entrano in gioco con le interfaces, con le tecnologie, sono limitati, no?

Al contrario. Molte ricerche dicono che esiste una vera e propria esplosione di sensi: quando una persona sta seduta davanti al computer i sensi sono tutti attivissimi, molto coinvolti, molto stimolati. È vero che le mamme spesso dicono ai figli di non passare ore e ore davanti al computer, ma di uscire e di giocare e sicuramente è un ottimo consiglio! (ride)
Mentre la persona sta apparentemente seduta, in realtà sta facendo un insieme di azioni mentali che a livello percettivo sono assolutamente complesse. Si tratta di una stimolazione con pochissimo movimento e questo è l’aspetto nuovo. Storicamente la condizione umana è inserita nell’ambiente: per avere più stimolazioni l’uomo doveva muoversi, camminare, interagire con l’esterno, quindi essenzialmente la stimolazione era legata al movimento. Invece con internet i nostri sensi sono stimolati dal circuito informativo, non dal movimento.

Sì, ma i sensi come il gusto, il tatto…

Il touch screen è una forma di tatto, o pensi ai quei games in cui oggi si sta recuperando anche il movimento, o second life dove apparentemente le interazioni sembrano escludere i sensi, il tatto, ma forse non completamente… o comunque sviluppano un altro tipo di tatto, un altro tipo di funzionalità. È importante capire queste nuove forme del sentire perché noi siamo convenzionalmente legati a una concezione definitiva dell’umano. Ma la stessa biologia ci dice che l’uomo è un essere in continuo divenire, soprattutto rispetto agli altri organismi viventi. L’uomo possiede una grande caratteristica, che è la continua interazione con il mondo esterno, indispensabile per trasformarsi e per svilupparsi in senso pieno.

In zooantropologia l’epimeletica è la necessità che hanno gli organismi viventi di interagire con l’ambiente circostante per svilupparsi. Quando ad esempio un bambino nasce, non solo il corpo è piccolo ma anche il cervello è molto poco sviluppato. Attraverso l’interazione col mondo esterno il bambino imparerà tutto quello che costituirà il suo essere individuo maturo, ossia il risultato dell’interazione con l’esterno. Dal tipo di ambiente che il bambino appena nato incontra nel suo percorso evolutivo, dipenderà il suo sviluppo. Questa incessante relazione con l’esterno stabilisce di fatto come l’organismo non sia già formato, bensì il risultato di una continua interazione con l’esterno.

Dato che oggi esiste un ambiente digitale, tecnologico, noi stessi ma ancor di più i cosiddetti “nativi digitali” svilupperanno dei sensi che prima non esistevano. Questa evoluzione storicamente si è sempre avverata. Pensi alla lettura: la diffusione della lettura ha creato un tipo di individuo e di soggettività assolutamente diversi dall’individuo che viveva in un contesto esclusivamente orale. Quindi oggi non dobbiamo sorprenderci più di tanto per le variazioni che le nuove tecnologie stanno apportando alle nuove generazioni. Probabilmente dobbiamo interrogarci, rivedere aspetti positivi e negativi che inevitabilmente ci sono.
Ma questo fa parte della condizione umana.

Quali sono gli aspetti positivi e quali quelli negativi?

(ride) …con tutta una serie di dubbi perché il fenomeno è molto recente e complesso… L’aspetto positivo è la possibilità unica nella storia dell’uomo di poter avere accesso a tutte le informazioni. Le reti ci danno la possibilità reale di avere accesso a tutto il sapere umano, dalla pittura, all’arte, alla filosofia, a qualunque tipo di contenuto si possa immaginare, e lo hai disponibile con un semplice click! E questo è un bene, perché è l’avverarsi dell’utopia della comunicazione.

Il libro stampato nasce esattamente con questo fine, cioè far arrivare i contenuti a più persone possibili. La voce innanzitutto, il testo e tutte le forme di comunicazione poi, hanno avuto in sè l’obiettivo, l’utopia, di dare accesso a più contenuti possibili al maggior numero di persone. Fai una rapida analisi della storia della comunicazione: dapprima la parola, poi la scrittura, ancor di più l’invenzione di Johann Gutenberg dei caratteri mobili (1455) – quindi la tipografia che ha ulteriormente allargato l’accesso all’informazione – la radio, la televisione, il cinema e oggi internet. La comunicazione ha avuto un enorme processo di evoluzione ed un progressivo aumento del numero di persone raggiunte, con una diminuzione sia del tempo di diffusione che dei costi di accesso. Storicamente le evoluzioni comunicative hanno permesso un sempre più allargato accesso alle informazioni, quindi la storia della comunicazione è una storia di inclusione. Questo è estremamente positivo. Vero è anche che non necessariamente la facilità di accesso corrisponde ad un interesse vero, soprattutto in questa fase di passaggio. Stando a contatto con gli studenti – i nativi digitali – posso constatare di persona quanto essi non siano necessariamente inseriti nei valori di una cultura classica. Il sapere e il concetto stesso di cultura stanno cambiando e non è detto che sia un male. Bisognerebbe piuttosto analizzare – e per questo abbiamo ancora pochi anni purtroppo per dirlo – se questo cambiamento è in direzione dell’incremento o della diminuzione della qualità.

Saranno dunque le nuove generazioni a stabilire i nuovi valori…

Direi di sì… Stavo scrivendo in questi giorni un articolo sulla relazione tra la cultura classica e la rete. Faccio un esempio: navigando nei siti di filosofia – tutti i grandi filosofi del mondo sono online – spesso si incontrano immagini, si possono visitare le opere da vicino, vederle… Probabilmente la relazione tra cultura classica e rete non è conflittuale, come dimostra anche l’incremento della vendita dei libri. Non ci sono mai stati così tanti libri come nella nostra epoca, ma come dicono alcuni miei colleghi «libri senza qualità, la maggior parte dei quali sono molto commerciali». Sono considerazioni abbastanza opinabili… Secondo me è ancora molto presto per dare un parere definitivo sugli aspetti positivi e negativi.

Però non ha detto nessun aspetto negativo.

Ma, guarda, io sono molto positivo sulle nuove tecnologie quindi per esempio ti potrei citare aspetti negativi sui quali non concordo: la prima critica mossa è la diminuzione delle relazioni sociali, e già questo non è vero. E’ assolutamente provato l’esatto contrario. In tutti i social network hai relazioni e amicizie in grandi quantità che non escludono i rapporti reali. E poi, detto tra noi, anche nei social network c’è un rapporto reale, nel senso che persone che vivono distanti possono continuare a restare in contatto come in qualsiasi tipo di relazione.

Com’era una volta con l’amico di penna, che è pur sempre un’amicizia virtuale…

…ma comunque reale! Esistono storie di grandi relazioni di amicizia a distanza che le nuove tecnologie aiutano a coltivare. Le reti poi sviluppano un tipo di socialità altra, una socialità mediata, ma comunque assolutamente vera e assolutamente importante tanto quanto quella non mediata. Ci sono dei casi in cui qualcuno dice essere ancora più vera. L’altra critica alla rete e alle nuove interazioni sui social network è data dall’ipotesi che queste relazioni creerebbero una nuova forma di individualità dove tu hai il tuo gruppo, quindi conosci solo persone che condividono con te una serie di interessi, evitando di entrare in gruppi o comunque di interessarti di cose che non fanno parte del tuo ambito. Prima cosa questo comportamento selettivo si verifica sin dal medioevo, e seconda cosa oggi non è assolutamente più così ma il contrario! Grazie all’illimitata possibilità di accesso, avrai ben più occasioni di confrontarti con siti, informazioni, gruppi che per pura curiosità inizi a vedere benché non rientrassero inizialmente nei tuoi interessi, con la possibilità di scegliere se proseguire o meno la conoscenza dell’argomento e delle persone che fanno parte del gruppo.

Chi sono questi teorici negativi?

Ce ne sono tantissimi. La prima grande critica, ossia la perdita del senso del reale, è supportata sia da Baudrillard (Jean Baudrillard, Reims, 1929 – Parigi, 2007, filosofo e sociologo) che da Paulo Virilio ( Parigi, 1932 – filosofo, scrittore, urbanista, teorico culturale ed esperto di nuove tecnologie). Questi sono i due grandi autori che criticano il fatto che le reti digitali creino una confusione nella distinzione tra reale e virtuale. Ma prima ci devono spiegare esattamente che cos’è il reale per poter sostenere questa tesi…

Io piuttosto sto facendo una ricerca che coinvolge San Paolo, Lisbona con il professor Jose Bragan√ßa de Miranda dell’Universidade de Lisboa, Milano con i professori Alberto Abruzzese e Andrea Piconi dello IULM e Parigi con Maffesoli della Sorbonne. La nostra ricerca verte sul meta-attivismo, ossia sulle nuove forme di utilizzo della rete per sviluppare temi sociali: dalla difesa dell’ambiente alle interazioni tra le imprese, da progetti filantropici come ad esempio Haiti e le forme di soccorso rapido stimolate dalle nuove tecnologie, dall’informazione di vario tipo… sulle nuove forme di relazioni tra soggetti e territorio, mediate dalla rete. Questa è la ricerca che abbiamo appena iniziato e che svilupperemo a livello internazionale nei prossimi anni.

(*)Il pensiero debole secondo Vattimo è caratterizzato dal cadere di numerosi presupposti fondanti la filosofia classica e la tradizione filosofica occidentale, introdotti dal pensiero di Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger. Partendo dal Superuomo – l’uomo liberato dall’obbedienza e dal perfezionamento etico per arrivare a Dio – Vattimo ne interpreta la sostanza con l’Oltreuomo che assume la responsabilità del proprio destino, della storia, dell’esistenza stessa. Quest’uomo è indebolito e poroso perché reinterpretabile e reinterpretato, non più destinato al Nietzscheano eterno ritorno, bensì ad una deriva destinale come da pensiero di Heidegger.

Come influiscono le reti nello sviluppo del territorio?

Le nuove tecnologie digitali trasformano la relazione tra soggetto e territorio, che storicamente non è mai stata diretta.
La scrittura inizia a stimolare una determinata concezione del territorio. Il cinema e la fotografia – poi – danno un’altra percezione e una nuova forma di interazione con l’ambiente e con lo spazio. Oggi le reti stanno attuando un’ulteriore trasformazione perché tra il soggetto e il territorio esiste una digitalizzazione delle informazioni che permette da un lato il libero e facile accesso a queste informazioni, e dall’altro un nuovo tipo di interazione, appunto in rete, che stimola collaborazioni tra gruppi di persone che si attivano per risolvere problemi reali legati al territorio e all’ambiente.

Esistono quindi reali variazioni architettoniche o infrastrutturali grazie allo scambio di informazioni e alle interazioni tra persone attraverso le reti?

Secondo me proprio sì. Io ho appena pubblicato in Brasile un libro che uscirà in Portogallo e in Italia a maggio, che si intitola Paesaggi post-urbani, Le forme comunicative dell’Abitare dal territorio alle reti, edito da Bevivino. La mia ricerca parte dall’analisi di Heidegger per arrivare alle nuove forme comunicative dell’abitare, per cui analizzo proprio come la scrittura da un lato, i media di massa – quali la radio, il cinema, la televisione – dall’altro e le reti, abbiano influenzato la relazione tra il soggetto e il territorio. Questa relazione è strettamente legata sia al tipo di rappresentazione dato, sia all’accesso al territorio che i diversi media, in momenti e forme diverse, hanno fornito e quindi conseguentemente al tipo di azione stimolata.

Io definisco abitare empatico quel tipo di abitare dove, a partire dalla scrittura del territorio e dello spazio, il soggetto è stimolato a trasformarlo a immagine di se stesso. Esistono manuali di architettura, libri famosi, utopici che pensavano alla città ideale: la Repubblica di Platone (ca. 390 a.C.), la Città del Sole di Tommaso Campanella (1602 – 1611) e tutta una serie di scritti che volevano assurgere alla città ideale, la città perfetta… pensi al Rinascimento… a tutte le categorie della prospettiva… pensi alla Carta di Atene (documento anonimo scritto a seguito del Congresso Internazionale di Architettura Moderna del 1933 e pubblicato nel ’42 su volere di Le Corbusier, dopo che questi ne ebbe rivisto numerose parti) che è il manuale creato per stabilire le regole e le norme per la costruzione della città moderna, legata all’automobile… Venivano stabilite e scritte le caratteristiche della città ideale e, sulla base di queste, si costruiva partendo dal manuale, da concetti scritti. Quindi il costruire è legato alla scrittura. E questa è la prima parte.

Poi con l’avvento dell’elettricità abbiamo una riproduzione visiva della natura, ad esempio il cinema, per cui non vi è più l’esclusiva della scrittura. Come puoi narrare un paesaggio con la scrittura? Smaterializzandolo in concetti e parole, facendolo diventare concetto. Una volta diventato concetto, l’interazione con questo paesaggio è di tipo empatico perché l’individuo concettualmente lo può modificare. Al contrario alcuni media di massa, il cinema e la televisione, restituiscono movimento alla natura. Pensi ai documentari e anche alle immagini della natura nei film. Ecco che il tipo di interazione si trasforma completamente: inizia a diffondersi una percezione dell’ambiente e una certa sensibilità per le questioni ambientali, ma soprattutto la natura e l’ambiente costruito ci appaiono come un paesaggio esterno a noi, già autocostituito, con leggi e regole proprie, all’interno delle quali non è possibile intervenire. Le città sono già costruite e lo spazio metropolitano è un ambiente talmente grande e già costituito – per quanto si possa continuamente modificare, ad esempio si può costruire un nuovo edificio – che la chiara sensazione che ne deriva è il fallimento di tutti i piani regolatori e di tutti i piani di controllo. Pensi alle grandi metropoli contemporanee: non c’è piano politico né architettonico che riesca a gestire queste grandi distese infinite di edifici. In questo caso si sviluppa una forma dell’abitare che io definisco essotopica: una forma verticale, dove l’individuo assiste al paesaggio come ad uno spettacolo, come ad una sequenza di immagini, per cui non ha il potere di modificarlo.

Le reti invece introducono un altro tipo di concezione e un altro tipo di interazione con l’ambiente perché il paesaggio diviene informazione, informazione digitalizzata.
Uno spazio digitalizzato è informazione disponibile in rete, quindi accessibile a tutti.
A partire da questo nuovo tipo di paesaggio informatizzato si ha per prima cosa la possibilità di avere una percezione molto più precisa del proprio territorio e sull’ambiente in generale perché in rete è possibile recepire molte più informazioni e metterle a confronto, così da renderci edotti, ad esempio dal punto di vista della sostenibilità, di tutti gli elementi e le caratteristiche specifiche; seconda cosa si ha la possibilità di interagire con l’ambiente in una forma non soltanto empatica, bensì con un tipo di interazione che, appunto in quanto in rete, rende possibile un intervento che smette di essere appannaggio esclusivo dell’esperto, dell’architetto, dell’urbanista o del politico. In questo modo una collettività o i gruppi in rete, attraverso lo scambio di informazioni, possono arrivare a poter decidere come relazionarsi con il territorio nel rispetto in buona parte di casi della sua identità.

In rete oggi esiste una grande quantità di gruppi meta-attivisti che stanno nascendo per difendere il proprio territorio dal punto di vista ecologico, gruppi di cittadini che avvertono la necessità di intervenire di fronte ad esempio all’incremento del costruire o a nuove forme di aggressione dell’ambiente. Questi gruppi stanno nascendo sia per far conoscere un territorio agli stessi abitanti dal punto di vista ambientale, storico, archeologico e sia per organizzarsi nel difenderlo da aggressioni. In questa forma di abitare che io chiamo abitare atopico, la relazione tra soggetto e territorio è una relazione fluida: l’individuo per la prima volta si sente non più solo abitante, ma parte del territorio. Questa è una grande trasformazione in direzione dell’ecologia. Penso per esempio ai testi di Capra e di molti altri fisici o biologi contemporanei, dove la stessa natura o lo stesso sistema della vita è concepito come un sistema in rete.

La rete crea una condizione tale per cui l’individuo – è questo a mio avviso è la grande speranza e la grande opportunità creata dalla rete – non è più al centro dell’universo, non è più lui il proprietario del territorio e il territorio non è più semplicemente il luogo dove l’uomo espleta la sua azione, quindi solo qualcosa di esterno, ma l’individuo, il soggetto è parte del territorio. Tutto quello che a noi sembra esterno – perché storicamente la filosofia cartesiana ha creato questa separazione tra res cogitans e res extensa – in realtà esterno non è. E tutte le questioni ambientali di oggi ne sono la prova: il buco nell’ozono, l’acqua che beviamo, i cibi che ingeriamo sono in realtà cose che ci sono sempre sembrate esterne, ma quando le assumiamo per necessità di sopravvivenza diventano interne! Non solo noi siamo parte dell’ambiente ma l’ambiente è tutto interno a noi… peccato che al momento la sensazione che ancora si ha è di essere solo uno spettatore e non un attore dei processi di cambiamento.

Assistiamo alla genesi di una speranza o ad un’inversione di tendenza?

Storicamente la politica, l’amministrazione pubblica determinavano la vocazione del territorio sulla base di presupposti economici e politici. I soggetti abitanti ricevevano questi interventi in forma passiva perché così era stato deciso. Dall’Atene di Pericle a Le Corbusier, tutte le forme politiche di architettura sono sempre state in questa forma: le vocazioni del territorio erano determinate da lobbies politiche o economiche che spingevano lo sviluppo del territorio in una particolare direzione. Le reti stanno invertendo questo fenomeno, le reti creano la possibilità di conoscere il territorio, prima appannaggio di alcuni gruppi di esperti, di ricercatori, di economisti e politici che facevano ricerche sulle risorse o indagini sulla domanda e l’offerta per capire le potenzialità di sviluppo.

Oggi no, i dati di un territorio sono tutti in rete, sono tutti on line e quindi i cittadini hanno accesso a questi dati: ecco la grande rivoluzione, perché una volta che l’informazione è libera e accessibile, tutti i cittadini possono aver coscienza di quale sia davvero il territorio che abitano e quindi proporre e agire in forma sostenibile.
Le persone non accettano più dalla politica o dalle lobbies una soluzione già pronta, ma vogliono cominciare a proporre un’alternativa, spesso più compatibile con le esigenze tanto degli abitanti quanto del territorio stesso. Soprattutto dal 2006, quindi parliamo di epoche molto recenti, nascono network e gruppi che – conoscendo e diffondendo la realtà del proprio territorio – forniscono proposte sostenibili di sviluppo.
Dall’altra parte hai la politica classica, i partiti, le lobbies, l’economia che gestisce il territorio e che naturalmente lo usa a proprio uso e consumo, con la logica del profitto. Questo in alcuni casi può beneficiare il cittadino, ma nella maggior parte dei casi lo pregiudica. Ecco quindi che le persone si uniscono “virtualmente” grazie alle rete per intervenire nella realtà…

In Italia ci sono decine di esempi di questo tipo che vanno dalla TAV (es: No TAV oppure Sì TAV) alla difesa degli spazi locali, alla tutela delle arti. Ad esempio esiste un’iniziativa per la difesa dei Parchi Romani (ndr. Appello internazionale per la difesa e la valorizzazione del parco dell’Appia Antica contro la edificazione a Tormarancia) così come esistono altre iniziative di persone che pretendono di partecipare alle decisioni proponendo e stimolando soluzioni sostenibili in forma ecologica. Pensi a tutto il movimento di Grillo (ndr. blog di Beppe Grillo), uno dei casi più eclatanti che abbiamo in Italia! Il movimento nasce da un blog, il blog di un comico, che oggi ha creato non soltanto un canale per un’informazione alternativa, ma soprattutto ha creato un movimento nazionale, il MoVimento 5 stelle, fatto di cittadini che hanno un programma legato alla tutela del territorio, al proprio comune nella propria regione per poter interagire e difendere democrazia e territorio.
Qui in Brasile ad esempio esiste una rete delle popolazioni indigene (ndr. Sites Ind√≠genas), che raggruppa etnie di varie parti del Paese che si stanno articolando per difendere la loro cultura e il loro territorio attraverso la rete. Ma ci sono tanti altri casi, oramai l’attivismo è legato alla rete ed è un attivismo che parte dal basso e naturalmente preoccupa i governi, preoccupa i politici, le istituzioni, perché perdono il controllo.
Ovviamente siamo all’inizio, ma è l’inversione di una tendenza storicamente affermata.

Sì, ma fatti salvi alcuni casi, ad esempio il “No B day”, dopo le parole normalmente non seguono i fatti.

La relazione tra informazione, accesso alla rete, collaborazione e azione – trasformazione non è automatica. È qualcosa che si sta creando in un’epoca molto ma molto recente. I social network hanno cominciato ad andare in questa direzione perché prima in rete ci si poteva conoscere o comunque scambiare delle informazioni, ma non si era ancora colto l’aspetto dell’azione. L’aspetto proattivo è qualcosa che sta nascendo, ma come in tutti i fenomeni nuovi, per le proposte serie ci vorrà del tempo. Per arrivare alla proposta del MoVimento 5 stelle finalizzato alle elezioni ci sono voluti degli anni, il passaggio dal blog all’attivismo politico non è stato immediato.

La rete insegna una nuova forma di azione collaborativa che ha bisogno di tanto tempo perché non ci sono idee o progetti che qualcuno propone dall’alto, come nel metodo della politica tradizionale che cerca adesione attorno a programmi precostituiti. È la rete stessa che crea le idee e progetti, non partendo dall’idea di qualcuno ma dalla somma delle idee di tutti, per cui ognuno partecipa alla trasformazione ed al miglioramento di un’idea. La rete comporta un processo democratico, collaborativo, che ha una fase di gestazione abbastanza lunga, ma che poi sviluppa qualcosa che è stato migliorato da tutti, cui tutti hanno contribuito. Pensi a Youtube, un esempio che viene portato spesso, che non è nato in questa forma a tavolino, dalla mente di qualcuno. E’ nato da un progetto per scambiare fotografie tra persone e poi, una volta entrato in rete, è stato migliorato e perfezionato da altri fino a quando è diventato quello che conosciamo.

Nella cultura dell’abitare la fenomenologia della rete è molto importante: finisce la progettazione come l’abbiamo pensata attraverso il disegno, attraverso la scrittura e inizia un nuovo tipo di interazione col territorio di tipo collaborativo, non più una teoria individuale. Viene in crisi il concetto di autore. Nascono teorie collaborative.

Se da un lato lo scambio di informazioni via interface scavalca le distanze fisiche, come può dall’altro conseguirne una forma di radicamento al territorio, sempre secondo il pensiero maffesoliniano?

Le reti stanno dando molto più valore e importanza al locale. Questa è un po’ la logica del Glocal (fusione delle due parole Global e Local) perché le località guadagnano una visibilità, una rilevanza significativa attraverso le reti, come nel caso delle comunità indigene in Brasile. Ma pensiamo a tutte le realtà etniche, alle minoranze locali in tutto il mondo: una volta in rete non soltanto diventano visibili, ma possono contare sulla solidarietà internazionale di altri governi oltre al proprio e quindi acquisiscono una forza e un’importanza molto maggiore rispetto a quella che potevano avere in un contesto non digitale. La località cambia completamente non soltanto perché la rete annulla le distanze ma perché, una volta digitalizzata, la località si distingue prima tra gli stessi abitanti del luogo e successivamente anche a quelli che il luogo non lo abitano, dandole un’espressività senza precedenti.

Come immagina le città del futuro alla luce delle nuove forme di conoscenza e interazione rese possibili dalle reti?

Beh, il titolo del mio libro è abbastanza provocatorio su questo tema. Già Argan (Giulio Carlo Argan Torino, 1909 ‚Äì Roma, 1992) negli anni ’70 aveva sviluppato una teoria molto interessante sulla città. Argan metteva in relazione la crisi della città con la crisi dell’arte: la perdita di criteri chiari per definire l’arte – con tutto ciò che aveva caratterizzato le avanguardie del XX secolo – determinava l’impossibilità di avere criteri chiari per costruire la città, cosa che effettivamente si è avverata. Pensi alle grandi metropoli mondiali, tutte fuori da qualunque piano regolatore o qualunque logica ordinata e all’identità di questi nuovi luoghi, e quindi a come cambia la città.

Questo fenomeno è chiarissimo in Italia come in qualunque parte del mondo: oggi l’ambiente urbano non è più un ambiente limitato. Urbano deriva dal latino “urbs” che significa città perché una volta tutto ciò che era urbano era separato dalle mura, quindi si aveva una unicità territoriale, culturale, identitaria e questo oggi non esiste più.
In qualunque città, anche nel più piccolo centro del mondo, oggi c’è una presenza multietnica, multiculturale e mutlilinguistica per cui lo spazio urbano – ed è per questo che il mio libro si chiama paesaggi POST urbani – non esiste più. Non esiste più come lo abbiamo pensato o prodotto in migliaia di anni di storia, dalla polis greca fino ai borghi medievali o alla città rinascimentale. Dobbiamo pensare allo spazio urbano in un modo completamente diverso non solo perché non esiste più da un punto di vista identitario e territoriale, perché le nuove tecnologie ampliano la nostra possibilità di interazione sociale, economica e politica oltre la città e oltre lo stato, ma anche e soprattutto perché esiste oggi la possibilità di pensare al territorio non più e non solo come a uno spazio geografico. Questa è la grande trasformazione che i media hanno prodotto: il territorio non è più soltanto il luogo fisico abitato. In un contesto digitale e multimediatico noi abitiamo una serie di territori, molti dei quali sono territori informativi.

Questo concetto evoluto di territorio è antico quanto l’uomo, non è un’invenzione che nasce oggi come qualcosa che prima non c’era… Pensiamo alla sfera pubblica, agli Stati nazionali, nati coi giornali, la televisione, i media elettronici… Gli Stati nazionali non sono nati soltanto per un progetto politico, ma perché esisteva una tecnologia mediatica che permetteva l’accesso a un insieme di informazioni a tutti gli individui in “tempo reale”. I media creavano un’unità linguistica che permetteva a tutti di abitare oltre uno spazio locale, un metaspazio, che è lo spazio-nazione.

Cognosco ergo habito?

L’ambiente è qualcosa di cognitivo, quindi legato alla conoscenza, ma è legato anche alla possibilità di accesso all’informazione, che anticipa il processo di conoscenza.

Quindi non è più fondamentale abitare fisicamente un posto in particolare….

Oggi non è più fondamentale, sia dal punto di vista economico che sociale. Io posso abitare nel territorio “x” e avere relazioni sociali o sviluppare attività in un altro contesto, lontano. La spazialità oggi è il risultato di un’interazione tra soggetto, media e territorio. Le tre componenti sono in continuo dialogo fra loro per determinare che tipo di località e in quale località noi siamo.
I romani avevano una divinità, chiamata genius loci, che dava la specificità ad un territorio. Se questo luogo era particolarmente pericoloso, lo era perché vi abitava un “genietto” che lo rendeva tale. I genius loci contemporanei sono i media, le interfaces. Se ho il cellulare, se sono collegato a una rete e sono nel territorio “x”, il luogo che di fatto abito in quel momento non è più soltanto quel punto geografico ma anche il territorio al quale accedo e col quale posso interagire e lavorare attraverso queste interfaces.

Uno dei grandi autori che ha analizzato questa condizione è Joshua Meyrowitz nel testo dell’85
No Sense of Place: The Impact of Electronic Media on Social Behaviour edito in Italia da Baskerville (Oltre il senso del luogo. L’impatto dei media elettronici sul comportamento sociale, 1992) in cui descrive come i media cambiano la situazione sociale, inizialmente pensata come il risultato dell’interazione tra il soggetto e l’architettura, con la separazione tra spazio pubblico e spazio privato: se sono nella mia stanza sono in uno spazio privato, se vado nella piazza sono in uno spazio pubblico. In questi due casi il mio comportamento cambia completamente. Meyrowitz osserva che oggi ciò che di fatto determina la differenza tra spazio pubblico e spazio privato, ciò che altera per intero la nostra condizione abitativa, non è più l’architettura ma le informazioni. Dice Meyrowitz che è sufficiente che io muova un dito su on o su off perché la mia situazione sociale cambi per intero. Io sono in uno spazio pubblico, rispondo al cellulare e passo ad uno spazio privato. Io sono nella mia stanza in una situazione assolutamente privata ma sono in chat line, quindi in uno spazio pubblico. Ciò che è pubblico o ciò che è privato non riescono più a definire la condizione abitativa, ma soprattutto la condizione sociale. La condizione abitativa non è più il risultato della relazione fra il soggetto e l’architettura, ma il risultato dell’interazione tra soggetto, i media e il territorio.

Per questo oggi c’è confusione – la recente cronaca gossip italiana ne è testimonianza – tra ciò che è pubblico e ciò che è privato?

Ciò che prima era un ambito privato oggi è assolutamente pubblico, diventando il luogo del conflitto. Il caso dell’Italia è evidente: la vita privata dei politici è il vero luogo del conflitto (ride) e non la vita pubblica, quello che loro dovrebbero fare o avrebbero promesso di fare, ma la loro sfera privata. Arriveremo a un punto in cui l’informazione sarà talmente alla portata di tutti che ambito pubblico e privato si fonderanno, o forse ci siamo già arrivati… Non è la vita privata l’ambito in cui si dovrebbero giudicare le persone pubbliche, ma si dovrebbero giudicare per il loro lavoro, il loro operato, e il tipo di attività che hanno svolto durante la loro funzione pubblica, poi con chi dormono o con chi non dormono è sicuramente poco interessante.

Torniamo però all’argomento della progettazione e del costruire, che mi sembra molto più interessante dato che con la rete c’è stato un grande passaggio: storicamente la progettazione è stato un processo individuale, il progettista, l’artista, lo scultore, l’architetto… ricevevano sì stimoli dall’esterno, dalle scuole di pensiero, dagli ambienti sociali, dall’humus culturale del proprio territorio… c’erano sempre input di stimolo su cui lavorava, ma il progetto era realizzato in forma piuttosto isolata. Basti pensare a come sono state costruite le città in America Latina dopo la colonizzazione: esattamente sul modello di quelle europee, di quelle spagnole e portoghesi, e questo ha comportato il non tener conto delle specificità del territorio, minimamente delle culture locali. È stata l’imposizione di un modello considerato “il Modello” per eccellenza, ma collocato in uno spazio altro, in un’altra temporalità, in un’altra cultura. Questa è una forma un po’ esasperata, caricaturale, ma è un po’ l’atteggiamento che ha caratterizzato il progettare e il costruire nostro in Occidente.

In Italia ci sono stati progetti urbanistici che hanno una storia empatica, che mostrano esattamente questo criterio… per esempio lo Zen di Palermo (ndr: dell’architetto Vittorio Gregotti) o al Centro Direzionale di Napoli (ndr: il CDN è l’unico cluster of skyscraper – gruppo di grattacieli – d’Italia e dell’Europa meridionale il cui edificio più alto, la Torre Telecom Italia, surclassa di un paio di metri il “Pirellone” di Milano. Progettista del complesso il giapponese Kenzo Tange, con interventi specifici di Renzo Piano, Massimo Pica Ciamarra, Nicola Pagliara). Progetti collocati lì – come si faceva da bambini quando si giocava col Lego – come dall’esterno, perché non hanno tenuto minimamente conto delle sinergie e delle caratteristiche del territorio. Le reti in questo ambito possono fare la differenza.

Oggi la rete dà la possibilità di accedere ad un numero infinito di informazioni: diviene possibile la realizzazione di qualunque progetto non soltanto in equipe di progettisti e di urbanisti distanti tra loro ma, fondamentale, per la prima volta è possibile che al progetto partecipi in forma attiva la popolazione che abita sul territorio e che riceverà quel progetto. È una rivoluzione totale perché coloro i quali erano anticamente gli oggetti del progetto, oggi diventano soggetti. I soggetti possono seguire e accompagnare il progetto in tutte le sue fasi, ma soprattutto possono opinare e imporre esigenze che ovviamente l’urbanista, per quanto sensibile, può conoscere fino a un certo punto.

Parlando di attivismo in rete e di oggetti del progetto che diventano soggetti, mi fa venire in mente un’iniziativa, che a questo punto posso definire meta-attivista, riferita ad Expo 2015. Brevemente: la critica mossa all’attuale progetto verte sulla sua collocazione in un unico sito: secondo i 1351 firmatari on line (architetti, professionisti, intellettuali e cittadini preoccupati) della Petizione per un’Expo diffusa e sostenibile, i cui autori sono gli architetti Emilio Battisti e Paolo Deganello che abbiamo contattato per la stesura del nostro articolo Milano Expo 2015, città sostenibile dopo la crisi – Petizione per un’Expo diffusa e sostenibile pubblicato sul numero 1 di House Living and Business, destinare gli investimenti economici per la creazione di un luna park votato all’abbandono è tanto anacronistico quanto dannoso per Milano. La proposta avanzata dalla petizione molto sinteticamente propone un progetto di distribuzione su un territorio molto più esteso – con conseguente decongestione del traffico – di riqualificazione durevole degli spazi urbani, storici e verdi. Per diverse ragioni la proposta non è stata accolta.

Vero è anche che l’11 febbraio scorso la provincia di Milano ha presentato un progetto caldeggiato da molti protagonisti della politica locale tra cui il Sindaco di Milano Letizia Moratti, l’Assessore provinciale alla pianificazione del territorio Fabio Altitonante, il presidente della provincia Guido Podestà, ma anche dall’AD di Expo Spa Lucio Stanca: Expo fuori le mura: a messa in rete dei Comuni coinvolti per la realizzazione di opere infrastrutturali, di riqualificazione sia dell’ambiente naturale che costruito che si tradurrà, fra le altre cose, nel recupero del mare di Milano, l’Idroscalo – come da progetto di Podestà del 2009 – quale seconda sede dell’Expo.


Crede che questo possa essere definito un esempio di come il meta-attivismo abbia fatto la differenza? Oppure no, perché non c’è stato accoglimento delle istanze proposte?

Di esempi come questo ce ne sono ancora molti, ma io direi che comunque una proposta alternativa c’è stata, una discussione. Poi ovviamente le forze politiche hanno ancora il potere di determinare se le proposte alternative hanno successo o no. In ogni caso c’è stato un tentativo di decentralizzazione, comunque il tentativo di proporre un altro progetto. Questo dimostra esattamente la tendenza che si sta diffondendo, che speriamo si diffonda sempre più, di un controllo diretto dei cittadini sul territorio. Ovvio che siamo in una fase di passaggio, dove non sempre questo controllo è accettato dalle istituzioni. Anzi in questo caso evidentemente non è stato accettato, ma questa petizione è frutto di una tendenza che non sarebbe mai venuta in mente a nessuno nelle città degli anni ’70 o degli anni ’80, nel senso che i proponenti avrebbero potuto dire quello che volevano… ma prima di tutto non avrebbero avuto i mezzi per farsi ascoltare e secondo ascoltare i cittadini proprio non rientrava nella logica della politica e dell’urbanistica.

L’architettura moderna è pianificazione totale, dove gli urbanisti e gli architetti del mondo intero, come nel caso della Carta di Atene di Le Corbusier, si sono radunati per definire quali fossero la caratteristiche per definire le città del futuro. E le hanno stabilite, le hanno definite facendo un elenco di caratteristiche… e le hanno applicate! Non hanno chiesto alle popolazioni cose ne pensassero… uno dei casi più radicali è stato la costruzione di Brasilia, che veramente è una cosa allucinante.

Cioè?

Brasilia (ndr: capitale del Brasile, voluta da Juscelino Kubitschek de Oliveira, Presidente della Repubblica Federale dal 1956 al 1961. Fu costruita in 41 mesi, dal 1956 al 21 aprile 1960, giorno dell’inaugurazione ufficiale; oggi conta oltre due milioni e mezzo di abitanti) è uno spazio totalmente suddiviso: dove vive la popolazione, dove passano le macchine, dove si lavora… a Brasilia hai tutta una serie di territori definiti, con identità ripartite, è patrimonio Unesco dell’Umanità, assolutamente da visitare. Brasilia è un po’ l’emblema, il documento storico della realizzazione dell’architettura moderna dove la logica è la separazione dei contesti, una città organizzata in una forma razionale estrema dove ogni quartiere – il quartiere delle farmacie, il quartiere della moda, il quartiere dei bar – ha la sua identità e lo puoi raggiungere soltanto in automobile… praticamente non esiste la circolazione delle persone a piedi.

Tutto questo nasce da Pericle, dall’applicazione del bello di Pericle all’architettura che doveva rappresentare le caratteristiche simmetriche di qualità e democrazia, fino a Le Corbusier. Benché oggi il costruire continui ad esprimere questa cultura empatica di voler trasformare il territorio a seconda di concetti e categorie, le filosofie che stanno dietro al costruire cambiano: con l’avvento delle reti non solo non c’è più un unico costruttore o un unico urbanista, ma c’è anche una popolazione abitante che ha voce, che può esprimere opinioni, può modificare il progetto, può realizzare essa stessa il progetto. Questa logica della modernità, dei progetti fatti dagli esperti, oggi non esiste più.

È quindi possibile ipotizzare che le città del futuro saranno a misura d’uomo perché le modifiche arriveranno dal basso, da chi la città la vive.

… speriamo (ride), perché questo non è automaticamente detto. Noi tutti abbiamo una grande opportunità con la rete, ma non è detto che la sapremo utilizzare o che la sapremo sfruttare appieno. Tendenzialmente mi sembra di sì, io sono ottimista perché vedo in tante parti del mondo queste forme di interazione collaborativa. Analizzando i principali eventi internazionali sulle questioni ambientali si vede quanto tutta la cultura ecologica, ambientalista sia strettamente legata alla rete e quanto si diffonda di pari passo con la rete perché questa dà voce ad una serie di attori, scienziati, intellettuali che hanno cominciato a diffondere un’immagine più reale – e più preoccupante! – di come il pianeta stia degradandosi, stia cambiando profondamente con l’impatto dell’economia contemporanea. Questi pensatori non sempre hanno voce all’interno dei media di massa, cioè all’interno dei media controllati dalle lobbies economiche. Le nuove tecnologie quindi ci stanno aiutando a capire com’è il nostro ambiente, com’è il territorio e lo fanno con la logica della rete, con la sua peculiare interazione immersiva: l’ambiente non è qualcosa di esterno all’individuo come sempre abbiamo pensato – e come continuiamo a pensare – ma l’ambiente esterno fa parte di noi, ci costituisce. Noi siamo parte del territorio, quindi dobbiamo passare da una logica olistica a una logica ecosistemica.

Immersi nell’ambiente, immersi nella rete… viviamo allora due realtà a due velocità. Internet “viaggia” ad una velocità molto simile a quella del pensiero, con l’opportunità di aprire contemporaneamente diverse schede di informazione e di interazione, quindi stimola l’immaginazione, la creatività e i nuovi sensi. Una volta però spenta l’interface e con essa il mio abitare e interagire nei territori digitali, corpo e mente tornano tra gli oggetti fisici, tra elementi che comportano interazioni e percezioni diverse. Penso agli spostamenti da un luogo all’altro che molto spesso, per congestione, sono lentissimi o poco stimolanti rispetto alla realtà da cui mi sono appena separata, seduta e connessa col resto del mondo. Sono solo io che sento la doppia velocità?

Direi di no, anzi ha toccato un punto sentito da molti. La città e gli spostamenti sono stati pensati in un contesto predigitale. Non solo, le nostre relazioni sociali sono state costruite in un contesto predigitale. Ma come dimostra questa intervista che stiamo facendo, per lavorare non necessariamente ci si deve spostare, al contrario! Oggi possiamo tranquillamente lavorare da casa, dal parco o in qualsiasi altro posto senza necessariamente andare in ufficio. Negli Stati Uniti ma anche qui in Brasile sono molto diffusi questi uffici volanti che si affittano ad ore, dove tu hai una station con computer, una sala per incontrare le persone e fare riunione, poi vai via e non hai più l’obbligo di stare tutti i giorni in ufficio e vedere le stesse persone.

La struttura sociale che si è costituita con l’epoca moderna e che ci ha un po’ caratterizzato tutti, oggi non è più necessaria. Internet è molto più rapido, le trasformazioni sono molto più rapide di quanto la politica o la struttura sociale si evolva. Cercare un adattamento, soluzioni in questa direzione, vuol dire migliorare la condizione dell’individuo e la nostra qualità di vita. Per quanto riguarda la doppia velocità.. direi che questo è uno dei privilegi che la rete ci dà, perché ci consente di essere offline, cioè la possibilità di passare dei giorni senza rete, senza cellulare, magari in posti naturali molto belli dove ci consentiamo la possibilità di non essere più sociali.

Ma l’uomo è lentezza o velocità?

Secondo me l’uomo è tutte due le cose. In alcuni momenti gli piace essere più veloce, in alcuni momenti più lento.
Una volta i nostri nonni o bisnonni vivevano soltanto nei loro paesi. Salvo rare eccezioni, loro nascevano, vivevano e morivano in un determinato paese. Anche quando migravano chissà dove, comunque avevano una relazione col territorio non a doppia velocità o comunque la relazione non era creativa, perché obbligati a seguire le direttive e le identità economiche del territorio. Erano loro a muoversi per cercare lavoro in relazione alle vocazioni del territorio di destinazione. A differenza di loro, noi oggi possiamo inventare, manipolare, costruire e creare il nostro territorio attraverso l’informazione.

La doppia velocità per lei è apertura a formule abitative e sociali più creative. Non pensa che possa invece trasformarsi in una nuova forma di alienazione?

Al contrario! La nuova formula abitativa contemporanea è una formula che io definisco “Proteica”. Proteo era una divinità greca, un oracolo. I greci avevano numerosi oracoli che erano soliti interrogare sul loro futuro e questi oracoli rispondevano sempre in modo enigmatico. Tra questi oracoli, Proteo era singolare non solo perché abitava sotto il mare, quindi chi voleva incontrarlo doveva andare sott’acqua, ma perché Proteo non voleva dare informazioni e quindi durante la consultazione lui si trasformava continuamente, diventando un mostro marino, fuoco, qualunque cosa per cui alla fine della lotta, se tu riuscivi a resistere a tutte queste continue trasformazioni, Proteo ti dava la risposta, la soluzione dell’enigma.
Quindi l’abitare “Proteico” è un abitare dove noi continuamente possiamo decidere, utilizzando le interfaces e le comunicazioni digitali, in che territorio stiamo vivendo. Questa è una trasformazione antropologica enorme, è un’alterazione dell’abitare incredibile. Prima noi subivamo il territorio, adesso lo possiamo manipolare, inventare, costruire e modificare continuamente…

Quando mi chiedono dove abito, se in Italia o in Brasile… ecco, trovo questa domanda assolutamente senza senso perché lo spazio dove io sono comunque mi consente di essere in relazione continua con diverse realtà con le quali sto continuamente in contatto, quindi dove sono in un determinato momento non definisce la mia condizione sociale. La mia condizione sociale è definita dall’interazione che io costruisco attraverso i media e le reti, quindi posso decidere con chi interagire: con persone che stanno in uno spazio geografico, in un paese o in un altro.

La casa del futuro non sarà più definita dalle mura domestiche, ma dalla persona stessa?

Esattamente. Sarà la persona e soprattutto il risultato di una interazione creativa con le tecnologie. Io posso essere isolato sia in un ambiente privato che in uno spazio pubblico, perché magari sono offline, oppure posso stare dentro l’ambiente domestico, come sto adesso, ma in uno spazio assolutamente pubblico perché sto interagendo per questioni di lavoro con lei. Quindi non è più lo spazio geografico o architettonico a definire la mia condizione abitativa e sociale ma il tipo di interazione che io costruisco con l’informazione attraverso le interfaces.