
Il museo, all’ultimo piano di una palazzina alle spalle di Corso Venezia, è un ambiente elegante, un caos calmo; all’angolo del salotto, illuminato da un’ampia vetrata che squarcia la bianca penombra marzolina, un pianoforte ricorda la presenza d’un pianista che non ha più tanta voglia di suonare, neanche dopo una nostra richiesta; sullo strumento una scatola di marron glacés semi vuota che nel corso della mattinata più volte ci ha offerto: «Sono goloso» ma precisa «non li ho mangiati tutti io».
È Gillo Dorfles, critico d’arte, pittore e filosofo con una laurea in psichiatria. Seduto gambe accavallate sul suo divano, di profilo alla luce che accarezza il volto e le stoffe preziose e colorate, pare dipinto dalle mani ingentilite di un tempo artista e bizzarro: austero nell’abito elegante che indossa nelle occasioni importanti; ha appena spento 101 candeline, ma quando gli chiediamo «Che cosa vorrebbe ricevere in regalo per il prossimo?», risponde «Preferisco non pensarci», insistiamo ma «Niente». È una persona dolce e calma, attraversata da una sottile lama d’inquietudine malcelata da uno sguardo freddo, lontano, come se – raggiunto il traguardo dei centouno – avesse deciso di osservare parte della vita con distacco, riservando a pochi eletti ed a poche cose ancora, la stilla delle sue energie vitali. Senza avere la voglia – o forse il coraggio – di sbilanciarsi sull’arte d’oggi.
Schivo, si lascia penetrare con fatica e quando gli chiediamo, a lui che ha attraversato un secolo, «Che cos’è l’arte?» ribatte quasi infastidito «Sono domande a cui non si risponde. Sono domande che non si fanno neanche». Nella primavera dello scorso anno gli hanno dedicato una mostra. “L’avanguardia tradita” è l’antologica a lui dedicata nella primavera del 2010. Ne parla poco ed ogni pausa, ogni silenzio annodato come a tener ferma un’altra piccola perla, ci avvolge come un invito a visitarla. Ma il suo silenzio è compensato da una chiara e soddisfatta felicità degli occhi, occhi di chi non rimpiange nulla del suo lungo percorso artistico, di chi è orgoglioso dei suoi successi (dei suoi quadri soprattutto) e si definisce il miglior collezionista di se stesso.
No, non voglio essere un’icona. Vivente sì, icona però no: ha una connotazione pericolosa, è una specie di monumento ormai passato alla storia.
No, io non voglio passare alla storia. Vorrei passare alle preistoria.
La preistoria è un’epoca più simpatica della storia perché non ha date fisse, non è codificata da documenti, è libera di essere interpretata in vari modi; la storia invece è cristallizzata e a me non piace essere decodificato
Sì, mi piace giocare e divertirmi!
Non mi pento di niente, non so perché dovrei pentirmi di qualcosa!
La vita non è un gioco o meglio è anche un gioco, che però non sempre è divertente.
No, perché il MAC è stata una tendenza artistica molto importante. Ha avuto un peso notevole, ha proposto un’arte non figurativa che prima di quel momento non era stata accettata.
No, è stato un movimento importante insieme all’arte nucleare perché ha creato un’epoca nuova nell’arte italiana. Però aveva fatto il suo tempo, come tutte le forme d’avanguardia. Il movimento dell’arte concreta è durato dal ’48 al ’56, poi si è chiuso un periodo: aveva avuto una sua funzione, ma come tutte le cose, a un certo punto, naturalmente finiscono.
Certamente no, ho sempre combattuto durante le mie lezioni di estetica – è stato professore di estetica presso le Università di Trieste e di Milano – per sostenere che l’arte non è solo filosofia ma è anche psicologia e antropologia. L’arte è sempre legata anche a problemi psicologici e antropologici, sia individuali sia collettivi naturalmente. I problemi a cui mi riferisco sono ad esempio la memoria, l’attenzione o l’immaginazione.
Tutt’altro, perché attraverso questo libro forse qualcuno ha imparato qualcosa. Il gusto cambia, cambia a seconda delle epoche e degli ambienti, quindi in questo libro ho cercato di dimostrare che c’è una continua trasformazione non solo nei gusti sensoriali, ma anche nei gusti artistici.
Ma certamente no. Allora era doveroso farlo, ormai sono cose passate che non macinano più. È una questione politica di cui oggi non mi interesso più.
Sì.
No, neanche per sogno! Non mi pento perché effettivamente tre quarti degli artisti, fuori dal loro settore, sono molto ignoranti: questo vale per i pittori rispetto alla pittura, per i poeti rispetto alla poesia e via dicendo. Ognuno sa qualche cosa solo nel proprio campo, mentre sarebbe importante che avesse quantomeno una cultura generale.
Spesso non sono professionisti neanche nel loro campo. Sono dei dilettanti, la maggior parte degli artisti lo sono in forma minore, non sono professionisti perché non sono completi. L’artista ideale deve essere interdisciplinare.
Tutti i grandi artisti sono un po’ poliedrici.
Non posso fare dei nomi, avrei una lista di almeno 500 artisti.
No, è impossibile perché non voglio fare una graduatoria.
No, io preferisco centinaia di artisti. Non uno.
Non tradisco nessuno, però! – abbozza un sorriso –
Diciamo poligamo, poligamo va bene.
L’avanguardia tradita è il titolo che ho dato alla mia mostra proprio per dimostrare che ho sempre cercato di essere diverso da quella che era l’avanguardia del momento. Quindi ho tradito tutte le avanguardie. Quando usava la pittura figurativa, l’ho tradita; quando usava la pop art, l’ho tradita… man mano usavano determinate correnti, nella mia forma artistica ho cercato di non copiarle e di essere diverso. Ho scelto di tradire il futurismo perché non volevo assomigliare a nessuno, perché la mia arte doveva essere diversa dalle altre, quindi non ho mai fatto parte di questi raggruppamenti. Il pubblico mi criticherà o mi apprezzerà, mi giudicherà lui. Molto spesso gli artisti cercano di omologarsi all’avanguardia del momento. Io no.
Il mio modo di lavorare è solo mio, è sempre rimasto lo stesso negli anni.
Guardavo avanti, come ho sempre fatto, guardavo verso ciò che ancora non era stato fatto o per lo meno mi illudevo che non fosse stato fatto. Però non mi sono ispirato a niente, altrimenti non avrei fatto opere originali se mi fossi adeguato a dei maestri. La mia unica fonte d’ispirazione era la mia immaginazione, quello che avevo dentro.
Certo, devono guardarsi dentro; se però hanno qualcosa, dentro. Altrimenti è meglio che non facciano gli artisti, che facciano altro. Il 50% degli artisti di oggi, direi anche il 75%, non ha niente dentro e sarebbe meglio che facesse altro.
Io non insegno niente.
Consiglio di studiare, di informarsi, di prepararsi una cultura generale, di non essere ignoranti, di guardare il più possibile quello che hanno fatto gli altri senza però imitarli.
No, certo. L’arte è sempre legata al momento in cui sorge.
Certamente sì. Per ogni momento abbiamo un’arte che deve dipendere e contrastare il momento in cui sorge.
Dipende, perché fa parte di quello che succede e accade in un determinato momento, però deve contrastare quello che è già stato fatto e quindi cercare di essere nuova rispetto al contesto. La contestualizzazione deve essere sempre superata.
Non ho visto il Maxxi, ma stimo molto l’architetto Zaha Hadid. Credo quindi che troverò questo progetto lodevole.
Dipende, se un architetto progetta in una zona storica di una vecchia città italiana dovrà prestare attenzione all’insieme del contesto edilizio, è ovvio. È logico che non si deve costruire un’architettura d’avanguardia dove c’è già un tessuto urbano antico. Mentre invece in una periferia cittadina orribile, come quelle della maggior parte delle nostre città, sarà bene costruire un’architettura nuova.
Sì, ovvio, si parte dal vuoto per costruire il contenitore. Quindi dove c’è il vuoto, dove c’è lo spazio, è giusto realizzare opere moderne, monumenti d’avanguardia.
Non lo amo molto, ma devo riconoscere che il Museo ebraico di Berlino – Germania, 1989/1999 – è un’opera importante.
È un’opera importante, ma non mi piace. Anche il progetto di City Life non mi piace, è brutto: ho visto un modello, non posso giudicarlo completamente, ma mi è parso poco buono. Invece la Fiera progettata da Massimiliano Fuksas – Nuova Fiera di Milano a Rho-Pero 2005 – è bella, mi piace molto, ben riuscita. Lui è un notevole architetto, ha fatto un’opera molto buona anche perché in quella zona non c’era niente e quindi non ha rovinato una preesistenza.
Sì, infatti è così. Molte città, come ad esempio Londra, sono punteggiate da alcuni importanti monumenti.
No, è giusto che ci siano delle forme di mescolanza, certo, naturalmente bisogna che siano ben fatte. Non sempre riescono. Per questo motivo sarebbe importante che ci fossero delle commissioni di esperti che regolino queste manovre e giudichino i progetti. Questo, purtroppo, non accade. L’artista non può criticarsi da solo, serve una commissione fatta da un urbanista, un architetto, un economista e un letterato che insieme giudichino la bontà dell’opera del singolo artista; anche l’economista è importante per capire le risorse economiche necessarie, per vedere se il valore dell’opera corrisponde al suo valore economico.
No, è un libro a cui tengo molto. Questo libro mette in guardia contro l’eccesso di oggi, contro la sovrabbondanza di informazioni, sollecitazioni sonore e acustiche. Oggi c’è troppo di tutto, il rumore rischia di coprire quello che invece dovrebbe essere ascoltato e visto con pazienza. Questo è uno dei grandi difetti di questo periodo.
Poverini, cosa possono fare? Devono turarsi le orecchie e andare a giocare nei parchi, non ascoltare tutti i giorni la radio e la televisione.
Internet serve solo quando si vuole trovare una notizia precisa, non bisogna abusarne però. È una scoperta strepitosa ma va usato con moderazione: ha senso se stiamo cercando una libro della Biblioteca di Oxford, ma è inutile cercare tutti i libri di tutte le biblioteche del mondo senza un senso e una logica. Sarebbe come cercare tutto per non cercare niente.
Ho nostalgia dei tempi passati, ma non mi riferivo a un’epoca in particolare. Rimpiango le epoche meno indaffarate, meno tumultuose di quelle attuali. Epoche in cui la vita nelle campagne era più tranquilla, oggi invece anche lì tutto è diventato tumultuoso.
No, vivrei solo in città.
Sì, sì. La vita in città mi piace più che la vita in campagna. Il che però non toglie che mi piaccia andare anche in campagna o in montagna. Non troppo però.
La Transavanguardia è stato un movimento molto positivo, Enzo Cucchi e Mimmo Paladino hanno avuto il loro momento. Oggi però ha fatto il suo tempo.
È stata soppiantata da tante altre correnti meno precise. Quegli artisti non sono finiti, ma il momento cruciale di quella corrente è stato negli anni ’80.
Oggi non c’è una corrente precisa. Nel mondo dell’arte c’è poco, ci sono tante citazioni, non è un momento particolarmente felice, però probabilmente domani verrà fuori qualche artista importante.
Certo, è ovvio. Ma è anche giusto che sia così, il mercato artistico ha la sua importanza.
Ovvio, gli artisti oggi non pensano ad altro che a vendere i loro quadri!
No, l’arte non è morta. È una sciocchezza dire che l’arte è morta. L’arte non è affatto morta e si suppone che non debba morire neanche in futuro.
Sono molto soddisfatto soprattutto delle mie pitture, mi sono divertito a realizzarle. Poi magari il pubblico non sarà dello stesso parere…
Sì, sì, certo!
Quando ho voglia, non ho orari per niente.
No, sempre nello stesso modo.
È un imbecille. Ha detto una sciocchezza insensata.
Tutti quelli buoni sono i miei preferiti (non lasciandosi andare neanche su questo delicato tema!).
Probabilmente un panettone.
È un dolce più facilmente consumabile, è grande ma si mangia facilmente.
Non di essere consumato, ma di consumare gli altri.
Spero di sì, spero di averli usati bene.
Ho usato vari artisti, li ho fatti conoscere, in questo modo credo di averli utilizzati bene. Alcuni artisti che non erano noti, io li ho resi famosi.
Piero Dorazio, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi e il grande Lucio Fontana che è stato uno degli artisti di cui mi sono occupato di più.
Non posso descrivere in poche parole tutta l’opera di Fontana: era molto originale, mi ha sempre impressionato molto.
Forse un quadro di Picasso o di Klee. Ecco… un disegno di Klee, sì mi accontenterei di un disegno di Paul Klee.
Pochi giorni dopo l’intervista abbiamo chiesto a Paolo Vitolo di commentare le parole di Dorfles: «Ebbene, mi sa che l’imbecille è lui – forse solo diventato. Perché a una dichiarazione comunque forte come la mia si risponde discutendo, non semplicemente tacciandone l’autore di qualcosa. Il mio è un punto di vista articolato che si può condividere, condividere solo in parte o contestare del tutto, ma è materia di discussione: liquidarlo così è roba da Berlusconi. Il fatto è che nessuno molla il suo osso, nessuno è disposto a mettere in discussione ciò di cui si è occupato tutta la vita. Nessuno, al tempo stesso, trova comodo accettare che tutto ciò che è specialistico non sia granché per la vita – e figuriamoci quanto lo è un’attività che dipende dal nostro senso più mentale e meno psichico!
Io posso dire che amo Munch, Cézanne, Klee, Fautrier, Pollock, Kline, Rauschenberg, Nauman e tanti altri su cui, da ragazzo, leggevo righe dello stesso Dorfles, ma non che questi artisti visivi valgano la magia del quotidiano – ecco perché Guy Debord, nel ‘62, aveva espulso l’intera ala “artistica” dall’Internazionale Situazionista (facendo peraltro morire di crepacuore il povero Pinot Gallizio). Esistono, sì, prodotti estetici che con quella magia si mettono in competizione, ma si tratta unicamente di quelli che in qualche modo ne mettono in scena un doppio altro, estremo come tutto ciò che è autenticamente soggettivo».