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La carica dei 101 di Gillo Dorfles
«Il 75% degli artisti cambi mestiere»
Più di un secolo di storia, schivo e orgoglioso
ripercorre con noi la carriera senza pentimenti
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Una casa che è un museo; sulle pareti sfilano infatti le opere degli artisti degli anni ’60, ’70 e ’80: dal pittore Giuseppe Capogrossi al fondatore del movimento spazialista Lucio Fontana (per il quale il padrone di casa non ha mai nascosto una preferenza. Lo ha ricordato anche nel recente articolo L’arte del vuoto e le sue forme pubblicato il 18 marzo 2010 da Il Corriere della Sera: E per quanto concerne la pittura (…) le tante tele forate di Fontana dove l’assenza costituisce la sostanza stessa di buchi e tagli), dall’artista Emilio Scanavino al pittore Toti Scialoja, all’americano Robert Rauschenberg. Quadri che, confessa, non ha comprato: «Non ho mai avuto il desiderio di comprare un quadro anche se realizzato da uno dei miei artisti preferiti, me li hanno sempre regalati». E aggiunge «I miei però li comprerei tutti».


Il museo, all’ultimo piano di una palazzina alle spalle di Corso Venezia, è un ambiente elegante, un caos calmo; all’angolo del salotto, illuminato da un’ampia vetrata che squarcia la bianca penombra marzolina, un pianoforte ricorda la presenza d’un pianista che non ha più tanta voglia di suonare, neanche dopo una nostra richiesta; sullo strumento una scatola di marron glacés semi vuota che nel corso della mattinata più volte ci ha offerto: «Sono goloso» ma precisa «non li ho mangiati tutti io».
È Gillo Dorfles, critico d’arte, pittore e filosofo con una laurea in psichiatria. Seduto gambe accavallate sul suo divano, di profilo alla luce che accarezza il volto e le stoffe preziose e colorate, pare dipinto dalle mani ingentilite di un tempo artista e bizzarro: austero nell’abito elegante che indossa nelle occasioni importanti; ha appena spento 101 candeline, ma quando gli chiediamo «Che cosa vorrebbe ricevere in regalo per il prossimo?», risponde «Preferisco non pensarci», insistiamo ma «Niente». È una persona dolce e calma, attraversata da una sottile lama d’inquietudine malcelata da uno sguardo freddo, lontano, come se – raggiunto il traguardo dei centouno – avesse deciso di osservare parte della vita con distacco, riservando a pochi eletti ed a poche cose ancora, la stilla delle sue energie vitali. Senza avere la voglia – o forse il coraggio – di sbilanciarsi sull’arte d’oggi.
Schivo, si lascia penetrare con fatica e quando gli chiediamo, a lui che ha attraversato un secolo, «Che cos’è l’arte?» ribatte quasi infastidito «Sono domande a cui non si risponde. Sono domande che non si fanno neanche». Nella primavera dello scorso anno gli hanno dedicato una mostra. “L’avanguardia tradita” è l’antologica a lui dedicata nella primavera del 2010. Ne parla poco ed ogni pausa, ogni silenzio annodato come a tener ferma un’altra piccola perla, ci avvolge come un invito a visitarla. Ma il suo silenzio è compensato da una chiara e soddisfatta felicità degli occhi, occhi di chi non rimpiange nulla del suo lungo percorso artistico, di chi è orgoglioso dei suoi successi (dei suoi quadri soprattutto) e si definisce il miglior collezionista di se stesso.

Ci piacerebbe definirla un’icona vivente

No, non voglio essere un’icona. Vivente sì, icona però no: ha una connotazione pericolosa, è una specie di monumento ormai passato alla storia.

Scusi, passare alla storia non ha una valenza positiva?

No, io non voglio passare alla storia. Vorrei passare alle preistoria.

Preistoria?

La preistoria è un’epoca più simpatica della storia perché non ha date fisse, non è codificata da documenti, è libera di essere interpretata in vari modi; la storia invece è cristallizzata e a me non piace essere decodificato

Critico d’arte, pittore, filosofo, pianista, professore d’estetica, laureato in psichiatria: proviamo a ripercorrere la sua lunga carriera facendo il gioco del pentimento. Le faremo una serie di domande, attraversando le tappe più importanti del suo percorso culturale e lei ci darà se c’è qualcosa di cui si pente, qualcosa che – se potesse – non rifarebbe. Ha voglia?

Sì, mi piace giocare e divertirmi!

Incominciamo: di che cosa si pente del suo percorso culturale?

Non mi pento di niente, non so perché dovrei pentirmi di qualcosa!

Perché è un gioco!

La vita non è un gioco o meglio è anche un gioco, che però non sempre è divertente.

Non si pente di niente, ci dica perché! Si pente di aver dato vita al MAC? – Movimento Arte Concreta fondato nel dopoguerra con Bruno Munari, Atanasio Soldati, Jean Monnet. Nasce in contrapposizione al realismo nel 1948 a Milano quando, in occasione della mostra alla Libreria Salto, è stata esposta la prima cartella d’arte concreta – Per approfondire continua a leggere su Babelearte.it

No, perché il MAC è stata una tendenza artistica molto importante. Ha avuto un peso notevole, ha proposto un’arte non figurativa che prima di quel momento non era stata accettata.

Si pente di aver poi dato morte al concretismo?

No, è stato un movimento importante insieme all’arte nucleare perché ha creato un’epoca nuova nell’arte italiana. Però aveva fatto il suo tempo, come tutte le forme d’avanguardia. Il movimento dell’arte concreta è durato dal ’48 al ’56, poi si è chiuso un periodo: aveva avuto una sua funzione, ma come tutte le cose, a un certo punto, naturalmente finiscono.

Si pente di aver pontificato che l’arte si potesse interpretare dal punto di vista socio-antropologico con gli strumenti della linguistica?

Certamente no, ho sempre combattuto durante le mie lezioni di estetica – è stato professore di estetica presso le Università di Trieste e di Milano – per sostenere che l’arte non è solo filosofia ma è anche psicologia e antropologia. L’arte è sempre legata anche a problemi psicologici e antropologici, sia individuali sia collettivi naturalmente. I problemi a cui mi riferisco sono ad esempio la memoria, l’attenzione o l’immaginazione.

Si pente di aver scritto nel 1970 il libro Le oscillazioni del gusto. L’arte d’oggi tra tecnocrazia e consumismo? - Einaudi 1970, ultima ristampa Skira editrice 2009 -

Tutt’altro, perché attraverso questo libro forse qualcuno ha imparato qualcosa. Il gusto cambia, cambia a seconda delle epoche e degli ambienti, quindi in questo libro ho cercato di dimostrare che c’è una continua trasformazione non solo nei gusti sensoriali, ma anche nei gusti artistici.

Si pente di avere sottoscritto nel 1971 l’appello dell’Espresso contro il commissario Calabresi?

Ma certamente no. Allora era doveroso farlo, ormai sono cose passate che non macinano più. È una questione politica di cui oggi non mi interesso più.

Lo rifarebbe?

Sì.

Si pente di aver dichiarato in più occasioni che gli artisti sono ignoranti?

No, neanche per sogno! Non mi pento perché effettivamente tre quarti degli artisti, fuori dal loro settore, sono molto ignoranti: questo vale per i pittori rispetto alla pittura, per i poeti rispetto alla poesia e via dicendo. Ognuno sa qualche cosa solo nel proprio campo, mentre sarebbe importante che avesse quantomeno una cultura generale.

Almeno nel loro campo possiamo dire che gli artisti sono dei professionisti?

Spesso non sono professionisti neanche nel loro campo. Sono dei dilettanti, la maggior parte degli artisti lo sono in forma minore, non sono professionisti perché non sono completi. L’artista ideale deve essere interdisciplinare.

Quali artisti sono interdisciplinari?

Tutti i grandi artisti sono un po’ poliedrici.

A chi sta pensando?

Non posso fare dei nomi, avrei una lista di almeno 500 artisti.

Provi a sceglierne tre.

No, è impossibile perché non voglio fare una graduatoria.

Mi può dire chi è il suo preferito?

No, io preferisco centinaia di artisti. Non uno.

Allora lei è amante e traditore, perché ama tanti artisti alla volta!

Non tradisco nessuno, però! – abbozza un sorriso

La sua è una forma d’amore poligamo, non crede?

Diciamo poligamo, poligamo va bene.

Si pente di aver ignorato la prima vera Avanguardia tradita, cioè il futurismo? – Il futurismo, poiché associato al fascismo, non è stato preso in considerazione da parte della critica per diversi anni.

L’avanguardia tradita è il titolo che ho dato alla mia mostra proprio per dimostrare che ho sempre cercato di essere diverso da quella che era l’avanguardia del momento. Quindi ho tradito tutte le avanguardie. Quando usava la pittura figurativa, l’ho tradita; quando usava la pop art, l’ho tradita… man mano usavano determinate correnti, nella mia forma artistica ho cercato di non copiarle e di essere diverso. Ho scelto di tradire il futurismo perché non volevo assomigliare a nessuno, perché la mia arte doveva essere diversa dalle altre, quindi non ho mai fatto parte di questi raggruppamenti. Il pubblico mi criticherà o mi apprezzerà, mi giudicherà lui. Molto spesso gli artisti cercano di omologarsi all’avanguardia del momento. Io no.

Voleva andare controcorrente: come lavorava?

Il mio modo di lavorare è solo mio, è sempre rimasto lo stesso negli anni.

A che cosa si ispirava?

Guardavo avanti, come ho sempre fatto, guardavo verso ciò che ancora non era stato fatto o per lo meno mi illudevo che non fosse stato fatto. Però non mi sono ispirato a niente, altrimenti non avrei fatto opere originali se mi fossi adeguato a dei maestri. La mia unica fonte d’ispirazione era la mia immaginazione, quello che avevo dentro.

Cosa che dovrebbero fare anche i giovani artisti?

Certo, devono guardarsi dentro; se però hanno qualcosa, dentro. Altrimenti è meglio che non facciano gli artisti, che facciano altro. Il 50% degli artisti di oggi, direi anche il 75%, non ha niente dentro e sarebbe meglio che facesse altro.

Che messaggio vuole lasciare? Che cosa vuole insegnare?

Io non insegno niente.

Che cosa consiglia?

Consiglio di studiare, di informarsi, di prepararsi una cultura generale, di non essere ignoranti, di guardare il più possibile quello che hanno fatto gli altri senza però imitarli.

Si pente di aver detto in più occasioni che L’arte non prescinde dal tempo?

No, certo. L’arte è sempre legata al momento in cui sorge.

Ancora oggi l’arte deve essere contestualizzata?

Certamente sì. Per ogni momento abbiamo un’arte che deve dipendere e contrastare il momento in cui sorge.

In che modo?

Dipende, perché fa parte di quello che succede e accade in un determinato momento, però deve contrastare quello che è già stato fatto e quindi cercare di essere nuova rispetto al contesto. La contestualizzazione deve essere sempre superata.

Il rapporto con il contesto è un tema molto delicato, oggetto di continui dibattiti nel mondo dell’architettura. Noi ne abbiamo parlato, tra gli altri, con Daniel Libeskind, Mario Botta, Cino Zucchi, Vittorio Gregotti, Paolo Portoghesi. Il Museo Maxxi di Zaha Hadid è stato criticato proprio perché Non rispetta il contesto. Cosa ne pensa?

Non ho visto il Maxxi, ma stimo molto l’architetto Zaha Hadid. Credo quindi che troverò questo progetto lodevole.

Molti architetti, come ad esempio Gregotti o Portoghesi, dichiarano che il contesto deve sempre essere rispettato.

Dipende, se un architetto progetta in una zona storica di una vecchia città italiana dovrà prestare attenzione all’insieme del contesto edilizio, è ovvio. È logico che non si deve costruire un’architettura d’avanguardia dove c’è già un tessuto urbano antico. Mentre invece in una periferia cittadina orribile, come quelle della maggior parte delle nostre città, sarà bene costruire un’architettura nuova.

Le sue parole riecheggiano il pensiero dell’architetto Cino Zucchi: Io lascerei in pace i centri storici, mentre nelle periferie si può osare di più, un edificio alto può creare un nuovo centro ed essere un polo d’attrazione in zone che hanno bisogno di rivivere e di trovare un altro carattere.
Non sarei categorico nel dire sì alle architetture totemiche fuori dal centro, ma direi sì alle architetture totemiche dove c’è lo spazio per farle. Se nel centro di una città ci fosse abbastanza spazio, è giusto realizzare un’opera moderna. È un bene che gli architetti innovino, purché il progetto sia in armonia con il costruito. Se finalmente dovessero progettare un Museo d’Arte Contemporanea a Milano, potrebbero realizzare un’architettura moderna se venisse collocato nei giardini pubblici della città. Se invece venisse progettato in mezzo a Piazza Cordusio, un progetto d’avanguardia non avrebbe senso.
Nell’articolo pubblicato dal Corriere della Sera ha parlato del rapporto tra il troppo e il vuoto, ha detto che il vuoto è l’elemento essenziale, il punto di partenza. Anche dell’architettura.

Sì, ovvio, si parte dal vuoto per costruire il contenitore. Quindi dove c’è il vuoto, dove c’è lo spazio, è giusto realizzare opere moderne, monumenti d’avanguardia.

Daniel Libeskind è un artista?

Non lo amo molto, ma devo riconoscere che il Museo ebraico di Berlino – Germania, 1989/1999 – è un’opera importante.

Le piace?

È un’opera importante, ma non mi piace. Anche il progetto di City Life non mi piace, è brutto: ho visto un modello, non posso giudicarlo completamente, ma mi è parso poco buono. Invece la Fiera progettata da Massimiliano Fuksas – Nuova Fiera di Milano a Rho-Pero 2005 – è bella, mi piace molto, ben riuscita. Lui è un notevole architetto, ha fatto un’opera molto buona anche perché in quella zona non c’era niente e quindi non ha rovinato una preesistenza.

Nel secondo numero di House living and business abbiamo intervistato Michel Maffesoli. Ha detto che Le città del futuro saranno punteggiate da grandi architetture.

Sì, infatti è così. Molte città, come ad esempio Londra, sono punteggiate da alcuni importanti monumenti.

Le persone, pensa Maffesoli, grazie a questa forma di movimento dato dalla rete saranno sempre più mobili: la rete è uno strumento straordinario, permette ai soggetti artistici e alle diverse correnti di interagire e contaminarsi tra loro. Gli architetti possono addirittura modificare in rete e contemporaneamente i loro progetti. Questa contaminazione, questa mescolanza, questa velocità è un bene o è una condanna a morte per l’arte?

No, è giusto che ci siano delle forme di mescolanza, certo, naturalmente bisogna che siano ben fatte. Non sempre riescono. Per questo motivo sarebbe importante che ci fossero delle commissioni di esperti che regolino queste manovre e giudichino i progetti. Questo, purtroppo, non accade. L’artista non può criticarsi da solo, serve una commissione fatta da un urbanista, un architetto, un economista e un letterato che insieme giudichino la bontà dell’opera del singolo artista; anche l’economista è importante per capire le risorse economiche necessarie, per vedere se il valore dell’opera corrisponde al suo valore economico.

Si pente di aver scritto La (in)civiltà del rumore? – edito nel 2008 da Castelvecchi -

No, è un libro a cui tengo molto. Questo libro mette in guardia contro l’eccesso di oggi, contro la sovrabbondanza di informazioni, sollecitazioni sonore e acustiche. Oggi c’è troppo di tutto, il rumore rischia di coprire quello che invece dovrebbe essere ascoltato e visto con pazienza. Questo è uno dei grandi difetti di questo periodo.

Che consiglio darebbe ai nativi digitali, a chi è nato in questo mondo di eccessi?

Poverini, cosa possono fare? Devono turarsi le orecchie e andare a giocare nei parchi, non ascoltare tutti i giorni la radio e la televisione.

Forse però internet ha un vantaggio. Ha quasi la stessa velocità del pensiero.

Internet serve solo quando si vuole trovare una notizia precisa, non bisogna abusarne però. È una scoperta strepitosa ma va usato con moderazione: ha senso se stiamo cercando una libro della Biblioteca di Oxford, ma è inutile cercare tutti i libri di tutte le biblioteche del mondo senza un senso e una logica. Sarebbe come cercare tutto per non cercare niente.

In questo libro ha detto che Ha un senso di nostalgia di un tempo andato: a quali tempi si riferiva?

Ho nostalgia dei tempi passati, ma non mi riferivo a un’epoca in particolare. Rimpiango le epoche meno indaffarate, meno tumultuose di quelle attuali. Epoche in cui la vita nelle campagne era più tranquilla, oggi invece anche lì tutto è diventato tumultuoso.

Lei vivrebbe in campagna?

No, vivrei solo in città.

La vita tumultuosa un po’ le piace allora?

Sì, sì. La vita in città mi piace più che la vita in campagna. Il che però non toglie che mi piaccia andare anche in campagna o in montagna. Non troppo però.

Ha detto in più occasioni che Una volta era più facile appoggiare le avanguardie. Ma la Transavanguardia dura ancora oggi?

La Transavanguardia è stato un movimento molto positivo, Enzo Cucchi e Mimmo Paladino hanno avuto il loro momento. Oggi però ha fatto il suo tempo.

Da cosa è stata soppiantata?

È stata soppiantata da tante altre correnti meno precise. Quegli artisti non sono finiti, ma il momento cruciale di quella corrente è stato negli anni ’80.

Che correnti ci sono oggi?

Oggi non c’è una corrente precisa. Nel mondo dell’arte c’è poco, ci sono tante citazioni, non è un momento particolarmente felice, però probabilmente domani verrà fuori qualche artista importante.

Oggi l’arte fa marketing sull’anima delle persone?

Certo, è ovvio. Ma è anche giusto che sia così, il mercato artistico ha la sua importanza.

Allora vuol dire che l’artista pensa all’opera non in funzione dell’arte, ma in funzione del mercato…

Ovvio, gli artisti oggi non pensano ad altro che a vendere i loro quadri!

Si pente di celebrarsi con una mostra, decretando la morte dell’arte?

No, l’arte non è morta. È una sciocchezza dire che l’arte è morta. L’arte non è affatto morta e si suppone che non debba morire neanche in futuro.

Basta domande sul pentimento, ci pare piuttosto chiaro che rifarebbe tutto ciò che ha fatto… ma, in particolare, di che cosa è fiero?

Sono molto soddisfatto soprattutto delle mie pitture, mi sono divertito a realizzarle. Poi magari il pubblico non sarà dello stesso parere…

Oggi dipinge?

Sì, sì, certo!

Quando dipinge?

Quando ho voglia, non ho orari per niente.

Oggi dipinge in modo diverso rispetto a ieri?

No, sempre nello stesso modo.

Qui vicino, in via Tadino, fino a qualche anno fa c’era la Galleria Paolo Vitolo, oggi diventata libreria L’Atalante. Il gallerista Paolo Vitolo una volta ha detto: … patetico o meno, credo che il fare arte nasca prima di tutto da uno stato di debolezza, da un’incapacità di far funzionare la propria soggettività secondo i flussi normali della vita. Una condizione di disagio che induce il soggetto artista a sfuggire alla classificazione implicita di essere umano tra gli umani, a cessare di misurarsi con l’apparente reale. Per questo, in generale, non ho fiducia cieca nell’energia del lavoro artistico, che troppo spesso mi sembra gratuito, frutto di certo artismo e quindi privo di quell’autentica ragione d’essere al di fuori del privato dell’artista stesso.

È un imbecille. Ha detto una sciocchezza insensata.

Prima di congedarci, Dorfles ci offre un altro marron glacé: è il suo dolce preferito?

Tutti quelli buoni sono i miei preferiti (non lasciandosi andare neanche su questo delicato tema!).

E se fosse un dolce, che dolce sarebbe?

Probabilmente un panettone.

Perché?

È un dolce più facilmente consumabile, è grande ma si mangia facilmente.

Le piace l’idea di essere consumato?

Non di essere consumato, ma di consumare gli altri.

Nel corso della sua vita ha consumato gli altri?

Spero di sì, spero di averli usati bene.

Chi ha usato?

Ho usato vari artisti, li ho fatti conoscere, in questo modo credo di averli utilizzati bene. Alcuni artisti che non erano noti, io li ho resi famosi.

Chi ad esempio?

Piero Dorazio, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi e il grande Lucio Fontana che è stato uno degli artisti di cui mi sono occupato di più.

Perché questa forte passione per Fontana?

Non posso descrivere in poche parole tutta l’opera di Fontana: era molto originale, mi ha sempre impressionato molto.

Un’ultima battuta prima di andare via: è sicuro che non vorrebbe ricevere niente per il suo compleanno?

Forse un quadro di Picasso o di Klee. Ecco… un disegno di Klee, sì mi accontenterei di un disegno di Paul Klee.


Pochi giorni dopo l’intervista abbiamo chiesto a Paolo Vitolo di commentare le parole di Dorfles: «Ebbene, mi sa che l’imbecille è lui – forse solo diventato. Perché a una dichiarazione comunque forte come la mia si risponde discutendo, non semplicemente tacciandone l’autore di qualcosa. Il mio è un punto di vista articolato che si può condividere, condividere solo in parte o contestare del tutto, ma è materia di discussione: liquidarlo così è roba da Berlusconi. Il fatto è che nessuno molla il suo osso, nessuno è disposto a mettere in discussione ciò di cui si è occupato tutta la vita. Nessuno, al tempo stesso, trova comodo accettare che tutto ciò che è specialistico non sia granché per la vita – e figuriamoci quanto lo è un’attività che dipende dal nostro senso più mentale e meno psichico!
Io posso dire che amo Munch, Cézanne, Klee, Fautrier, Pollock, Kline, Rauschenberg, Nauman e tanti altri su cui, da ragazzo, leggevo righe dello stesso Dorfles, ma non che questi artisti visivi valgano la magia del quotidiano – ecco perché Guy Debord, nel ‘62, aveva espulso l’intera ala “artistica” dall’Internazionale Situazionista (facendo peraltro morire di crepacuore il povero Pinot Gallizio). Esistono, sì, prodotti estetici che con quella magia si mettono in competizione, ma si tratta unicamente di quelli che in qualche modo ne mettono in scena un doppio altro, estremo come tutto ciò che è autenticamente soggettivo».