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L’abbraccio di Gaetano Pesce
per un design che è gioia
Io artista globale sono per il futuro della produzione industriale, in cui le serie non saranno più serie di copie, ma sserie di originali dove ogni pezzo è unico.
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Preciso, pignolo, attento ai dettagli. A volte quasi maniacale. Un artista che vuole avere sotto controllo ogni situazione. Così viene descritto Gaetano Pesce dagli addetti ai lavori, nel backstage dell’ultima edizione del Salone Internazionale del Mobile

. Il designer e architetto, nato a La Spezia e trapiantato a New York, scappato nel 1983 oltre Oceano come tanti Maestri italiani, ha inaugurato – 13 aprile 2010 – la kermesse milanese nel Salone d’Onore de La Triennale dove con l’azienda della provincia di Verona Le Fablier ha presentato la collezione L’Abbraccio, un tripudio di colori, sensazioni, emozioni perché Bisogna parlare ai segni e Il design è gioia. Qui l’abbiamo incontrato, o meglio l’avremmo dovuto incontrare. In realtà, era già scappato in un’altra location dei Fuori Salone, al Milano Design Village dove, questa volta con la brianzola Cassina, esponeva, insieme al famoso Tramonto a New York1980, Cassina - i tavoli Sessantauna, realizzati per celebrare il 150°annivesario dell’Unità d’Italia. Non è stato facile riuscire a parlare con lui, complice un’influenza che l’ha allontanato per qualche ora dai riflettori – o, almeno, questa è stata la motivazione ufficiale e, forse, ci piace credere che fosse vera, e che non fosse una scusa, per ritagliarsi un angolo di calma nel frullatore milanese. Ci piace credere che si sia ritirato solo il tempo necessario per prendersi un’aspirina, e che poi fosse subito tornato in scena. Da vero stacanovista. Forse, condizionati anche da noi dall’atmosfera di Via Tortona, amiamo avere un’immagine romantica del designer che parla di emozioni, pensieri e stati d’animo.
Quando lo incontriamo non c’è tempo per l’intervista. Vuole sapere che cosa pensiamo delle sue nuove collezioni, vuole sapere che cosa pensiamo degli allestimenti: vuole un’opinione e, nel chiedermela, mi ricorda quell’attenzione maniacale al lavoro che in Fiera, dietro le quinte, mi raccontavano.
Abbiamo terminato la chiacchierata con Gaetano Pesce qualche giorno dopo, raggiungendolo telefonicamente nell’ufficio newyorkese. L’uomo di schiuma, come lo chiamava Carlo Scarpa – appellativo nato dalla continua ricerca sull’uso dei materiali, dal poliuretano, alle resine, alle gomme epossidiche – ha parlato di design e architettura, di emozioni e innovazioni, del dovere, di designer e architetti, di esprimere la propria anima in ciò che creano. Una capacità che, a suo avviso, si è persa. Forse, c’è un solo giovane al quale la riconosce: Lapo. Lapo Elkann.

Oggi il design è arte?

Sì, io direi di sì. Senza dubbio oggi il design è arte: ogni espressione innovativa, ogni espressione in grado di rappresentare la realtà, ogni espressione che è un commentario sulla nostra vita, direi che è arte. Il design è un’espressione abbastanza completa perché, non solo tratta la creatività, ma tratta anche il marketing, tratta la pubblicità, tratta le tecnologie nuove, tratta il problema dei materiali. È un’espressione molto completa rispetto a quella che si può chiamare l’arte tradizionale e, quindi, mi sembra che questo design, di cui si discute molto oggi, abbia varcato la soglia che lo separava appunto dalle arti tradizionali. Possiamo dire che non è più l’arte applicata di un tempo. È l’Arte, l’arte così come si pensa che sia oggi. Almeno, come penso io che sia oggi.

Secondo lei, che cosa distingue l’artista dal designer?

L’artista è una figura tradizionale, e direi che oggi questo nome è privo di significato, perché è stato talmente tanto usato da aver perso ogni valore. Quando si incontra qualcuno che non ha niente da fare, che non ha un lavoro e gli si chiede cosa faccia, questa persona in genere risponde Io sono un artista e, quindi, questo abuso ha fatto sì che la parola perdesse il significato. Designerè una parola molto più contemporanea, molto più attuale, l’artista invece ricorda figure romantiche del passato.

L’Architetto Toshiyuki Kita ha detto che Il design non è arte. La differenza tra l’artista e il designer è questa: il primo crea in perfetta solitudine (…). Il designer non crea per se stesso e procede. Per il designer è importante il consumatore. Qual è il suo pensiero a riguardo?

No, non sono d’accordo. Ci sono infatti degli artisti che non hanno lavorato in solitudine. Ad esempio, Michelangelo aveva quasi 300 dipendenti nel suo atelier, quindi, non credo che l’artista si possa definire come Colui che lavora in solitudine, mi sembra una definizione superficiale.

Il designer è arte, ma qual è il suo ruolo oggi?

Il ruolo del designer è quello di fare degli oggetti che non solo siano utili e funzionali, ma che aiutino la vita degli altri, che aiutino, quindi, a vivere meglio. Non solo questo, però. Il designer oggi è una figura che, con il suo lavoro, commenta la realtà e quindi esprime punti di vista diversi, filosofici, politici, religiosi. Con ciò che crea deve commentare l’esistenza in generale: ecco, questo è un designer attuale. Dopodiché, se lei mi chiede chi fa questo genere di lavori o chi impersona questo genere di lavori…

Infatti, quali designer oggi sono capaci di commentare la realtà?

Non saprei fare dei nomi, direi, però, che ce ne sono pochi. Alcuni giovani, con le loro creazioni, oggi denunciano già il fatto che non sono soddisfatti del design tradizionale, o del modo in cui viene espresso. Ricercano espressioni che non sono ancora ben definite, ma che mostrano già la volontà di allargare il raggio d’azione. Da 40 anni, io commento la realtà con il mio lavoro, dopodiché mi auguro di avere dei seguaci.

Tra i giovani designer, riconosce dei seguaci?

No, non li conosco. C’è stata una pubblicazione spagnola che ha fatto un elenco di quelle che sono le persone che, nei vari Paesi, seguono il mio lavoro o perlomeno cercano di seguirlo, però, adesso, non mi ricordo il titolo né ho il libro sotto mano.

Mi diceva che Pochi designer esprimono con il proprio lavoro concetti filosofici, politici, religiosi (…) pochi sanno commentare la realtà: chi sono?

Ci sono giovani designer in Olanda, ma i nomi sinceramente non li conosco. Cercano di spingersi un po’ oltre quelli che sono i confini tradizionali del design. Anche Ross Lovegrove – classe 1958, è una delle firme più affermate del design internazionale, dice di considerarsi un “biologo evoluzionista” – un designer inglese, ecco, lui fa degli oggetti che cercano di superare i limiti del design tradizionale. Mi viene in mente anche un italiano di cui ho visto un lavoro di recente: Lapo Elkann. Lui è impegnato in diversi campi, fa anche il designer e, per esempio, ha disegnato per Meritalia la collezione Officinapresentata nello showroom dell’azienda durante il Salone Internazionale del Mobile, la collezione è progettata attraverso materiali di riciclo tipici del mondo dell’auto e comprende il tavolo da pranzo Roll Roll, il tavolino Boing Boing e la lampada Wroom Wroom – e, in quel lavoro, ha saputo trasportare la propria identità e ha raccontato se stesso, da dove viene e il suo meilleur, il suo meglio, che sono le automobili. Ha lavorato una serie di lampade, oggetti realizzati con materiali che fanno parte della produzione delle auto, appunto. L’ho trovato interessante, quella collezione non è un’espressione astratta, perché richiama la vita di qualcuno e ne racconta, in parte, la storia. Lapo è un designer che ha saputo andare oltre, è andato più lontano di quella che è la funzionalità tradizionale.

Oggi il design sembra ricalcare il motto di Mies Van Der Rohe – Ludwing Mies Van Der Rohe, architetto e designer tedesco nato ad Aachen nel 1886 e morto a Chicago nel 1969, direttore della scuola del Bauhhaus, famoso per i suoi motti il “Meno è più” e “Dio è nei dettagli”Less is more. Cosa ne pensa?

Ormai abbastanza spesso sentiamo parlare di Less is more, il Meno è più, ma io direi che, dopo tantissimi anni in cui si parla di meno e più, questo lessè arrivato a zero, non c’è nulla che si possa diminuire ancora: questo è un momento in cui la nostra creatività deve arricchire la storia, non ridurla, e, quindi, noi siamo obbligati a scoprire nuove frontiere del design. Possono essere autobiografiche, oppure possono raccontare storie legate alla propria identità, o al luogo dove si abita, o alla religione alla quale si crede, all’impegno politico che eventualmente si ha. Il campo è molto vasto.

Un oggetto deve avere la capacità di esprimere la personalità, il pensiero e l’opinione del designer, senza censure?

Esatto, esatto, esatto. I grandi designer di ieri, mi viene in mente ad esempio Castiglioni – Achille Castglioni, architetto e designer italiano nato a Milano nel 1918 e morto a Milano nel 2002, tra i fondatori dell’ADI, l’Associazione per il Disegno industriale – erano persone che esprimevano con il design solo la funzionalità, punto e basta. E riconoscevano la superiorità di quella che si chiamava arte, in un’epoca dove il designer era detto, come spiegavo prima, arte applicata. Ecco, pur senza togliere nulla a questi grandi personaggi, che sono appunto Castiglioni, ma anche Nizzoli, Zanuso, Mari – Marcello Nizzoli, architetto, designer e artista, dal 1940 designer dell’Olivetti. Nato in provincia di Reggio Emilia nel 1887, è morto nel 1969 a Camogli. Marco Zanuso, design e urbanista, tra i padri fondatori del design industriale, nato a Milano nel 1916 e morto a Milano nel 2001, membro fondatore e presidente dell’ADI, insieme a Alberto Rosselli ha disegnato il Compasso d’oro tridimensionale. Enzo Mari, nato a Novara nel 1932, architetto e designer, è universalmente considerato uno dei maggiori teorici del design italiano e mondiale - insomma, sono molti, e sono dei grandi, per quel momento storico. Direi, però, che i traguardi del design oggi sono di ben altra natura. Cioè, dando per scontato che il design deve essere utile, come lo era l’arte in altri tempi (in secoli passati quando un pittore realizzava un ritratto, faceva una cosa utile perché il ritratto serviva a qualcuno per ricordare un suo bisnonno, una sua zia: l’arte aveva questo compito, oggi, questo ruolo spetta al design con tutte le amplificazioni necessarie), il design è diventato espressione matura, adulta e completa, dell’arte.

Quando parla di limiti tradizionali e della necessità di superarli, che cosa intende?

I limiti tradizionali sono quelli dettati dalla funzionalità e dalla praticità. Il design deve avere una funzione, ma deve esprimere feeling, stati d’animo, sensazioni, pensieri, che non sono cose, palpabili concretamente, sono i punti di vista personali dell’autore, sono quello che l’autore crede.

Tre anni fa, in occasione di Torino 2008 World Design Capitalper tutto il 2008 Torino è stata la prima capitale mondiale del design – in un’intervista rilasciata a La Stampa, ha dichiarato: Ho la sensazione che oggi il design stia fermo. Oggi è ancora di quest’idea?

Non vedo molta gente che abbia fatto il salto al di là del fosso, per allargare il raggio d’azione del design. Non vedo molte persone, per questo dico che il design è un po’ fermo. Questo, però, mi dà occasione di parlare di un’altra cosa: tutti dicono che il design italiano è in crisi. Ecco, io vivo a New York e, guardando il design italiano dall’esterno e i diversi Paesi dove ho vissuto, o dove sono andato per il mio lavoro -ha lavorato a Londra, Parigi, Helsinki, New York-, mi sento di dire che l’Italia è un campione ben distanziato dagli altri perché, se si pensa a quello che fanno i designer francesi o tedeschi o inglesi o americani o brasiliani…

Cosa manca ai designer non italiani?

Manca la profondità. L’italiano nasce in un milieu artistico di altissimo livello, che è la storia del Paese Italia: quando uno cresce in una città come, ad esempio, Mantova, è chiaro che sviluppa una più forte sensibilità alle più sublimi espressioni dell’architettura. Questo contesto culturale e artistico, quindi, ti permette di pensare alla creatività in un modo molto più profondo, rispetto a quello che potrebbero fare le persone che non crescono in un Paese come il nostro. Bisogna ricordare che gli studi e le ricerche dicono che il patrimonio artistico mondiale risiede per il 65% in Italia, gli altri paesi hanno il 35% diviso tra di loro, pur essendoci realtà molto importanti, come la Russia o la Germania. In Italia c’è un enorme substrato artistico che influenza il pensare dei suoi cittadini e, quindi, anche dei sui creatori.

Gli italiani hanno un’apertura maggiore?

Sì, abbiamo una maggiore apertura mentale, e anche una profondità di pensiero diversa. Questo è il minimo che si possa dire, e si può applicare anche agli industriali italiani, che, a loro modo, sono dei creatori perché accettano le idee nuove, amano la sfida e avanzano con i propri prodotti ed esprimono nuovi contenuti. Beh, direi che anche loro fanno parte di questo Paese della creatività che è l’Italia. Un industriale francese non ha la stessa creatività; la stessa cosa vale per un inglese. Sono bravi in altri campi, non in quello del design. Sono molto razionali. Anche gli americani, e io in America vivo, sono delle persone prive di curiosità e, soprattutto, non han capito che il prodotto industriale esprime oggi dei contenuti che non sono solo di ordine pratico.

La curatrice del Dipartimento di architettura del Moma, Paola Antonelli, ha detto che Molti designer hanno abbandonato la produzione di oggetti e si sono occupati di pura visualizzazione

Non so che cosa volessi dire, io non sono capace di esprimere un concetto di qualcun altro. Però, io direi un’altra cosa a questo proposito: dobbiamo fare appello ai cinque sensi perché la visione è stata fin troppo sollecitata, abbiamo visto troppe cose e, se dobbiamo esprimere dei fatti, dobbiamo cominciare a toccare altri sensi come il palato, il tatto, l’olfatto, l’udito. Questi sono i sensi ai quali devono parlare gli oggetti di design. Se si ha la capacità di parlare, non solo alla visione, il nostro messaggio arriva molto più profondamente. Io non so cosa volesse dire l’Antonelli, ma questo è un punto molto importante: l’aspetto formale delle cose direi che divento secondario oggi, è importante riuscire a parlare ai sensi che sono stati un po’ dimenticati come destinatari delle nostre creazioni.

Come si fa a parlare ai sensi? La collezione L’abbraccio è molto colorata, tattile, dà la sensazione di essere morbida: come lavora per parlare ai cinque sensi?

Pensiamo alla consolle La Principalepresentata in Triennale. Ho lavorato la resina e le ho messo qualche goccia di essenza specifica in modo che emanasse del profumo: il profumo parla all’olfatto, emoziona e tocca di più che non vedere la consolle stessa.

Un profumo che rimane nell’aria?

Quando si creano degli oggetti, bisogna toccarli per capirli, e quando si toccano si scopre che non sono rigidi, che sono tiepidi, che sono elastici, che quasi ricordano il corpo umano: ecco, quel momento è difficile da dimenticare. Invece, se noi guardassimo quell’oggetto senza toccarlo, non sarebbe che un’altra immagine, che fa parte dei miliardi di immagini che abbiamo nella nostra testa e, quindi, una più una meno, non fa alcuna differenza.

Si concentra più sulle forme o sui materiali?

Le forme sono importanti alla fine dei processi. Per esempio, pensiamo all’armadio L’abbraccio, disegnato per la collezione: ho pensato prima a come sono gli armadi tradizionali, un catafalco nero scuro e grande, che quando noi eravamo piccoli aveva del misterioso, e ci imponeva timore. Gli armadi che realizziamo oggi non ci comunicano niente: mettiamo dentro i vestiti, chiudiamo la porta e niente succede più. Allora ho deciso che il contenitore doveva essere espresso in altre forme; pur mantenendo la sua funzione originale, poteva comunicare qualcos’altro. Per realizzare questa nuova collezione, ho pensato a quanto fosse importante l’aspetto affettivo degli oggetti in generale. Nella nostra vita di tutti giorni, l’abbiamo un po’ dimenticato. Quindi ho deciso di disegnare un armadio che ricordasse gli abbracci, che sono un gesto d’affetto e d’amore; un lavoro con cui ho voluto esprimere il bisogno di sviluppare questo genere di sentimenti piuttosto che l’austerità di quelli che sono i contenitori tradizionali e, quindi, gli ho dato una forma d’abbraccio; non parto, però, dalla forma, ma da una riflessione su tutto quello che potrebbe aiutare la nostra vita a migliorarsi.

Quando progetta, ha in mente dei bisogni ai quali rispondere?

Sì, esatto. Questi bisogni, però, non sono solo fisici, pratici, ma sono anche psicologici. Molti anni fa avevo disegnato una lampada – lampada Giacomo, 1994, produzione Gaetano Pesce per la compagnia Open Sky - per le persone che vivono da sole: quando entravano in casa, invece di sentirsi soli, avevano l’impressione di essere in compagnia di qualcuno, perché questa lampada aveva una certa presenza nello spazio domestico, come una persona. Ecco, oggi gli oggetti possono anche aiutare a questo livello, a livello psicologico. Se, poi, questo aiuto psicologico è anche un’espressione ottimista, positiva meglio ancora. Sprattutto adesso che stiamo attraversando un periodo negativo e difficile. Se gli oggetti ci parlano di positività, e non di geometrie astratte, che sono ripetitive, tanto meglio.

Che cosa pensa dei materiali? Ha detto più volte che Bisogna usare materiali che appartengono al nostro periodo storico e non dei materiali che non ci appartengono più: che cosa significa?

Le faccio un esempio. Pochi giorni fa ero a Milano per il Salone Internazionale del Mobile e poi sono tornato negli Stati Uniti: sono venuto in aereo, e non nuotando. Devo ribadire che bisogna usare i mezzi del proprio tempo altrimenti si rischia di fare la figura di chi si veste come D’Artagnan e va a un ricevimento nel XXI secolo e fa la figura di un ritardato. Quindi, anche riguardo ai materiali, dobbiamo avere la capacità e la curiosità di usare materiali di oggi, del nostro tempo, attuali. Noi ci vestiamo secondo il nostro tempo, viaggiamo secondo il nostro tempo, mangiamo e abitiamo spazi secondo il nostro tempo.

E quali sono? Lei lavora molto con la resina.

Sono tutti i materiali di sintesi, ce ne sono migliaia, c’è solo l’imbarazzo della scelta. I materiali tradizionali, che hanno consentito a molte persone di esprimersi fino a oggi, non son più in grado di rappresentare il nostro tempo. Ad esempio, la struttura metallica, per l’architettura, è più un materiale legato al XIX secolo, il secolo in cui è stato scoperto, oppure il marmo è più un materiale che ricorda i greci, il mattone è un materiale che ricorda i romani. Sono tutti materiali legati a un periodo storico preciso. Se, poi, qualcuno vuole continuare a utilizzarli, cavoli suoi; se uno però volesse essere onesto con sé stesso, con la propria società e col proprio tempo, dovrebbe usare dei materiali in linea con il suo tempo. Oggi noi viviamo in modo contemporaneo, con tutti gli avanzamenti della tecnica e della tecnologia: uno non va dal dentista che usa un trapano a manovella, va da un dentista che usa le ultime scoperte in campo di apparecchiature, utensili, che usa materiali molto avanzati. Questo accade in alcuni campi, e dovrebbe essere la stessa cosa anche nel mondo del design.

Chi secondo lei usa ancora vecchi materiali? il metallo, il marmo, il mattone?

Basta guardarsi in giro, direi che la maggior parte dei creatori oggi continua a usare modi e mezzi e materiali tradizionali. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

A chi sta pensando?

Bisognerebbe fare molti nomi, ma sono talmente insignificanti che non ci faccio neppure attenzione. Di tavoli in marmo ce ne sono molti e ci saranno dei designer dietro.

Un nome, un esempio?

Io, davvero, nomi non ne ho in mente.

House Living and Business ospita il dibattito sulle archistar e sulle opere monumentali. So che lei non ama la tradizione, ma è attratto dall’innovazione. Vive a New York, ha vissuto in Italia, Parigi, Londra. Da spettatore, cosa pensa delle architetture metropolitane?

È la stessa cosa. Gli architetti lavorano ancora le forme, per cui oggi vediamo torri astratte, ripetitive, dove ogni piano è lo stesso: queste sono forme ritardate di pensiero. Lei le chiama archistar, io li chiamerei, piuttosto, ripetitori di stili o di invenzioni, fatte da architetti un secolo fa. E poi sono architetture ripetitive: ad esempio, oggi un architetto costruisce una struttura a Pechino che non ha nulla a che vedere con la tradizione cinese e, poi, lo stesso architetto realizza la stessa costruzione a Buenos Aires. Così l’architettura diventa una decorazione più che essere un’opera magistrale come dovrebbe essere. L’architettura è la regina delle arti, dovrebbe essere capace di esprimere il luogo dove viene edificata e parlare delle tradizioni di quello stesso luogo; non in termini pratici, però. Quindi, se il luogo ha uno stile, non bisogna continuare a rifare lo stesso stile, ma – ed ecco perché l’architettura è un mestiere difficile – bisogna saper interpretare il contesto a livello di significati non visibili; bisogna saper esprimere e trasmettere l’espressione di un luogo attraverso l’architettura.

Quale opera architettonica le è piaciuta di più?

Il museo di Bilbao, ma dopo quell’opera Gehry – Frank Owen Goldenberg (nel 1954 cambiò il cognome in Gehry), nato a Toronto nel 1929, è un architetto noto per il suo approccio scultoreo e organico alla progettazione; il Museo Guggenheim di Bilbao è stato inaugurato nel 1997 – non ha fatto più nulla, non ha saputo costruire un’altra costruzione così innovativa. Renzo Piano – architetto, nato a Genova nel 1937, tra i numerosi premi ottenuti, il Premio Pritzker, considerato il premio più prestigioso a livello mondiale nel campo architettonico, nel 1998 – invece, è un architetto intelligente, però, produce opere ripetitive, che appartengono ancora in pieno allo stile internazionale, che ormai è passato da 80 anni. Koolhaas – Rem Koolhaas architetto olandese nato nel 1944 - a Pechino ha realizzato progetti – la sede della China Central Television, 2004-2008- che non hanno nulla a che fare con la città. C’è molta superficialità, probabilmente perché le scuole non insegnano agli architetti ad essere profondi intorno a questo discorso. L’architettura resta ancora espressione di una bellezza passata, che non ci interessa più, e che esprime se stessa con dei mezzi geometrici, che non fanno più parte della realtà. La bellezza della geometria a me non interessa più e, come a me, penso non interessi a molte altre persone, che non sono degli specialisti, però guardano le architetture nelle città.

Cosa pensa degli skyline verticali? Di City Life?

I tre grattacieli di Zaha Hadid, Daniel Libeskind e l’altro – non mi ricordo neppure come si chiama -…?

Arata Isozaki

Sono i tre grattacieli dell’immondizia, da un punto di vista dell’evoluzione dell’architettura. Siamo nel 2010, e purtroppo Milano ha scelto delle architetture che sono già state viste 60/70 anni fa, in altre città. Milano, che è una città estremamente avanzata con un contenuto artistico alto – tanto che in certi periodi diventa la capitale del mondo come in occasione del Salone Internazionale del Mobile – quando si tratta di edificare tre grattacieli, chiama tre architetti che fanno l’architettura con forme passate, e questo è un peccato. Ad esempio, in occasione dell’Expo, io avevo proposto una torre pluralista, dove ogni piano fosse fatto da un architetto diverso, in modo che questo edificio sarebbe stato, prima di tutto, non omogeneo e, quindi, avrebbe espresso il pluralismo e la democrazia e, nello stesso tempo, sarebbe diventato un commento, un manifesto sull’architettura del momento, con la testimonianza di giovani e vecchi architetti, del Sud, del Nord, dell’Est e dell’Ovest. Milano avrebbe avuto la prima espressione pluralista di architettura, e questo è quello che la città merita. Non merita un grattacielo tradizionale, dove l’architetto è così stupido da curvarlo come fosse una maniglia di una porta. Questi sono i ritardi culturali dell’architettura, purtroppo: l’architettura è un’arte che avanza come tutte le altre, deve trovare la propria espressione, legata a questo tempo, e non al secolo passato.

Ha proposto questa torre pluralista: a chi? e cosa le hanno detto?

Feci questo progetto molti anni fa, per un costruttore brasiliano, che poi non ha potuto realizzarlo, a causa della crisi che colpì il Brasile. Più recentemente, l’ho proposto in occasione dell’Expo, proprio perché Milano è la capitale del Design. Ne ho parlato con il Direttore de La Triennale Andrea Cancellato, con il Presidente Davide Rampello e con Silvana Annichiarico, curatrice della mostra Rumore del tempo che feci proprio in Triennale qualche anno fa. E, lo scorso maggio, mi hanno ricontattato, per dirmi che il progetto è piaciuto ed è entrato nel Masterplan. Però, cambierà: non sarà più una torre, ma avrà uno sviluppo orizzontale, ospiterà due funzionari per ognuno dei Paesi presenti all’Esposizione Universale. E dopo l’evento, diventeranno appartamenti. Non so nulla di più, a oggi è solo un progetto. Sto pensando anche di riproporre un vecchio lavoro fatto per il Giappone, Il Giardino Verticale. Potrei realizzare anche giardini verticali pluralisti, vediamo.

Lei, nel 2009, parlando di New York, ha detto che Un giorno o l’altro questa capitale avrebbe riconosciuto il suo declino e avrebbe passato la mano ad un’altra città. Quel giorno è già arrivato?

No, non ancora.

Perché?

Shangai e Tokyo sostituiranno New York come capitali del mondo, probabilmente tra 20 o 30 anni; oggi non hanno la rete di tutti i servizi che la City offre. Restano ancora delle città a venire.

Torniamo a parlare di innovazione e tradizione, ha detto in più occasioni che Per fortuna o per carattere non è interessato al passato: qual è il suo rapporto con la tradizione? Prima parlava di contemporaneità.

Non ho un bel rapporto con la tradizione. Non ci deve interessare il passato in quanto tale, ma ci deve interessare come riflessione e conoscenza perché, sapendo da dove si viene, si può sapere dove si va. Il progresso non è senz’altro una linea retta, nel senso che dal passato si tira un linea retta, e si sa già dove si va finire, ma è una linea un po’ sinuosa. Il passato non è un fine, è solo uno strumento di conoscenza, per capire cosa dobbiamo fare per progredire, per permettere al progresso di prendere forma.

Al Salone del Mobile ha presentato anche i tavoli Sessantauna, disegnati per Cassina. Verranno prodotti il prossimo anno per il 150° anniversario de “L’unità d’Italia”. Una collezione che esprime un pensiero politico?

Sì, perché penso che l’Italia sia un paese ideale per esprimere due concetti. L’Italia ha fatto un grande sforzo per essere unita 150 anni fa, quindi, questo tavolo vuole commemorare quella data importante di unificazione e, nello stesso tempo, suggerisce l’idea, e la speranza, che un giorno non solo l’Europa sia unita, ma anche il mondo; che ci sarà un solo governo democratico, che farà gli interessi di ogni Paese distribuendo la ricchezza.

Un sogno, forse?

Un sogno che rappresenta il destino della globalizzazione. La globalizzazione, però, porta in sè un pericolo molto grave, che è quello di cancellare le differenze dei territori, delle culture, delle lingue. E, ancora, anche in questo caso, l’Italia è un esempio: il nostro Paese è fatto di diversità, è unito ma, allo stesso tempo, diverso. Questo il messaggio che ho voluto esprimere con la collezione: lei lo definisce politico e sono d’accordo, però, i tavoli sottolineano che è estremamente importante che ogni territorio, ogni persona, ogni città, ogni regione mantenga e anzi rinvigorisca le proprie differenze, che sono la nostra ricchezza.

Spesso ha parlato di serie industriale diversificata: Le differenze sono qualità che portano l’identità al mondo, Gli oggetti hanno diritto alla diversità. Questa risposta riecheggia fortemente la sua idea?

Esatto, la diversità è il futuro della produzione industriale, le serie non sono più serie di copie, ma sono serie di originali, dove ogni pezzo è unico. Questo è vero per le regioni, per le nazioni, è vero per gli individui, è vero per gli oggetti. Stiamo andando verso un periodo in cui si evidenzia l’essenza, la diversità, l’individualità degli oggetti. Questo è il valore del futuro. La cultura standardizzata, la pianificazione dei Paesi o delle città o degli individui è un sogno oramai tramontato.


PHOTOGALLERY: Gaetano Pesce


Crediti foto:
Le Fablier S.p.A. via del Lavoro, 2 37067 Valeggio sul Mincio – Verona tel. 045 6372000