House Living and Business è andato a trovare il presidente Rampello nel suo ufficio in Triennale, alle spalle del Castello Sforzesco, quasi un anno dopo quella pubblicazione per capire che cosa è successo in questi mesi, per capire chi ha risposto al suo appello, per capire soprattutto come il fare e le eccellenze possano essere valorizzate. E lui, nonostante ancora nessuno gli abbia risposto, difende la città da chi la crede morta e lancia un nuovo messaggio. Questa volta rivolto alla Presidente dell’ADI – Associazione per il Disegno Industriale – Luisa Bocchietto.
Purtroppo quel panettiere non c’è più! Non mi ricordo come si chiamasse, né quando esattamente andai a Fié, è passato tanto tempo, pensi era ancora vivo Gino Veronelli – Luigi Veronelli, enologo, cuoco e gastronomo. Giornalista, ha iniziato a collaborare per Il Giorno nel 1959, nel 1990 ha fondato la casa editrice Veronelli editore – Però quell’incontro mi ha permesso di cogliere uno degli insegnamenti più straordinari e importanti che abbia mai ricevuto, mi ha permesso di focalizzare la mia attenzione su un tema importantissimo: bisogna far bene le cose. Solo se si lavora bene la ricompensa arriva in modo diretto e naturale. Chi lavora bene non ha l’affanno e la cupidigia di accumulare denaro, ha invece il desiderio e la volontà di “far bene”: se lavori bene, poi vieni premiato il giusto, né troppo né troppo poco. Quando invece prevale la cupidigia e la voglia di arricchirsi comunque, si lavora male.
Il panettiere di Fié ha chiuso perché non aveva figli, la bottega è morta, lui non è riuscito a farla vivere.
Questo è solo un esempio legato ai miei ricordi. Però è vero: è eclatante che abbiano chiuso botteghe di grandissima qualità. Ad Asolo c’era la bottega di un fabbro, ricordo di averla scoperta nel 1978 quando andai ad Asolo in occasione del quarto centenario dalla nascita di Giorgione: la bottega era lì dal 1400, non mi ricordo come si chiamasse, il fabbro aveva gli occhi azzurri quindi sicuramente di origine tedesca, abitava lì da sempre, pensi che la ruota del maglio – strumento con il quale il fabbro lavora il ferro appena forgiato – l’aveva cambiata suo padre all’inizio del secolo scorso. Aveva due figli che però negli anni ’70 avevano scelto di andare a lavorare in fabbrica perché avrebbero guadagnato di più. Alcuni anni dopo sono tornato ad Asolo, lui era morto e l’officina fabbrile era chiusa, c’era un cartello della Sovrintendenza con scritto Chiuso. Avevano investito 800 milioni per restaurarla, ma nessuno la voleva. È stata un’idiozia totale: non si può restaurare qualcosa che è morto. Bisogna intervenire prima, accorgersi prima che qualcosa sta morendo, non preoccuparsi quando è troppo tardi. Una bottega ha senso se è viva, se lì si fa un lavoro, altrimenti perde senso e non interessa più a nessuno.
Sì, nonostante tutto ci sono. Esistono ancora tantissime imprese con una grande tradizione, moltissime sono artigiane. Pensi solo ai locali storici italiani. Guardi il sito dell’Associazione dei Locali Storici, ne trova tantissimi. Ad esempio alle porte di Milano c’è una vecchia trattoria, non ricordo il nome, nata alle fine del 1.200. O ancora il Caffè Florian di Venezia, conosciuto e famoso in tutto il mondo, o la Confetteria Romanengo di Genova.
Vivono perché sono le eccellenze. Noi dobbiamo incentivare il fare, l’economia del fare, la piccola e media impresa, quella che ha una matrice artigiana. E per artigiana intendo non solo l’artigiano che lavora i materiali, il falegname o il decoratore; intendo anche gli artigiani moderni, quelli che usano le tecnologie perché la tecnologia è creatività e manualità. O anche quelli legati al settore agroalimentare: torniamo ai locali storici, alcuni producono biscotti, dolci o confetti. Quindi dobbiamo incentivare tutta la filiera artigiana, ma non dobbiamo immaginare solo l’artigiano dentro la piccola bottega: l’artigiano è colui che lavora nella bottega di qualità e chi lavora con qualità continua; l’artigiano è anche colui che in una dimensione media ha saputo creare l’impresa avendo come condizione il saper fare. E qui l’intervento dell’intelligenza, della creatività e della manualità è sovrano.
Assolutamente sì!
Una volta sono entrato in una carrozzeria, c’era un signore, stava lavorando al joystick, con un laser doveva sagomare un blocco di resina: aveva la stessa precisione di un artigiano che ha in mano un molino e che deve incidere il rame o il legno, la stessa sensibilità di chi usa uno strumento tradizionale. Immagini di applicare tutta la creatività e la precisione dell’artigianalità al mondo del web, anche un hacker è un artigiano alla fine. La tecnologia è uno strumento sofisticatissimo, in molti casi è guidato dall’uomo, in altri è automatico ma il tecnico che costruisce i robots è un artigiano che lavora appunto con la stessa precisione e sensibilità. L’artigiano, d’altro canto, è un grande tecnico ed è un uomo coltissimo perché deve sapere tutto sul legno, sul ferro, sui materiali ma deve essere anche un uomo creativo che sa usare le mani.
Manualità vuol dire grande attitudine, manualità vuole dire che la mano diventa l’elemento intelligente. Non è però intelligente solo la mano o solo la mente ma tutto il corpo. Pensi a un atleta che deve fare i 100 metri: quando l’atleta scatta, diventa lui stesso pura corsa. La mano, il nostro corpo o la mente non sono intelligenti di per sè, è tutto il nostro corpo che è intelligente. L’atleta, quando scatta, non pensa solo a correre, lui stesso diventa corsa appunto e tutto il corpo si indirizza verso la corsa. Diventa tutt’uno con l’azione. E lo stesso accade per l’artigiano, risultato di manualità e tecnologia.
L’identità prima di tutto passa attraverso una storia, il brand nasce dalla storia, il marchio è solo un simbolo. Se manca la conoscenza della storia, non c’è interesse per il logo: guardi per esempio la Nike, grazie alla sua storia noi identifichiamo la marca con il baffo e quando vediamo il baffo associamo il simbolo alla storia dell’azienda. Ma il baffo da solo non significa nulla, quindi prima viene la storia e poi il marchio, il logo e il simbolo.
No, io non vado a vedere un logo, ma il nome e quindi l’artista. Scelgo di andare a vedere la mostra di Édouard Manet piuttosto che di Pablo Picasso o di Andrea Mantegna. Il marchio, invece, può essere ad esempio la Biennale o la Triennale che diventa garanzia di qualità, però io scelgo in base ai nomi degli artisti e non in base ai loghi o ai marchi.
Il Museo del Design della Triennale – triennaledesignmuseum.it – in realtà lavora già in questo modo: racconta e mette in mostra i passaggi creativi perché è importante mostrare tutte le fasi di lavoro. In questo modo la gente ha la possibilità di capire come nasce un’opera o un oggetto, di capire quindi l’intero processo. E in questo modo ogni momento della filiera acquista significato. Le faccio subito anche un altro esempio. Lei conosce il Premio Compasso d’Oro, giusto? – è un riconoscimento assegnato dall’Associazione Disegno Industriale, ha l’obiettivo di premiare il Design del prodotto. È stato istituito nel 1954, nato da un’idea di Gio Ponti - Premia il progettista e l’impresa; io ho proposto alla Presidente dell’ADI – Luisa Bocchietto, Presidente dell’Associazione Disegno Industriale dal 2008 - di strutturarlo come gli Oscar del Cinema, che non solo premiano il regista e il primo attore, ma anche il tecnico del suono, il tecnico della sceneggiatura, il protagonista, lo scenografo, il costumista, cioè premia tutti gli attori della filiera creativa e produttiva, tutti in modo indistinto. Quindi, ad esempio, se premio la lampada Arco di Castiglioni, premio Achille Castiglioni ma anche l’artigiano che ha realizzato il modello, l’artigiano che ha studiato i componenti, l’ingegnere… tutta l’intera filiera.
Ha detto che era interessata.
No, nulla di più. In concreto non è successo nulla, però ho visto l’intenzione e l’interesse. E per adesso questo va già bene.
Queste persone. Loro sono gli eroi nuovi di cui abbiamo bisogno. Sono i protagonisti delle filiere, di tutte le filiere, non solo di quella artigianale. Abbiamo citato il cinema ad esempio, anche quella è una filiera molto importante.
Mi sembra che questa proposta sia in linea con il desiderio e l’obiettivo di valorizzare l’intera filiera. E in questa direzione finalmente qualcosa inizia a muoversi: a Milano, ad esempio, la Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte ha messo a disposizione delle risorse e ha istituito – con il supporto della Fondazione Cariplo – la cattedra Sistemi di Gestione dei Mestieri d’Arte – presso il corso di laurea magistrale in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, la prima lezione è stata tenuta lo scorso 3 marzo; l’insegnamento ha proprio l’obiettivo di valorizzazione i mestieri d’arte d’eccellenza.
Assolutamente no. Come fanno a dire questo? Come può essere una città morta? Milano ha un milione e mezzo di abitanti, ha la più alta concentrazione editoriale rispetto alle altre città europee: ha due colossi editoriali come la Mondadori e la Rizzoli, oltre all’Adelphi ad esempio. Ha la più grossa televisione commerciale d’Italia e d’Europa, ha una sede Rai, ha la più grande concentrazione di creativi nel mondo della pubblicità, della progettualità, dell’architettura, della moda. Ha nove università. Ma siamo scemi?
Penso alla Milano del 2010, di oggi e del domani, del 2011 e del 2012. Però dobbiamo valorizzare la città e raccontare le sue eccellenze. Milano è una città ricca, ma dobbiamo valorizzare le sue ricchezze: questo vuole dire che dobbiamo raccontarla, ne dobbiamo parlare. Il problema non è definire la Milano del futuro: dobbiamo partire dalla Milano di oggi, valorizzare l’oggi per progettare il domani.
Non lo so, il lavoro in Triennale mi impegna tantissimo. Voglio valorizzare il fare e le eccellenze, questo è un progetto importantissimo anche per la cultura della città, vorrei portarlo avanti, mi piacerebbe che l’impresa imparasse a collaborare con il mondo della cultura.
No, non esistono soluzioni. Philippe Starck ha avuto quest’idea e l’ha realizzata. Se qualcuno lo volesse, potrebbe anche replicarla ma non sarebbe una soluzione. È solo un gesto, un’azione, non risolverebbe niente, non cambierebbe nulla.
No, non c’entra niente! Philippe Starck si è cimentato in un linguaggio per lui inedito e nuovo, questo l’ha reso ancora più famoso, il reality ha avuto successo. Nulla di più! Non basta un gesto per aiutare un sistema, è tutto molto più complesso.
Il design si sta già rinnovando, cambia in modo continuo. Pensiamo a quello sta accadendo nelle aziende: cambiano i sistemi produttivi, quelli creativi, si fa continua ricerca di nuovi materiali. Il design è vivo, vivissimo, soprattutto in Italia. Le imprese italiane sono le più vive nel mondo.
Già molti designer si stanno applicando all’ecodesign, ma non significa che questo sarà il futuro. Anche se questa sensibilità e attenzione verso le tematiche ambientali e la sostenibilità sono importanti.
Per fare un buon design è necessario conoscere. Il design è un modo per approcciarsi al reale, per risolvere i problemi della vita. Pensiamo alle radici di questa parola formidabile che ha origini latine: deriva da disegno, che a sua volta deriva da designo. Disegnare significa lavorare intorno a un progetto, che vuole dire progettare e la cultura latina era sovrana in questo: ha elaborato e portato a compimento la progettualità, pensiamo ad esempio alle complesse infrastrutture e alle architetture romane o al diritto romano, il primo grande progetto di design sociale. Il design è un ambito complesso, infatti parliamo anche di economy of design, di fashion design o di lighting design: siamo abituati ad associare il design all’industrial design ma in realtà non è solo così, il design è un processo che possiamo applicare a ogni ambito.
Sì, sete di conoscenza continua di tutto. E la creatività si applica poi alla conoscenza. Una tensione infinita verso il sapere e verso l’innovazione funziona in tutti gli ambiti, non solo nel mondo del design. Pensiamo a un avvocato: anche lui deve sempre cambiare, rinnovarsi, tenersi aggiornato, essere creativo nello strutturare un verbale. Non basta, non è sufficiente la tecnica.
È un progetto sterile, è una sciocchezza, un dibattito già finito. Non si farà mai, così è stato deciso, la polemica è chiusa. Il design ha logiche diverse rispetto all’arte contemporanea. Una Biennale non ha senso, il Salone del Mobile è l’appuntamento annuo culturalmente più importante ed è anche un evento commerciale. Dico culturale perché è vetrina di tutte le novità, chiama e attira i creatori degli oggetti, gli imprenditori, l’intero mondo del design, tutta la filiera: è un appuntamento formidabile, mette insieme l’anima culturale e l’anima commerciale. Una Biennale non avrebbe questa forza, non avrebbe l’aspetto commerciale e senza quest’anima il design perde fascino e l’evento in sé perde interesse. Che cosa sarebbe? Una Biennale di oggetti? A che cosa serve? A niente. Che senso avrebbe? Nessuno. Le vere novità, le più interessanti, si mettono in mostra al Salone del Mobile. È un’idea sciocca e velleitaria.
Bellavitis ha realizzato un progetto, ma non si è confrontato con la realtà milanese. Gli è stato chiesto di pensare a un progetto e l’ha fatto, nulla di più. L’ha fatto senza pensarci più di tanto.
Sì, anche se credo che siano idee buone ma non risolvono il problema. Sono solo pensieri, non sono la cosa. Il mondo infatti va avanti lo stesso. È sicuramente una buona intuizione e soprattutto è uno slogan bello ed efficace. Come per esempio Società fluida, altro claim bellissimo. Ma sono solo metafore: lei ha mai visto la Società fluida o la Decrescita felice? Se lo slogan fosse stato brutto, non avrebbe avuto successo, non avrebbe suscitato reazioni. Però non basta la bella idea, la giusta intuizione, bisogna anche saperla applicare e l’applicazione è diversa dalla teoria. A me piacerebbe che ogni uomo facesse qualcosa, creasse qualcosa, un qualcosa frutto di intuizioni di pensiero.
No, nessuno. Ci sono stati commenti, pareri, reazioni sulla stampa ma nessun progetto di sintesi o piano d’azione concreto. Più che un manifesto, io lo chiamerei un documento di indirizzo. Ora vorrei scrivere una Tavola dei princìpi. Saranno dei princìpi complessi e completi, ampi e saranno i princìpi che guideranno il mio lavoro in Triennale nei prossimi anni, saranno le linee guida e saranno ovviamente in sintonia con lo sviluppo della città. Vanno oltre il Manifesto, ma ovviamente lo rifletteranno, saranno il secondo step. Per me è non solo importante, ma anche necessario presentare gli attori che partecipano alla realizzazione del prodotto, alla filiera, quindi è naturale che i princìpi rifletteranno questo bisogno.
Appena avrò un attimo di tempo, ma lo farò. Troverò il tempo per farlo. E non accadrà tra qualche anno, lo scriverò nel prossimo mese.
No, non ce l’ho ancora. Se l’avessi avuta, l’avrei già scritto. Saranno delle indicazioni, dei suggerimenti, delle massime da seguire per valorizzare la Cultura del fare, vorrei scrivere un programma concreto.
Mi fa piacere, sono molto contento, ma la società deve ancora studiare la struttura, non è ancora operativa. Per questo motivo non ne voglio parlare, ho già delle idee su che cosa fare e su come lavorare, ma finché non saremo operativi non dico nulla.
Il tema è Better city and Better life, noi l’abbiamo tradotto in La città dell’uomo e Vivere all’italiana. Vivere all’italiana significa vivere il meglio, è il nostro Made in Italy e questo vuol dire mettere in mostra il meglio del nostro design, della nostra moda, del nostro cibo, del nostro vivere. Mentre Città dell’uomo non vuol dire ambiente, panchina, monumenti ma vuol dire vivere la città, interagire con la città, la città intesa come mostra di oggetti con cui relazionarsi.
La mostra è divisa in cinque aree. La prima è dedicata alle eccellenze della mobilità e qui saranno esposte le icone dell’industria motoristica italiana, dall’Isotta Fraschini alla Ferrari e le moto Ducati; saranno affiancate in un contesto tutto bianco dalle opere di Lucio Fontana – artista, pittore e scultore italiano, fondatore del movimento spazialista – di Alberto Burri – artista e pittore – di Piero Consagra – scultore e scrittore – e di Giuseppe Capogrossi – artista. La seconda è invece dedicata agli artigiani: qui ogni 15 giorni, in uno spazio trasparente protetto da cristalli, si alterneranno artigiani scelti tra le eccellenze italiane che lavoreranno sul posto, dagli artigiani del cuoio a quelli delle poltrone… L’area dedicata all’impresa mette in mostra le icone delle grandi firme italiane, come Prada o Ferragamo; l’agroalimentare invece presenterà una serie di parallelepipedi in cristallo ognuno dei quali avrà la forma di un tipo di pasta, da una parte, e di un bicchiere per il vino, dall’altra, mentre il soffitto sarà formato da papaveri e spighe di grano capovolti; all’interno saranno esposti due quadri del pittore Bartolomeo Bimbi, mentre nel corso della mostra verranno esposti anche due quadri di Caravaggio. Ed infine ci sarà la piazza, uno spazio dove saranno organizzate rappresentazioni musicali e artistiche. Sono state previste 30mila persone al giorno, avranno poco tempo per fermarsi davanti a ogni oggetto esposto, per questo abbiamo creato un percorso fortemente emozionale.