
Sì. Penso che esista il problema ambientale, che è molto complesso e grave. Ma penso anche che la strategia della cultura ambientalista segua una direzione sbagliata, perfino pericolosa, perché pensa solo sulla base di un parametro: il consumo dell’energia. Invece, l’ambiente umano è una realtà molto più complessa, che ha radici antropologiche, componenti culturali, simboliche. Per risolvere il problema ambientale occorre restare all’interno di uno scenario di innovazione più ampio. Per questo motivo, la strategia in atto resta su una posizione di conservazione, piuttosto che d’innovazione. I progetti che seguono queste tematiche ambientali spostano il problema, ma non lo risolvono. Io propongo una seconda fase, un movimento post-ambientalista, che assuma i problemi collocandoli all’interno di visioni d’avanguardia. I problemi non si risolvono uno alla volta, le questioni ambientali intorno all’uomo sono interconnesse con molte componenti. Ridurli tutti ad un solo parametro è molto pericoloso, perché, alla fine, si propone il governo degli scienziati, per cui le decisioni non sono più di natura culturale o politica, ma scientifica.
Questo è un problema suo. Qui non è questione di sputare nel piatto, ma di fare qualcosa di positivo. Fino a quando la cultura ambientalista continuerà a consistere semplicemente nel protestare, senza avere la capacità di fare delle proposte organiche, più ampie, migliori e culturalmente più ricche, finirà così: con la pura e semplice contestazione.
Philippe Starck fa delle cose molto interessanti, e non so se questa definizione un po’ retorica corrisponda alla strategia del suo lavoro. Occorre, piuttosto, che favorisca un aspetto fondamentale – quello estetico – anche se da solo non basta. È difficile definire il design con delle formule, perché cambia nel tempo. Cambia con i singoli progettisti, con le singole occasioni… ognuno dà la sua definizione. Questa del mio amico Starck sembra un po’ drammatica, sicuramente non è la mia.
La bellezza non è una categoria che si può definire, è un termine convenzionale. Quando dico che l’estetica è il problema del futuro, intendo dire che il mondo deve essere migliorato dal punto di vista ambientale-estetico, altrimenti si produrrà qualcosa che, da rifiuto estetico, si tramuterà in rifiuto etico, quindi politico; ecco quindi che l’estetica ha un ruolo centrale nei modelli di sviluppo della società. Mi riferisco a Brodskij – Josif Aleksandrovič Brodskij, Leningrado, 1940 – New York, 1996, premio Nobel per la letteratura nel 1987 – quando ha affermato che i Paesi socialisti dell’Est sono crollati per un collasso estetico. Erano talmente brutti che hanno prodotto un rifiuto culturale e politico. Per me una analisi di grande lucidità e di grande verità, perché estetica ed etica s’intrecciano in maniera molto stretta.
È stato profetico rispetto a ciò che dicevo. Invece di presentare il progetto di nuova casa, si stimolavano i visitatori a immaginarne una grazie al racconto della bambina. Negli anni ‘70, c’era, da un lato, l’idea di una creatività sociale inespressa e, dall’altro, di quanto il design fosse in grado di farla emergere. Questo modo di lavorare è stato tipico di tutte le avanguardie: stimolare la creatività pubblica attraverso operazioni shock. Benché la nostra non fosse shock in senso stretto, chi si aspettava di vedere un nuovo progetto di design si ritrovava invece immerso in un racconto. La nostra installazione è stata una mossa originale, faceva riferimento ad un cambiamento di scenario nella creatività pubblica.
Nascevano dal rifiuto dell’estetica corrente, introducendo la categoria del brutto e del volgare, una forma che è sempre stata usata nell’arte per smuovere un certo tipo di equilibrio. Ma l’estetica si rinnova continuamente attraverso la sperimentazione, l’innovazione di linguaggi, l’introduzione di corpi estranei. In quel momento quelli che venivano considerati oggetti brutti, erano di certo oggetti molto più reali: nascevano da linguaggi commerciali e dalla cultura pop. Rispetto al design contemporaneo di allora sembravano impressionanti. Questo mi fa molto piacere. Insomma, era proprio quello che si voleva ottenere.
Non nei termini in cui lo scenario si poneva a noi. Allora eravamo una minoranza, pochi gruppi di avanguardia all’interno di una società di normali, grigi, incolori. Oggi invece viviamo in una società complessivamente d’avanguardia, progettante, costituita da molti creativi, dove la normalità è in minoranza. Quindi oggi non ci sono gruppi in forma evidente, ma singole persone, che costituiscono tante realtà interessanti.
No. Sono forme di realismo, che è tutt’altra cosa. Il realismo non è integralismo, e neppure il radicalismo che ci contraddistingueva. L’integralismo è il non rispetto del diverso, dunque tutta un’altra cosa.
Non lo conosco. Potrebbe essere un’idea geniale o una stronzata. Non è una novità che la cultura si esprima attraverso i media, che la figura dei designer o quella degli artisti si presti alla TV e ai media.
Certamente! Dipende da cosa disegna, cosa progetta. Se è un personaggio creativo, perché no? Noi siamo stati influenzati tantissimo dalla musica. Potrebbe essere una buona idea vedere come il mondo dei creativi della moda, della musica, dell’arte possano dare il loro contributo nella progettazione di oggetti. Potrebbe essere una buona idea. Non è una formula certa, ma interessante.
Sì. Ad esempio, grazie alla robotica, le catene di montaggio elettroniche permettono di avere automobili prodotte in serie, ma una diversa dall’altra.
Nasce in tanti modi diversi. Occasioni, stimoli, spiegazioni, incidenti, accidenti.
Non lo so. Generalmente a questa domanda si risponde L’ultimo che ho fatto. Io continuo a farli perché c’è ancora molto da fare. Come tutti i creativi ho una visione molto critica, quindi non contemplo il mio lavoro, semmai difendo le mie idee e i miei progetti.
Qui è un concorso, ce ne sono tanti! A volte ci sono cose che mi fanno ribrezzo. Ma dopo un po’ le apprezzo perché magari sono più intelligenti di quanto io le abbia colte inizialmente. C’è da imparare dai brutti progetti più che dai belli.
Sono domande a cui non si risponde. Il design ha tante linee di sviluppo, non una sola. E come tutti i fenomeni è mosso da un’energia di crescita, che si espande in tutte le direzioni. Alcune mi interessano, altre no. Ma sono tutte espressioni di una vitalità creativa del sistema umano. È un pò come chiedere in che direzione vada l’umanità: va verso la sopravvivenza, ovviamente. Non saprei quale altra direzione possa avere.
Sono sempre stato interessato alla didattica perché permette di imparare dagli studenti. Io in primis ho sempre imparato molte cose. La Domus Academy - fondata nel 1982 a Milano- è stata molto importante in quel momento, perché ha permesso di affrontare degli scenari problematici nuovi su cui la cultura del progetto era ancora in ritardo. È stato un momento importante della mia storia.
Ricordiamo che tra il 1982 e il 1983 vennero poste le basi dell’ideologia e della didattica di Domus Academy attraverso incontri e dibattiti cui parteciparono Andrea Branzi, Ettore Sottsass, Ezio Manzini, Mario Bellini, Clino Trini Castelli, Antonio Petrillo. Branzi ha sempre promosso un rapporto di reciprocità tra professori e studenti attraverso il superamento del distacco formale.