
L’architetto Andrea Branzi, uno dei fautori del movimento d’avanguardia Design Radicale e componente dei gruppi Archizoom Associati, Alchimia e Memphis ha dichiarato, in un’intervista alla RAI del 2000, che l’ecodesign non è un pensiero progettuale evoluto, non genera elementi reali e non dà emozione ambientale. Gli abbiamo chiesto se la pensa ancora così: «Sì. Penso che esista il problema ambientale che è molto complesso e grave. Ma penso anche che la strategia della cultura ambientalista segua una direzione sbagliata, perfino pericolosa, perché pensa solo sulla base di un parametro: il consumo dell’energia. Invece l’ambiente umano è una realtà molto più complessa che ha radici antropologiche, componenti culturali, simboliche. Per risolvere il problema ambientale occorre restare all’interno di uno scenario di innovazione più ampio, per questo motivo la strategia in atto resta su una posizione di conservazione piuttosto che d’innovazione. I progetti che seguono queste tematiche ambientali spostano il problema ma non lo risolvono. Io propongo una seconda fase, un movimento post-ambientalista che assuma i problemi collocandoli all’interno di visioni d’avanguardia. I problemi non si risolvono uno alla volta, le questioni ambientali intorno all’uomo sono interconnesse con molte componenti. Ridurli tutti ad un solo parametro è molto pericoloso, perché alla fine si propone il governo degli scienziati, per cui le decisioni non sono più di natura culturale o politica, ma scientifica».
L’architetto Branzi ha mosso i primi passi nel design insieme all’architetto Paolo Deganello, il quale ha affermato che il designer di oggi deve andare contro il mercato in una direzione ecosostenibile. Deve avere il coraggio di sputare nel piatto in cui ha mangiato, ma Branzi non è molto d’accordo: «Questo è un problema suo. Qui non è questione di sputare nel piatto, ma di fare qualcosa di positivo. Fino a quando la cultura ambientalista continuerà a consistere semplicemente nel protestare, senza avere la capacità di fare delle proposte organiche, più ampie, migliori e culturalmente più ricche, finirà così: con la pura e semplice contestazione».
Sono numerose le definizioni che gli architetti hanno dato del design. Philippe Starck ha dichiarato che il design deve basarsi su quattro elementi: vita, sesso, carne e sudore.
Architetto Branzi, per lei è una provocazione?
«Philippe Starck fa delle cose molto interessanti e non so se questa definizione un po’ retorica corrisponda alla strategia del suo lavoro. Occorre piuttosto che favorisca un aspetto fondamentale – quello estetico – anche se da solo non basta. È difficile definire il design con delle formule, perché cambia nel tempo. Cambia con i singoli progettisti, con le singole occasioni … ognuno dà la sua definizione. Questa del mio amico Starck sembra un po’ drammatica, sicuramente non è la mia».
Lei ha dichiarato che l’estetica è il problema del futuro, qual’è il suo ruolo oggi?
«La bellezza non è una categoria che si può definire, è un termine convenzionale. Quando dico che l’estetica è il problema del futuro, intendo dire che il mondo deve essere migliorato dal punto di vista ambientale-estetico, altrimenti si produrrà qualcosa che, da rifiuto estetico, si tramuterà in rifiuto etico, quindi politico; ecco quindi che l’estetica ha un ruolo centrale nei modelli di sviluppo della società. Mi riferisco a Brodskij (Ndr. Josif Aleksandrovič Brodskij, Leningrado, 1940 – New York, 1996), premio Nobel per la letteratura nel 1987, quando ha affermato che i paesi socialisti dell’Est sono crollati per un collasso estetico: erano talmente brutti che hanno prodotto un rifiuto culturale e politico. Per me una analisi di grande lucidità e di grande verità, perché estetica ed etica s’intrecciano in maniera molto stretta».
Le Avanguardie – L’incipit della carriera di Branzi avviene alla fine degli anni ‘60 con Archizoom Associati. Una delle installazioni più interessanti è quella presentata al MoMA di New York nel contesto della storica mostra “Italy: The New Domestic Landscape” del 1972: all’interno di una stanza grigia e vuota la voce di una bambina descriveva luci e colori di una bella casa, stimolando le capacità immaginative dei visitatori.
Il lavoro presentato al MoMA è ancora attuale?
«È stato profetico rispetto a ciò che dicevo: invece di presentare il progetto di nuova casa si stimolavano i visitatori a immaginarne una grazie al racconto della bambina. Negli anni ‘70 c’era da un lato l’idea di una creatività sociale inespressa e dall’altro di quanto il design fosse in grado di farla emergere. Questo modo di lavorare è stato tipico di tutte le avanguardie: stimolare la creatività pubblica attraverso operazioni shock. Benchè la nostra non fosse shock in senso stretto, chi si aspettava di vedere un nuovo progetto di design si ritrovava invece immerso in un racconto. La nostra installazione è stata una mossa originale, faceva riferimento ad un cambiamento di scenario nella creatività pubblica».
I progetti di Archizoom Associati venivano spesso definiti feticci consumistici di dubbio gusto, al confine con il kitsch, in contrapposizione con l’estetica.
«Nascevano dal rifiuto dell’estetica corrente introducendo la categoria del brutto e del volgare, una forma che è sempre stata usata nell’arte per smuovere un certo tipo di equilibrio. Ma l’estetica si rinnova continuamente attraverso la sperimentazione, l’innovazione di linguaggi, l’introduzione di corpi estranei. In quel momento quelli che venivano considerati oggetti brutti, erano di certo oggetti molto più reali: nascevano da linguaggi commerciali e dalla cultura Pop. Rispetto al design contemporaneo di allora sembravano impressionanti. Questo mi fa molto piacere, insomma era proprio quello che si voleva ottenere».
Oggi vede qualcosa di simile ad Archizoom Associati?
«Non nei termini in cui lo scenario si poneva a noi; allora eravamo una minoranza, pochi gruppi di avanguardia all’interno di una società di “normali”, grigi, incolori. Oggi invece viviamo in una società complessivamente d’avanguardia, progettante, costituita da molti creativi, dove la “normalità” è in minoranza. Quindi oggi non ci sono gruppi in forma evidente, ma singole persone che costituiscono tante realtà interessanti».
Lei ha dichiarato: Esistono grandi spinte a semplificazioni molto violente, come quella dell’integralismo. Design Radicale o Archizoom Associati non sono forme d’integralismo?
«No. Sono forme di realismo, che è tutt’altra cosa. Il realismo non è integralismo e neppure il radicalismo che ci contraddistingueva. L’integralismo è il non rispetto del diverso, dunque tutta un’altra cosa».
In Inghilterra la BBC2 ha prodotto il talent show Design for Life…
«Non lo conosco. Potrebbe essere un’idea geniale o una “stronzata”. Non è una novità che la cultura si esprima attraverso i media, che la figura dei designer o quella degli artisti si presti alla TV e ai media».
Lady Gaga – una Pop Star – nuovo direttore creativo della Polaroid?
«Certamente! Dipende da cosa disegna, cosa progetta. Se è un personaggio creativo, perché no? Noi siamo stati influenzati tantissimo dalla musica. Potrebbe essere una buona idea vedere come il mondo dei creativi della moda, della musica, dell’arte possano dare il loro contributo nella progettazione di oggetti. Potrebbe essere una buona idea. Non è una formula certa, ma interessante».
DESIGN – I PROGETTI Abbiamo cercato di carpire la visione tecnica di chi la storia del design l’ha fatta. Tuttavia l’architetto Branzi si è mostrato restio a rispondere.
Serialità e unicità si possono coniugare in un unico oggetto di design?
«Sì. Ad esempio grazie alla robotica, le catene di montaggio elettroniche permettono di avere automobili prodotte in serie, ma una diversa dall’altra».
Come nasce un suo progetto di design?
«Nasce in tanti modi diversi. Occasioni, stimoli, spiegazioni, incidenti, accidenti».
Il progetto a cui è più affezionato?
«Non lo so. Generalmente a questa domanda si risponde “l’ultimo che ho fatto”. Io continuo a farli perché c’è ancora molto da fare. Come tutti i creativi ho una visione molto critica, quindi non contemplo il mio lavoro, semmai difendo le mie idee e i miei progetti».
Qual’è il progetto di design che reputa più brutto?
«Qui è un concorso, c’è ne sono tanti! A volte ci sono cose che mi fanno ribrezzo. Ma dopo un po’ le apprezzo perché magari sono più intelligenti di quanto io le abbia colte inizialmente. C’è da imparare dai brutti progetti più che dai belli».
Qual è il futuro del design?
«Sono domande a cui non si risponde. Il design ha tante linee di sviluppo, non una sola. E come tutti i fenomeni è mosso da un’energia di crescita che si espande in tutte le direzioni. Alcune mi interessano, altre no. Ma sono tutte espressioni di una vitalità creativa del sistema umano. È un pò come chiedere in che direzione vada l’umanità… va verso la sopravvivenza, ovviamente! Non saprei quale altra direzione possa avere».
Cosa ha significato fondare Domus Academy per lei?
«Sono sempre stato interessato alla didattica perché permette di imparare dagli studenti. Io in primis ho sempre imparato molte cose. La Domus Academy (ndr. fondata nel 1982 a Milano) è stata molto importante in quel momento, perché ha permesso di affrontare degli scenari problematici nuovi su cui la cultura del progetto era ancora in ritardo. È stato un momento importante della mia storia».
Ricordiamo che tra il 1982 e il 1983 vennero poste le basi dell’ideologia e della didattica di Domus Academy attraverso incontri e dibattiti cui parteciparono Andrea Branzi, Ettore Sottsaass, Ezio Manzini, Mario Bellini, Clino Trini Castelli, Antonio Petrillo. Branzi ha sempre promosso un rapporto di reciprocità tra professori e studenti attraverso il superamento del distacco formale.
Milano, 29 gennaio 2010
Amalia Di Carlo
HOUSE, LIVING AND BUSINESS
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