Gio Ponti era un intellettuale, è un intellettuale contemporaneo.
Gio Ponti, l’architetto fallito – il pittore mancato così andava spesso descrivendosi, ha attraversato, lasciandoci segni, doni importanti, quasi tutto il novecento italiano. Non era un teorico ci conferma Ugo La Pietra era un affascinato cultore delle arti. Quando si parla di italian design, la paternità di questo nome, di questa figura, non può che essere attribuita al suo genio, architetto e poliedrico designer, creatore di un nuovo stile e di una nuova eleganza di vita.
Egli, infatti, spazia con eclettismo ed onnivora voracità, dal disegno della mobilia privata a quella alberghiera, dagli edifici residenziali a quelli di uso comune, dalle ville ai palazzi, dagli uffici agli alberghi, dagli edifici religiosi a quelli industriali, dalle navi agli allestimenti, dagli edifici scolastici alle scene e costumi teatrali ed ancora lampade, ceramiche, sedie, poltrone, vetri, oggettistica e suppellettili in genere in ogni parte del globo. Attività a cui prende parte dagli anni ’20 nell’industria della ceramica la Richard Ginori, dove rielabora complessivamente la strategia di disegno industriale della società e con le sue «iperdecorative» ceramiche improntate ai più classici temi è vicino al movimento Novecento, che si contrappone al razionalismo del Gruppo 7 in primis Giuseppe Terragni.
Gio Ponti ha attraversato il ventennio fascista, controcorrente, cioè leggero come la sua architettura bidimensionale, senza manifestare appartenenze se non per l’arte e l’artigianato, la teoria e la pratica che dovevano essere unificati in un’opera totale, la costruzione. Si trattava però di utilizzare le tecniche contemporanee, di trasferire alle condizioni dell’epoca industriale le vecchie capacità artigianali. Condivideva con il Deutscher Werkbund – associazione tedesca, nata ai primi del novecento, composta da artisti, architetti, designer ed industriali – le idee del rispetto dei materiali e della loro funzione, l’utilizzabilità dei prodotti divenne l’idea-guida e la produzione industriale lo scopo del lavoro di progettazione.
Quella che sarebbe sorta era un’arte industriale. Qui, Gio Ponti, spirito libero, mitteleuropeo, coglie la contemporaneità di Gropius e della Bauhaus e la interpreta con la realizzazione di Palazzo Montecatini. Manifesto della modernità italiana e monumento alla nuova società del lavoro, il palazzo è la trasposizione dello spazio industriale agli edifici amministrativi. Traendo il suo modello organizzativo e fisico dall’architettura industriale, l’edificio diviene un contenitore flessibile e misurato sulle esigenze umane.
Gli anni cinquanta sono il periodo della massima espressione di questo genio dell’arte industriale, a lui, si deve il Grattacielo Pirelli (1955 – 1958). Icona, simbolo della città di Milano, il Pirellone ha ben rappresentato la “cultura del fare” lombarda mai scalzata dalla Torre Velasca grattacielo dello stesso periodo, espressione del Razionalismo Italiano, che ricevette dai milanesi il sopranome di grattacielo delle giarrettiere per le caratteristiche travi oblique che danno sostegno all’espansione esterna dei piani superiori.
E che dire dell’opera d’innovatore nella cultura industriale italiana, della stessa epoca la fondazione dell’ADI - Associazione per il Disegno Industriale – e l’introduzione, nella facoltà del Politecnico di Milano, della cattedra di Architettura degli Interni. Pur avendo «inventato» il Design, ha concentrato l’attenzione della progettazione non sull’oggetto, come avviene per il Design, perché l’oggetto vive e ha un senso in rapporto all’ambiente, alle persone, ai luoghi e agli altri oggetti; quindi non ha senso progettare un oggetto al di fuori di queste relazioni.
L’attualità del pensiero di Gio Ponti lo lasciamo dire a lui – dalla trasmissione Rai “Incontri” del 1976. È lui che si racconta in questa intervista – Cos’è l’Architettura? Voglio parlare dell’Architettura moderna perché quella del passato è già stata fatta e non c’è più niente da fare. … l’Architettura Moderna è quella che corrisponde a delle esigenze che praticamente sono categorie: la casa, la scuola, l’ospedale, tutte le istituzioni di assistenza generica e amministrativa, la parte sportiva, la parte turistica che fanno parte di un complesso economico su cui vive una Nazione. Naturalmente tutte queste cose sono viste da un punto di vista funzionale – fa, qui, riferimento al ruolo dell’Architettura.
L’architetto ha sempre fatto politica, in quanto nell’antichità, era un uomo di corte, e come tale faceva una politica che dipendeva dal potere. … la funzione politica, oggi, dell’Architetto è l’Architettura moderna. L’Architetto è sempre stato in funzione di una politica, ma non la propria, dell’architettura, in funzione della politica di un potere che celebrasse questo potere con dei monumenti, possibilmente e questi oggetti celebrativi esprimevano la politica dei Re, dei Dittatori, dei Papi, delle classi sociali.
… a questo punto fa parlare Gropius, un teorico, un filosofo dell’Architettura, lui è più un ispiratore – fa riferimento a Walter Gropius, architetto tedesco, uno dei maestri fondatori del Movimento Moderno in architettura … Gropius ha detto che … l’Italia è destinata forse, a chiarire su quali fattori della vita moderna – ecco la modernità – dobbiamo fondarci tutti per recuperare il perduto senso della bellezza, perché una prevalenza tecnologica, una prevalenza economica hanno determinato un’eclissi del senso della bellezza ossia del pensiero, dell’architettura, una componente che deve essere implicita perché l’architettura è anche un’arte, bisogna nell’era industrializzata promuovere una nuova unità culturale … e questa unità culturale è il mondo degli architetti, il mondo della cultura degli architetti; ed ecco allora che cosa è l’architetto è quello che è l’attore di questa unità culturale.. La sua genialità intellettuale è stata l’«attraversare», attraversare l’unica rivoluzione dell’era moderna, la rivoluzione industriale.
Il complesso della sua opera e del suo pensiero ci riporta ad oggi, il suo concetto di design inserito in un contesto architettonico e all’interno di un contesto culturale che non scindeva mai la progettazione dell’abitare, non tanto dell’abitazione, quanto dell’abitare come esperienza vera e personale, dalla figura dell’abitante è ancora lo spartiacque della tendenza contemporanea. Da rileggere, ancora oggi, Il suo lavoro sul concetto di casa adatta in cui spiegava gli elementi fondamentali dell’arredamento, della distribuzione degli spazi sempre rivolgendosi al futuro abitante, dicendogli a un certo punto uscirà l’architetto ed entrerai tu con le tue esperienze, con la tua sensibilità. Ed è proprio grazie a queste tue esperienze e sensibilità potrai costruirti tu la casa attraverso gli oggetti che la cultura del progetto ti offre, ti propone. Qui la centralità del committente dell’abitante, un umanesimo, non solo una poetica, uno stile, ma una filosofia progettuale, pedagogia che realizza la sintesi del binomio rappresentato dal rapporto arte – industria, arte – architettura. Questo è il design e l’architettura.
Gio Ponti lo ha ben rappresentato firmando i suoi lavori insieme agli artigiani, facitori, con cui collaborava, smaltatori, argentieri, ceramisti, che grazie al suo genio hanno costruito la loro fama e la filiera dell’Industria. Filiera che oggi non c’è più, dove le arti applicate e gli artigiani non hanno più sede, sono realtà anonime, sommerse, schiacciate dal Designer e dall’Industria. Tutto questo ci riporta al fare architettura, al fare design, al dibattito odierno che non c’è …. che fine hanno fatto gli intellettuali al giorno d’oggi?
Per completezza d’informazione. Così come oggi si osannano i progetti di total design per alberghi di architetti di fama internazionale, uno su tutti Philippe Starck, appare sconvolgente che già negli anni ’50 il genio di Gio Ponti avesse anticipato questa tendenza creando due alberghi gioiello di puro design made in Italy e, giovi ricordare, che i lavori e gli arredi di Gio Ponti sono utilizzati nelle abitazioni esclusive da New York a Sidney dai maggiori interior designers. Ancora oggi pubblicati nelle cover delle più rinomate riviste internazionali di settore, sono esposti nei maggiori musei del mondo dal Moma a New York al Design Museum a Londra ma anche a Tokyo, Montreal, Hong Kong, Parigi, Berlino, Stoccolma, aggiudicati a prezzi record nelle aste internazionali.
Milano, la culla della “cultura del fare” non gli ha ancora dedicato un’antologica.