
Arrivano in redazione all’ora di pranzo, è agosto e fa caldo. Vestitino a fiori per lei che lascia scoperti i tatuaggi vistosi sulla braccia, pantaloncini e T-shirt per lui.
Nulla di strano pare esserci in questa coppia di poco più che ventenni, che però è diventata famosa per essersi inventata un passatempo estivo non proprio normale, o meglio, non ordinario: il blog 01 MATHERY – che non ha altro significato se non le iniziali dei loro due nomi, Matteo ed Erika con un H in mezzo, che pare porti fortuna – da aggiornare quotidianamente con un progetto di design diverso.
Una trovata originale per farsi conoscere, per creare una vera e propria mostra personale in cui i progetti si commentano da soli, in tre fotografie. Usano materiali di riciclo trovati nei cassetti di casa, credono nell’ecodesign e rispettano l’ambiente. Sognano di diventare firme famose nel design system e di vedere i loro progetti prodotti in tutto il mondo. Senz’altro con la loro trovata originale il loro nome inizia a circolare, nel mondo universitario e nel mondo della stampa. Non risparmiano complimenti e critiche ai designer più famosi e con passione spiegano la filosofia che sottostà ai loro progetti.
Si sono conosciuti all’università ed è subito scattato il feeling. Ma ci tengono a sottolineare che sono solo amici, nulla di più. E se un giorno uno dei due dovesse innamorarsi dell’altro, finirebbe tutto? È lei la più pronta a rispondere No, non può finire, la nostra amicizia è troppo forte, ma l’amore sarebbe un vero problema.
Lui fa lo scout ed è appena tornato dai monti, con un taglio sul braccio procuratosi con il recinto delle capre, lei sulle braccia ha solo tatoo, ma non i soliti tribali senza senso. Le chiedo la storia di ogni disegno e prontamente me li mostra tutti, perlomeno quelli visibili – ne ha altri nascosti sotto il vestito – facendomi notare particolari che al primo colpo d’occhio non avevo considerato. Due fiocchi rosa segnano i suoi polpacci, entrambe le gambe, sono due accessori, mi spiega, come se avessi qualcosa di indelebile infilato nella carne, ma dico sempre che li ho fatti da piccola, quando ancora non capivo niente. Li ha fatti a 16 anni.
Molto più pratico lui, uno spirito libero lei, una coppia che si completa. Entusiasti dei loro progetti, dei loro studi e della loro vita, forse un po’ troppo incantati dal mondo delle favole. Ma l’ingenuità che li caratterizza diventa un loro punto di forza perché vivono di passione per il design. Forse fanno sorridere quando ammettono che guadagnare soldi non è la loro principale preoccupazione: l’importante è fare quello che ci piace e stare bene.
Un progetto al giorno toglie il medico di torno, perché l’idea del blog?
ERIKA: Io e Matteo siamo molto amici e lui è l’unico che prende sul serio le mie trovate. Appena sparo una cavolata, immediatamente una mia amica o un mio compagno di classe mi dicono Erika smettila, è una cazzata. Tipo il progetto del ventaglio con le bucce dell’aglio – Guarda la foto n.10 in calce - ho pensato alla parola VENT-AGLIO, e tutti a darmi contro. Invece lui ha detto subito: Dai, facciamolo! È nata un po’ come scherzo, noi ogni giorno facciamo qualcosa in casa, che sia un piccolo stratagemma per ovviare un problema, piuttosto che la piccola cosa di artigianato. Senza di lui però non avrei mai iniziato.
Tu senza di lei?
MATTEO: No, nemmeno io, perché lei era molto più motivata di me e avendo un carattere per cui se ha in testa una cosa la vuole fare, è partito il nostro progetto. Perché la scelta del blog? È il mezzo che economicamente ci permette di far vedere i nostri lavori, anche in tutto il mondo.
E: Poi oggi si fa tutto digitalmente, cioè la forma stessa dell’oggetto è digitalizzata. Noi non prendiamo l’oggetto creato e lo mettiamo in uno stanzino per fare una mostra privata, la nostra mostra è il blog. Se poi lo vede qualcuno e le idee piacciono ben venga. La prima persona a cui lo abbiamo detto è stata la nostra docente e… così, involontariamente, è diventato parte di un esame… ci aveva chiesto di portare anche un progetto personale, questo è il nostro. Lei lo ha mostrato ad un altro professore, quell’altro ad un altro ancora e da lì…
M: Si è sdoganato in varie direzioni.
E: Alla fine abbiamo fatto anche un piccolo successo… non pensavamo. Siamo contenti.
Ma qual è l’obbiettivo di questo blog? Una specie di sfida annuale tipo il film Julie&Julia? – film del 2009 con Meryl Streep a Amy Adams, diretto da Nora Ephron. Racconta di un eccentrico progetto di una ragazza che crea un blog in cui raccogliere ogni giorno una ricetta diversa, preparata nella propria cucina.
E: Ecco, è un film che non ho ancora visto e tutti me lo citano…
M: In realtà è un progetto che è partito senza un’idea precisa, sapevamo come iniziare ma non sappiamo come andrà a finire. Ci diverte, ci piace farlo, noi lo chiamiamo un esercizio propedeutico, perché ci permette ogni giorno, anche in modo semplice, di scontrarci con la realtà, con determinati problemi che poi sono gli stessi con cui ci si imbatte nella fase di progettazione di qualsiasi oggetto, anche quando lavori per una grande azienda. Si tratta di esercitarsi, divertendosi, a fare quello che ci piacerebbe fare poi, un domani.
Non c’è una sfida in corso? Finché c’è creatività si va avanti con il blog, ma potrebbe morire così, all’improvviso?
M: Forse più che creatività è una questione logistica. Andrà avanti finché avremo la possibilità di gestirlo in questo modo.
E: Adesso è estate, siamo tutti gasati. Ti svegli la mattina e fai qualcosa.
M: Non ci sono i corsi, non devi andare e tornare da Milano col treno. Adesso si fa, poi vedremo. Anche perché ci sono già degli sviluppi della cosa, ma mano che si va avanti si vede come procedere.
E: Ci sono idee che arrivano dall’esterno. Ad esempio qualcuno ci ha suggerito di arrivare a fare le 100 idee… quindi poi una volta arrivati alla centesima… basta. Almeno la chiuderemmo così. Un professore invece ci ha detto: Dato che è un’idea divertente, che piace, perché non chiedete a qualcun altro di partecipare?
Come vi è sembrata questa proposta?
M: Siamo un po’ gelosi della nostra idea, ma poi ripensandoci crediamo che la creatività di qualcun altro potrebbero essere d’aiuto.
E: Magari una specie di mini rubrichetta affidata ad esterni, per avere ogni giorno anche progetti diversi dai nostri.
Pensate a designer famosi?
M: Per adesso pensiamo agli amici e ai professori. Abbiamo avuto anche proposte dai nostri compagni, che ci hanno chiesto la possibilità di partecipare progettando per noi.
Ho letto in un’intervista rilasciata a La Stampa che non pensate di produrre i vostri oggetti, è vero?
M: La cosa bella di questo blog è che non abbiamo certo i vincoli progettuali che ci sono quando produci per un’azienda… di sicuro nel blog ci sono cose più fattibili e cose meno facili da produrre.
E: Alcune le vedi che sono precarie, ad esempio il panino con la cerniera che fa da porta occhiali – Guarda la foto n.2 in calce – è una bella idea, fa sorridere, ma è anche un po’ inutilizzabile, nel senso che il pane dopo un po’ diventa duro.
M: Magari duro funziona di più…
E: Quando si indurisce come fa a chiudersi?
M: Magari una cernierina…
Quindi non avete fatto questo blog pensando che qualcuno vi possa vedere, chiamare e offrire un lavoro?
E: Se dovesse succedere ben venga, ma non abbiamo iniziato per quello.
M: Era anche una voglia di fare qualcosa di veramente nostro. Durante l’anno c’è poco spazio, devi saperti gestire molto bene per far qualcosa di tuo al di fuori dall’università. Volevamo qualcosa pensato e realizzato solo da noi. E adesso lo abbiamo.
E: Poi comunque sia, un po’ di risposte dall’esterno arrivano, di richieste. Ci hanno anche contattato da Brescia per parlare di una possibile collaborazione.
E: In Naba un professore con cui ho parlato, ha detto: È una bella idea, quello che manca adesso è capire come guadagnare dei soldi. Noi non abbiamo mai pensato di sfruttarlo in questo senso e non miriamo nemmeno ad avere un profitto. Un po’ svilisce lo spirito con cui è iniziato tutto il progetto.
M: Verrebbe a perdersi il messaggio che sta dietro la nostra idea: non è solo poter creare con quello che trovi in casa, ma è anche un libero sfogo. Poter rendere materiali tutte quelle ispirazioni che spesso rimangono solo dei pensieri. Un blog per bloccare in modo un po’ più concreto un’idea che ti è passata per la testa.
E: Per farti un esempio: un po’ di tempo fa un nostro amico mentre ci stava dando delle indicazioni stradali faceva dei gesti con i piedi e muoveva la scarpa. Allora abbiamo pensato che se in quel momento avesse avuto ai piedi un gessetto, avrebbe scritto per terra. E il giorno dopo abbiamo creato quel piccolo oggetto da mettere sulla punta scarpa con applicato un pezzettino di gesso, per disegnare sulla strada. Oppure il progetto di oggi: una calzina arrotolata a forma di salvagente. Tutti da piccoli abbiamo arrotolato i gambaletti alle caviglie. Il risultato di questo gesto a noi ricordava una specie di salvagentino. Quindi abbiamo cucito delle fascette rosse intorno alla calza bianca… sembra un salvagente vero – Guarda la foto n.9 in calce.
Sono quei piccoli accorgimenti, quei piccoli gesti che ognuno di noi fa anche inconsapevolmente. Noi gli diamo una forma concreta e visuale. Anche solo una fotografia, anche solo dare un nome o accorgersi di un qualcosa, serve a dargli concretezza, la forma che altrimenti non avrebbe. È questo: dare solennità a quello che tutti noi facciamo sempre: questo è il nostro concetto di design.
Tutti i giorni create una qualcosa di nuovo o avete lì una serie di idee pronte nel cassetto? Davvero vi svegliate tutte le mattine e progettate?
M: Dipende, ogni giorno ti vengono tante cose in mente. Noi di solito ci raccontiamo sempre quello che abbiamo in testa, se non siamo insieme ci mandiamo mail, link, ci telefoniamo, per bloccare certi concetti e certe idee.
E: Diciamo che, un piccolo segreto, abbiamo almeno due oggetti jolly pronti, perché se non sei a casa o non hai il computer, puoi caricare qualcosa di pronto quando torni a casa.
M: Ci organizziamo ogni giorno.
E: Siamo stati a Trieste con la Naba per una work experience – hanno partecipato al Festival dell’Architettura di Trieste - e abbiamo curato l’allestimento dell’ex pescheria, eravamo là entrambi per quattro giorni e abbiamo fatto proprio un blocco sul blog, abbiamo salutato tutti e non abbiamo caricato nulla per tutto il tempo che siamo stati via. Avremmo anche potuto caricare, però per renderla più simile ad un diario ci sembrava più carino fare così.
M: Eravamo là e si lavorava là. È giusto anche così.
Voi usate materiali di riciclo per sottolineare l’attenzione all’ambiente?
E: Usiamo materiali di riciclo perché per scelta utilizziamo quello che troviamo in casa
M: Una cosa da sottolineare è che proprio il fatto che l’oggetto sia di quel colore e non di un altro definisce già il progetto e il risultato. Se vai a comprare il materiale piloti di più il progetto, i nostri lavori sono caratterizzati dalla spontaneità di quello che troviamo. La forza della nostra idea è anche questa: rispettiamo l’ambiente e creiamo con quello che tutti hanno in casa, senza spendere somme eccessive per l’acquisto delle materie prime
Piero Lissoni vuole sfatare una convinzione attuale. Sostiene che Il design verde è caro e inquina. Ma è il futuro e sarebbe inutile negarlo. Voi credete nell’eco design?
M: Sì, ma applicato al nostro stile: non sprecare nulla e dare una seconda vita agli oggetti, modificando la loro funzione primaria.
Si può fare del buon design low cost?
M: Sì, però forse non a livelli alti. La messa in commercio degli oggetti è un passaggio che modifica i prezzi, la produzione comunque ha dei costi che hanno poco a che fare con l’eco design. Se un domani i nostri oggetti verranno prodotti non saranno più così puri come sono adesso.
Di chi è l’idea delle scarpe fatte d’erba? – Guarda la foto n.4 e 5 in calce
M: Mah…
E: Son tue, dai…
M: Sì, questa è venuta a me. L’aspetto divertente è che c’è sempre una linea sottile tra l’idea e il progetto finito, non sai mai quanto un’intuizione possa diventare una cavolata pazzesca o al contrario essere una bella idea.
E: Per realizzare quel progetto siamo andati nel vivaio a comprare il pezzettone d’erba – questo materiale era indispensabile comprarlo, non ci sono rotoloni di prato nei cassetti di casa. A prima vista verrebbe spontaneo dire Ma cosa sarà mai, un pezzo d’erba tagliato con sotto il cartone e lo scotch. I componenti dell’oggetto sono quelli, ma assemblati in maniera corretta assumono un altro significato. Abbiamo cucito davvero il cartone alla zolla d’erba, avremmo anche potuto non fare un lavoro così accurato per scattare la foto. Una buona inquadratura camuffa il difetto, facendolo sembrare perfetto in ogni sua parte. Ma noi non lavoriamo così, ci teniamo a far stare in piedi tutto.
Stanno sempre in piedi i vostri progetti?
M: Sì, diciamo di sì.
E: Le ciabatte d’erba non possono essere usate se non sono unite al cartone, non puoi camminarci se non sono cucite.
M: La cosa divertente è anche trovare le piccole accortezze che permettono a quell’oggetto di essere fatto e finito. Magari precario, ma finito.
E: Non puoi camminare per strada con quelle ciabatte, ma abbiamo pensato che se usate in casa… vanno bene.
Ma quanto durano delle scarpe fatte di prato? Un giorno?
M: Se gli dai da bere di più.
E: Se tu le metti sul balcone e le innaffi durano qualche tempo, alla fine è erba. Dai l’acqua alle ciabatte e loro vivono.
M: Potrebbe anche essere una cosa un po’ più ludica, il sudore dei tuoi piedi dà da bere alle tue ciabattine.
E: In teoria non dovresti sudare, coi piedi nell’erba stai al fresco.
M: Se le metti in ufficio ti senti in mezzo al prato, è una bella sensazione.
E: E poi sono proprio comode. Perché lo scotch non è attaccato al piede, abbiamo messo una doppia copertura, così non senti l’appiccicoso attaccato alla pelle.
Perché non scrivete queste cose nel blog, dalle foto non si capiscono gli accorgimenti che ci sono dietro.
M: Non descriviamo il processo creativo perché è una scelta che ci siamo imposti fin dall’inizio. Si tratta di progetti che non verranno realizzati, forse è più interessante per chi li vede capire al volo l’oggetto dalle fotografie, senza scendere troppo nei particolari di come si costruiscono. L’impresa è anche far capire l’oggetto in tre scatti. Far vedere come funziona: in tre step capire tutto e dire se è una bella idea.
Avete paura che vi rubino l’idea se scrivete il procedimento?
M: Ma no… ce lo chiedono in tanti, ma… no.
E: Sarebbe anche bello se qualcuno prendesse le nostre idee… Siamo un po’ ingenuotti, vero? Noi viviamo ancora nelle favole, come Peter Pan e Robin Hood…
Quanto tempo al giorno dedicate al blog?
L’idea originale era di fare il progetto, fotografarlo e caricarlo on line, così di getto. Noi adesso abbiamo molto tempo perché siamo in vacanza e i ritmi rilassati ce lo permettono, ma se dovesse diventare una cosa un po’ più lunga nel tempo sarà difficile spenderci così tanto tempo. Già a settembre con l’università sarà diverso.
M: Non so quante fotografie facciamo per ogni oggetto. Poi le devi scegliere, litigare per quale caricare e quale scartare, come aggiustarle…
Insomma, siete dei perfezionisti?
E: Facciamo così perché ci troviamo bene insieme, abbiamo fatto dei lavori di gruppo all’università già dal primo anno, ci impegnamo entrambi moltissimo. A volte lavorando con qualcun altro capita di non trovarsi bene, perché non c’è lo stesso impegno nel lavoro, non c’è intesa mentale, si tralasciano i dettagli. Io con lui non ho problemi ad arrivare anche all’ultimo momento a finire il progetto iniziato, mi fido anche a lasciare a lui le decisioni finali, c’è fiducia completa. Credo che sia lo stesso per lui.
M: Sì!
Vi siete conosciuti all’università?
M: Sì, al test di inglese.
E: Io non mi ricordo neanche…
M: Io non ero molto preparato, quando ho visto arrivare lei ho capito subito che ne sapeva più di me e le ho detto: Mettiamoci vicini, così magari mi passi qualcosa… Non mi ha suggerito niente.
E: Ma non è vero!
M: Una secchiona!
E: Ma va, io sono sempre quella che copia! E che fa copiare!
M: Questo è il primo ricordo che ho di lei, ma poi piano piano essendo in classe insieme ho visto come lavora e mi è piaciuta. Forse anche perché abbiamo in comune l’estraneità al design prima dell’approdo all’univeristà. Entrambi ci siamo catapultati in questa facoltà ma arrivando da strade completamente diverse. Io ho fatto un istituto professionale di meccanica, non sapevo niente all’inizio.
E: Io ho fatto perito aziendale corrispondente in lingue estere.
E quindi come siete finiti alla Facoltà di design?
M: Io un po’ per caso, banalmente per caso. Ho finito i cinque anni di superiori e avevo ancora una gran voglia di studiare, ma non avevo chiaro in testa quale fosse la mia strada. Ero lì lì per andare a lavorare in acciaieria ma non mi piaceva molto l’idea. Un mio amico mi ha consigliato di andare a vedere i corsi della Naba. Ho provato anche il test al Politecnico ma mi hanno bocciato.
E: Anche a me.
M: Avevo una preparazione abbastanza scarsa. Ho passato il test in Naba, mi è piaciuto l’ambiente, poi ho la fortuna di avere dei genitori che mi permettono di fare un’università privata e sono partito con l’avventura. Non mi sono mai pentito. Lavoriamo bene insieme anche perché possediamo competenze completamente diverse: io sono più per l’aspetto pratico e funzionale, lei invece conosce più cose. Veniamo da due realtà completamente diverse.
Che cosa conosce meglio lei?
M: Credo non sia solo una questione culturale, ma soprattutto sociale. Quando sono arrivato a Milano, mi sono subito accorto che i ragazzi qui sono diversi da quelli che conoscevo nella mia città, Brescia. Anche se sono solo 90 km di distanza, vivere in una città come Milano è diverso…
Adesso sono curiosa: come sono i milanesi?
E: Lui venendo da fuori, dal paesino, si stupisce di tutto. Sembra un discorso vecchio… ma è la verità. Qui, ad esempio, ci sono un sacco di mostre…
M: Io però intendo anche un’apertura mentale, il relazionarsi tra le persone è diverso. I milanesi sono più abituati. È una cosa complicata: io dormo a Brescia ma vivo a Milano. In due anni è cambiato tutto, nulla è com’era prima. Non è che non mi trovi più bene a casa, ma mi sento quasi un estraneo. Sei abituato a voler sempre fare, vedere… quando torni indietro ti senti un po’ fermo lì… ci sono sempre le stesse cose.
E: Qui sei sempre pieno di spunti. Noi siamo molto curiosi, ci informiamo e cerchiamo di apprendere più nozioni possibili. È un mondo diverso.
M: A Milano sei bombardato di cose.
La creatività è una scienza infusa o si impara? Oliviero Toscani ha dichiarato in un’intervista che la creatività appartiene all’uomo. Tutti possiedono creatività, ogni atto umano è creativo.
Siamo tutti creativi?
E: Sì, è vero, la creatività è in ogni cosa, anche solo che sia la mamma che cucinando aggiunge un ingrediente estraneo alla ricetta per migliorare il piatto…
M: Secondo me la creatività si affina, devi imparare a gestirla.
E: Ognuno ce l’ha, tutti abbiamo quella scintilla che ti spinge a fare, poi magari non tutti sanno che esistono degli accorgimenti per rendere meglio un’idea… però ognuno di noi ha delle piccole trovate creative.
M: Io ho un sacco di amici che dicono di non essere creativi, ma secondo me la creatività non è tirare fuori il disegno perfetto avendo in mano una matita. Creatività è anche essere in bagno a lavarti i denti e tenere l’asciugamano in un modo strano per non farlo cadere.
E: Non sono d’accordo, per me questo non è creatività, quello è fare due cose insieme, ragionate e pensate, ma non è creatività. Non è che sei creativo se tieni l’asciugamano sotto l’ascella. Sei creativo se pensi che quello possa essere lo spunto per qualcos’altro.
M: Questo è perché noi siamo abituati a vedere le situazioni in un certo modo. Hai delle conoscenze e quello che fai lo strutturi in un certo modo.
Quindi se non hai le conoscenze non puoi essere creativo
E: No, non sono conoscenze. È vedere in determinati gesti delle ispirazioni, questo è quello che facciamo noi, questo nella nostra ottica è essere creativi.
M: Alla fine è anche vero che la cultura, il sapere le cose, ti permette di fare un po’ tutto.
Cos’è la cultura di cui parli?
M: È tutto.
E: Matteo tu intendi le conoscenze pratiche, il sapere assemblare le cose, i materiali da usare…
M: Ma anche le esperienze che fai sono cultura, dal fare servizio in una casa di riposo al tenere un gruppo di capre. Esperienze
A scuola si insegna la creatività?
M: Senza la scuola non avremmo potuto realizzare quello che facciamo oggi. Perché fai mille cose in ogni corso, ogni professore ti fa vedere degli aspetti, ti fa provare determinate…
E: La Naba è diversa rispetto al Politecnico, ho amici con cui mi confronto… i nostri docenti riescono a tirarti fuori idee, creatvità… non è solo insegnamento. Ti psingono a pensare soprattutto. Non ti dicono si fa così e basta. È un altro approccio. Con lo spunto che ti dà il docente arrivi a progettare qualcosa, magari però vedi il tuo compagno che rimane lì… che non sa da che parte iniziare. Vedi le persone che non sono portate.
Quindi ci sono persone che non sono creative?
E: Ho detto una contraddizione. Allora la creatività è saper tirare fuori quello che hai dentro.
M: È sottile il confine, soprattutto all’università. Magari l’idea ce l’hai, ma devi anche saperla tirare fuori. Lì emerge chi riesce a raccontarti l’oggetto nel modo più bello. Per essere creativo non basta avere l’idea, bisogna essere in grado di raccontarla, rendere bellissimo un progetto. Se non dedichi il tempo necessario al perfezionamento del progetto o non usi gli strumenti adeguati, non raggiungi un bel risultato, anche avendo come base di partenza un’ottima idea.
Delle volte però capita anche il contrario, con una trovata brutta ma presentarla in un modo efficace, si riesce a convincere che sia un buon progetto.
Ma dov’è la differenza: se un’idea bellissima presentata male diventa una schifezza e una schifezza presentata bene diventa bellissima, potenzialmente è tutto bello?
M: Deve essere anche funzionale. Alla fine te ne accorgi, se una cosa è bella ma non funziona non va bene.
Meglio bello o meglio utile?
M: Ah, questa è la Domanda del design
E: Io dico utile. Io non so disegnare, ringrazio che esista il computer che mi aiuta a progettare, ma quello che mi ha spinto a studiare design è il desiderio di avere qualcosa di artistico che non sia fine a se stesso, vorrei diventare famosa perché creo oggetti belli ma con una funzione, cose che siano utili alle persone. A cosa ci servono case fighissime che però non stanno in piedi? È questo il fatto: la sottile differenza tra arte e design.
Gaetano Pesce dichiara Senza dubbio oggi il design è arte, Toshiyuki Kita invece sostiene il contrario. Qual’è la vostra posizione in merito ?
E: Il design è arte, ma in piccola percentuale. Credo sia più vicino all’arte il design d’interni, ma a me non interessa quel tipo di carriera. Voglio progettare quell’oggettino che ti può semplificare la vita. Una volta ho avuto una discussione con un signore che collocava il designer ssolo nel mondo della decorazione, mi citava i fiorellini disegnati sul bicchiere, e io mi sono incazzata perché a mio avviso il designer è quello progetta un bicchiere per chi ha un dito soltanto e vuole bere da solo. È un risolvere il problema, questo fa il design. Noi nel nostro blog ci divertiamo e molte cose che facciamo non semplificano la vita di nessuno – ad esempio il tavolino con al posto della gambe i boccioni dell’acqua – quella è la parte divertente. Però la spugnetta che attacchi al lavandino per lavarti la mano quando hai il braccio ingessato è funzionale. Magari è bruttina da vedere, perché è un pezzo di spugna attaccata al lavandino imbevuta d’acqua e sapone, ma risolve il problema. L’ho pensata quando avevo il braccio ingessato e non sapevo come lavarmi la mano da sola.
M: Io sono d’accordo, questo è design. Ma si vende e ha il suo mercato anche il design che non è strettamente funzionale.
E: Però sono convinta che debba avere comunque un suo perché. A me piace lavorare sulla gestualità, sul gesto che la gente fa. Prendi la calzina che ti dicevo prima: è il gesto che fai di arrotolarti il calzino che io prendo, è vero che lo decoro, ma principalmente sottolineo un tuo moviemnto e ci tiro fuori un qualcosa di bello.
Seguo il lavoro di Paolo Ulian, lui che partendo dal gesto e dal comportamento delle persone dà forma ad un determinato oggetto.
È un designer a cui ti ispiri?
E: Sì, a me piace molto. Lui dal gesto e dai materiali progetta. Prendi il biscotto per la Nutella… bellissimo!
M: Non è ancora in produzione, sarà magari anche una questione di costi. Che poi la storia dei costi… l’ho visto nel concorso Un designer per le imprese a cui abbiamo partecipato – iniziativa nata in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Material ConneXion, centro documentazione e ricerca sui materiali innovativi, pensata per favorire l’incontro tra le imprese e giovani studenti delel Scuole di Alta Formazione e Facoltà milanesi di design, Naba, Politecnico di Milano, IED, Domus Academy e Scuola Politecnica di design. Noi abbiamo vinto, con due progetti diversi… Lei era con un altro – Simone Scalia – …
E: Dai, così sembra una tresca! Eravamo in gruppi di lavoro diversi per scelta della Naba, che avendo visto il nostro blog – presentato nel portfolio di candidatura al concorso – ha deciso di separaci. A me sarebbe piaciuto moltissimo progettare con Matteo.
Tu, Matteo, hai vinto con Di-Vision, com’è nato questo progetto?
M: Io con il mio collega – Nicolò Previati – abbiamo lavorato con Universal Selecta, un’azienda che fa divisioni per uffici in vetro, moduli per separare gli open space. Ci hanno chiesto di usare queste divisioni all’interno degli ambienti domestici. Abbiamo pensato al concetto casa, per capire come potesse essere sfruttato un divisorio in vetro. Abbiamo visto all’interno di questa parete un’opportunità di condivisione invece che di separazione, il vetro trasparente diventa il tramite di comunicazione tra i due ambienti. Ad esempio abbiamo disegnato sedute che possono passare da un ambiente all’altro… una specie di divano che scorre attraverso dei tappi siliconici… abbiamo pensato anche ad una rete siliconica da parete in cui puoi inserire gli oggetti, una specie di scaffale morbido. Oppure delle mensole che scorrono da una parte all’altra del divisorio: immagina una camera di due fratelli con in mezzo questa parete, potendo far scorrere i pensili si possono giocare lo spazio disponibile.
Verrà prodotto il vostro progetto?
M: Il nostro no. All’azienda è piaciuto tantissimo… ma vorrebbe dire passare dal prototipo alla realtà. Tra l’altro il nostro prototipo esposto in Triennale, è venuto benissimo, è in scala per ovvie ragioni, ma è davvero riuscito.
Erika, tu hai vinto con lo zaino Leaf Bag? Lo produrranno?
E: Ci hanno detto che si ispireranno al nostro progetto per una collezione di gennaio. Ma non so se citeranno il nostro nome. Alla fine è un progetto facile da riprodurre, la Momodesign ha i suoi designer all’interno dell’azienda, possono riprodurlo come volgiono. Basta aver visto ilprototipo e lo schizzo anche solo una volta. Alcuni nostri compagni hanno lavorato per aziende piccole, senza un gruppo di designer interni, quindi hanno più possibilità che i proprietari ti propongano di diventare designer dell’azienda. Invece per quanto riguarda Momodesign, loro hanno già il loro centro stile… è più difficile che ti prendano o riconoscano la tua idea
Come mai avete pensato ad uno zaino così particolare? – Lo zaino presenta un design futuristico, con un’armatura in fibra di carbonio, uno schienale imbottito che segue la naturale curvatura della spina dorsale, proteggendola da urti e sollecitazioni.
E: Per l’ergonomia della zaino abbiamo fatto un discorso ben preciso partendo dalle loro richieste: una borsa per una persona, uomo o donna che fosse, dai 25 ai 60 anni, da usare tutto il giorno. Abbiamo pensato come la gente porta in giro i pesi e abbiamo fatto uno studio anche su come vanno distribuiti. L’azienda ci ha chiesto di rilanciare sul mercato il loro logo con le tre foglie – è più conosciuto il brand del logo. Noi abbiamo sviluppato tutto intorno a queste tre foglie. Le abbiamo messe sullo schienale dello zaino in modo tale che facessero da perno ad una tracolla che nasce dagli spazi vuoti tra le foglie stesse e arriva frontalmente. Un velcro permette di allacciare lo zaino inotno al costato. Nel progetto cartaceo abbiamo dato una doppia funzione: lo zaino monospalla che diventa anche una borsetta, perché la tracolla la metti su una spalla e poi la bretella che pende l’attacchi con uno strappo al corpo centrale della borsa, così non cade. Questa era l’idea, poi però il protoripo è diventato un’altra cosa, i tempi erano ristretti e hanno dovuto realizzare il progetto in pochissimo tempo. Hanno perso tutta la nostra idea del monospalla che diventa tracolla, hanno fatto un modello che visivamente è riconducibile al nostro disegno, ma non c’è tutto lo studio che noi abbiamo fatto. L’immaginario è lo stesso ma l’idea no. Se poi lo produrranno davvero… non lo so. Ma noi siamo contentissimi: abbiamo iniziato il triennio sperando di poter vincere un concorso e abbiamo raggiunto questo traguardo. Poi chi lo sa.
Quindi da grandi cosa volete fare?
M: Da grandi? Io spero di fare qualcosa che mi piaccia.
E: Noi abbiamo ancora questo sogno: fare qualcosa che ci piace, fa niente se non guadagneremo, basta star bene.
M: Per adesso ci basterebbe quello. Almeno far qualcosa… avere la possibilità di progettare.
Lavorare per un’azienda o avere un studio proprio?
E: Questo piacerebbe a chiunque, è un po’ il sogno di tutti, no? Lavorare per conto proprio, fare dei progetti che portano il tuo nome e che piacciono… che vanno in giro.
M: A me invece piacerebbe anche lavorare per qualcuno, ma poter fare da me. Sarebbe bello avere la libertà in un’azienda. Ma ancora più bello sarebbe avere un proprio posto. Sentir dire alle persone: Quelle sono di Matteo. È complicato arrivarci, ogni anno siamo tantissimi. Però è anche vero che se uno è bravo ce la fa, non penso nemmeno che si tratti di fortuna, se sai lavorare bene vieni notato e trovi un lavoro. Se poi si parla di diventare famosi… questo è un altro discorso, è più complicato. Se sei bravo, un lavoro da progettista lo trovi.
Enzo Mari, polemizzando anche contro le scuole di design, dice che i giovani non hanno possibilità in questo mondo perché non hanno le conoscenze, le esperienze per sfondare. Secondo lui fare design oggi è impossibile per i giovani. È la verità o…?
M: Alla fine anche un ingegnere appena laureato deve fare esperienza, deve poter maturare, deve poter lavorare per qualcuno! C’è possibilità, non retribuiti sicuramente c’è possibilità. Ma il problema vero è cosa vai a fare negli studi degli altri. Perché il sogno di tutti, o almeno il mio, non è quello di arrivare in uno studio e mettermi davanti al computer e fare rendering – ricostruire in modo multimediale degli oggetti. Non crei nulla e metti a posto i progetti degli altri, che poi è solo grafica… un po’ più sofisticata, ma è grafica. Anche solo avere la possibilità di dire qualcosa di proprio su un progetto… sarebbe bello.
E: Io credo che il designer in passato fosse una figura diversa. Adesso l’idea di design è cambiata. Prima il designer era per la maggior parte delle volte un architetto, con delle competenze diverse da quelle che si imparano oggi nelle scuole di design. Mari probabilmente si riferisce a questo. Io non so se vorrò fare il progettista, non lo so. A me piacerebbe anche fare cool hunting, la ricercatrice di tendenze. Giri il mondo, ti guardi intorno e anticipi le tendenze. È la fase di ricerca che a me piace forse di più della progettazione.
M: È così anche nella nostra coppia, lei fa cool hunting e io il resto.
Facciamo il gioco della torre: vi dico tre nomi di designer famosi e voi mi dite se li salvate o li buttate giù.
Fabio Novembre?
M: Io non sono un amante di Novembre, un po’ troppo spettacolare.
E: Direi teatrale. La sedia a forma di sedere è brutta! – Him & Her Chair, 2008.
Gaetano Pesce?
E: A me piace Pesce, sì lui sì.
M: A me piacciono tantissimo i materiali che usa, le resine e le schiume, le sue linee. Sì lui lo salviamo.
Enzo Mari
E: Mari alla fine mi piace, nonostante tutto quello che dice sui giovani… a me piace.
M: Anche a me piace. Alla fine è anche giusto che brontoli, perché ha 80 anni e ne ha viste tante. Ma poi è anche sempre la stessa storia, ad un certo punto gli anziani… .
Gli anziani…?
M: Ti faccio l’esempio della vecchietta che si siede al parco e vede solo le cartacce per terra invece degli uccellini sugli alberi. Il designer di 80 anni davanti ad un progetto di un giovane vede solo ciò che non funziona… invece di vedere gli aspetti più innovativi, la scintilla del nuovo progettista. Potrebbe essere un progetto bellissimo ma pieno di falle, ma il designer anziano inizialmente vede solo quelle falle, i problemi… non li fa diventare spunti per migliorarsi. Il giovane invece sottolinea di più l’innovazione, la scintilla che ha fatto nascere il progetto.
E: I vecchietti sono tutti criticoni.
M: È sempre la solita immagine del vecchietto in piedi con le mani incrociate dietro la schiena…
Cosa pensate dell’espressione Giovane designer riferita anche a chi ha 50 anni?
M: Se Novembre che ha quasi 50 anni è considerato un giovane designer allora noi siamo dei bimbi designer. Non so se sia giusto, ma è il modo di dire di oggi e ci si adatta. È la realtà di oggi. I neolaureati non sono nemmeno considerati dei giovani designer… sono semplicemente ragazzi. Anagraficamente però i veri giovani designer siamo io e Erika. Ma forse anche Enzo Mari è un giovane designer, uno dei più attivi e arzilli.
PHOTOGALLERY: 01 Mathery